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La Tregua di Bakura

KATHY TYERS

GUERRE STELLARI

LA TREGUA DI BAKURA

PAPERBACK

Traduzione di Anna Feruglio Dal Dan

A cura di Guado - Milano

Star Wars: The Truce at Bakura

Originally published by Bantam Books, a division of Bantam Doubleday Dell Publishing Group, Inc.

Trademark and text copyright © 1994 by Lucasfilm Ltd. Translation © 1996 Sperling Paperback s.r.l.

Si ringrazia per la gentile collaborazione alla revisione del testo Gian Paolo Gasperi.

Non posso pensare a Guerre stellari senza ricordare quello squillo di fanfara con cui si apre la sua colonna sonora. Non posso raffigurarmi la lunga sagoma triangolare di uno Star Destroyer senza sentire quelle triplette sinistre che sempre lo accompagnano. É come immaginare la taverna di Mos Eisley senza quell’inimitabile complessino jazz?

È con grande ammirazione e gratitudine che dedico questo romanzo all’uomo che ha composto la colonna sonora dei tre film della saga di Guerre stellari: John Williams.

Indice

[0.1] 1

[0.2] 2

[0.3] 3

[0.4] 4

[0.5] 5

[0.6] 6

[0.7] 7

[0.8] 8

[0.9] 9

[0.10] 10

[0.11] 11

[0.12] 12

[0.13] 13

[0.14] 14

[0.15] 15

[0.16] 16

[0.17] 17

[0.18] 18

[0.19] 19

[0.20] 20

[0.21] 21

1

Come un grosso turchese velato di nubi, una luna abitabile era sospesa sopra un pianeta morto. A tenere il capo della catena che la obbligava entro la propria orbita era la stessa mano trascendente che aveva decorato di stelle brillanti lo sfondo di velluto nero dello spazio e che conduceva la danza incessante delle energie cosmiche fra le pieghe dello spazio-tempo, senza notare né curarsi dell’Impero o dell’Alleanza Ribelle, né delle brevi, misere guerre che ingaggiavano fra loro.

Ma su una misera, breve scala umana di tempo e di importanza, una flotta di astronavi era in orbita attorno alla primaria della luna. Strisce di residui carboniosi sfregiavano i fianchi di molte astronavi, alcune delle quali erano circondate da sciami di droidi intenti alle riparazioni. Frammenti metallici che un tempo erano stati componenti cruciali di un’astronave, assieme a frammenti che un tempo erano stati corpi umani o alieni, seguivano le astronavi nella loro orbita. La battaglia nella quale la seconda Morte Nera dell’imperatore Palpatine era stata distrutta era costata molto all’Alleanza Ribelle.

Luke Skywalker attraversava di fretta l’hangar di un incrociatore, gli occhi arrossati ma ancora pervaso da un senso di trionfo dopo tutte le celebrazioni con cui gli Ewok avevano festeggiato la vittoria. Mentre passava accanto a un gruppetto di droidi avvertì odore di refrigeranti e lubrificanti. Si sentiva indolenzito fino nelle ossa, un dolore sordo che era quanto gli rimaneva del giorno più lungo di tutta la sua vita. Quel giorno, no, ormai era già il giorno prima, aveva incontrato l’imperatore. Sì, ieri per poco non aveva pagato con la vita la fiducia in suo padre. Eppure, un passeggero dello shuttle che lo aveva raccolto dal villaggio ewok già gli aveva chiesto se era vero che Luke aveva ucciso da solo l’imperatore... e Darth Vader.

Luke non era ancora pronto ad annunciare che «Darth Vader» era stato Anakin Skywalker, suo padre. Però aveva risposto con molta fermezza che era stato Vader a uccidere l’imperatore Palpatine. Era stato Vader a gettarlo nel cuore infuocato della seconda Morte Nera. Luke pensò che probabilmente avrebbe dovuto continuare a spiegarlo per settimane a venire. Ma per adesso tutto quello che voleva era controllare il suo caccia Ala-X.

Con sua sorpresa trovò che i tecnici vi si stavano affollando attorno. Dietro il velivolo una gru stava calando C1-P8 nell’alloggiamento cilindrico dietro la cabina di pilotaggio. «Che succede?» chiese Luke, fermandosi e riprendendo fiato.

«Oh, signore», rispose uno dei tecnici in tuta cachi, disinserendo un tubo per il rifornimento di carburante, «il suo sostituto pilota si sta preparando a uscire. Il capitano Antilles era tornato con il primo shuttle ed è subito uscito di pattuglia. Ha intercettato un drone imperiale, uno di quelli che si usavano per trasmettere messaggi a grande distanza durante le guerre dei cloni, un pezzo di antiquariato, insomma. Era in arrivo dallo spazio esterno.»

In arrivo. Così, qualcuno aveva mandato un messaggio all’imperatore. Luke sorrise. «A quanto pare ancora non hanno sentito le novità. Allora Wedge ha ancora bisogno di compagnia? Non sono poi tanto stanco. Posso andare io.»

Il tecnico non restituì il suo sorriso. «Sfortunatamente il capitano Antilles ha fatto scattare il ciclo di autodistruzione mentre cercava di far ripetere il messaggio. Sta bloccando con le mani un circuito critico e...»

«Lasciate perdere il sostituto pilota», esclamò Luke. Wedge Antilles era stato suo amico fin dai tempi della prima Morte Nera, quando avevano partecipato assieme all’assalto finale. Senza aspettare di sentire altri particolari, Luke si gettò verso la sala piloti. Un minuto più tardi era di ritorno, camminando a saltelli mentre cercava di infilarsi la seconda gamba della tuta pressurizzata arancione.

I tecnici si allontanarono. Luke balzò sulla scaletta e poi dentro il sedile imbottito, si tirò in testa l’elmetto e accese il generatore a fusione della navetta. Attorno a lui si levò il familiare lamento ad alta energia del motore.

L’uomo che gli aveva parlato poco prima si arrampicò dietro di lui. «Ma signore, pensavo che l’ammiraglio Ackbar volesse sentire il suo rapporto.»

«Tornerò subito.» Luke chiuse la calotta della cabina di pilotaggio ed eseguì un controllo a sistemi e strumentazione che probabilmente stabiliva un nuovo record di velocità nell’Alleanza. Non c’era niente di anormale.

Aprì un canale. «Capo Rogue pronto al decollo.»

«Apriamo il portello, signore.»

Inserì la spinta. Un istante dopo il sordo indolenzimento nelle sue ossa si era tramutato in un dolore atroce. Tutte le stelle nel suo campo visivo divennero binarie e cominciarono a girare l’una attorno all’altra. Le voci dei tecnici divennero un brusio indistinto nelle sue orecchie. Stordito e nauseato, si tuffò alla ricerca del centro di tranquillità dentro se stesso che il maestro Yoda gli aveva insegnato a raggiungere...

A toccare...

Ecco.

Emise un respiro tremante e misurò il suo grado di controllo del dolore. Di nuovo le stelle tornarono a essere singoli punti di luce. Qualunque cosa gli fosse appena successa, se ne sarebbe occupato più tardi. Espanse la sua sensibilità attraverso la Forza e avvertì la presenza di Wedge. Le sue mani si muovevano senza sforzo sui comandi del caccia Ala-X, portandolo verso quella parte della flotta.

Mentre viaggiava potè dare per la prima volta un’occhiata all’entità dei danni causati dalla battaglia, agli sciami di droidi da riparazione e ai rimorchiatori. Gli incrociatori stellari dei Mon Calamari erano blindati e forniti di scudi e in grado di sostenere l’urto contemporaneo di molti colpi diretti, ma gli sembrava di ricordare che prima della battaglia quei grossi e goffi vascelli fossero stati molti di più. Nella sala del trono dell’imperatore, mentre lottava per la vita, l’integrità e la salvezza di suo padre, non aveva nemmeno avvertito i terribili disturbi nella Forza causati da tutte quelle morti. Sperava che non fosse perché ci stava facendo l’abitudine.

«Wedge, mi ricevi?» chiese Luke attraverso la radio sub-spaziale. Si muoveva fra le navi più grosse della flotta, su un vettore che puntava verso l’esterno. I suoi sensori indicavano che la nave più vicina, un trasporto pesante, si stava prudentemente allontanando da qualche cosa di molto più piccolo. Quattro caccia Ala-A arrivarono e si misero in formazione dietro Luke. «Wedge, sei lì?»

«Mi dispiace», rispose una voce fioca. «Sono quasi fuori della portata del microfono del caccia. Vedi, devo...» Wedge s’interruppe, con un grugnito di sofferenza. «Devo tenere separati questi due cristalli. È una specie di meccanismo di autodistruzione.»

«Cristalli?» chiese Luke, tanto per far parlare Wedge. Si sentiva del dolore in quella voce.

«Contatti cristallini di elettrite. Un residuo dei tempi più ‘eleganti’. Il meccanismo di autodistruzione sta cercando di spingerli l’uno contro l’altro. Se si toccano... puff! L’intero motore a fusione parte.»

Rotolando lento sotto lo splendore azzurro di Endor, Luke finalmente vide il caccia Ala-X di Wedge. Appena accanto, un cilindro di circa dieci metri con le insegne imperiali stava andando alla deriva; era lungo quanto il caccia e sembrava tutto motore, un tipo di drone che l’Alleanza ancora non si poteva permettere. Per qualche ragione inspiegabile il drone gli diede un brutto presentimento. L’Impero non usava più simili anticaglie. Come mai il mittente non aveva usato i normali canali di comunicazione imperiali?

Luke si fece sfuggire un fischio. «No, non vogliamo che quel po’ po’ di motore salti in aria, direi.» Adesso si spiegava il perché della fretta dimostrata dal trasporto che si stava allontanando.

«Già.» Wedge era appeso a un’estremità del cilindro, con una tuta pressurizzata addosso e un tubo che lo collegava al sostentamento vitale del caccia Ala-X. Doveva aver aperto la cupola della cabina di pilotaggio per buttarsi verso il drone nel momento stesso in cui si era reso conto di aver armato l’autodistruzione, depressurizzando così il suo caccia. Nella tuta pressurizzata leggera che indossavano i piloti e protetto dall’elmetto di emergenza, avrebbe potuto sopravvivere nel vuoto per diversi minuti.

«Da quanto è che sei lì, Wedge?»

«Non lo so, ma non m’importa. Vedessi che spettacolo si gode da qui.»

Luke si avvicinò con prudenza, invertendo i motori. Wedge aveva una mano infilata dietro uno sportellino aperto. Voltò la testa per seguire il caccia di Luke mentre questi usava brevi colpi di razzo per adeguare il proprio momento a quello del cilindro.

«Però una mano mi farebbe comodo. Un’altra mano, cioè.» Il tono di Wedge era spavaldo, ma la sua voce tradiva fatica e tensione. Doveva avere la mano quasi stritolata. «Che cosa ci fai qua fuori?»

«Mi godo il panorama, no?» Luke passò in rassegna le possibili alternative. I piloti dei caccia Ala-A decelerarono e si tennero a distanza, probabilmente pensando che Luke sapesse quello che stava facendo. «C1», gridò. «Che portata ha il tuo braccio estensibile? Se mi avvicino abbastanza, ce la fai ad aiutarlo?»

No: anche ad angolazione ottimale mancherebbero 2,76 metri, apparve sul display che Luke aveva sopra la testa.

Luke fece una smorfia. Il sudore gli colava sulla fronte. Qualunque cosa piccola, leggera di cui potesse fare a meno sarebbe andata bene. Ma se non si sbrigava, il suo amico sarebbe morto. Già adesso la presenza di Wedge nella Forza oscillava paurosamente.

Luke guardò la sua spada laser. Di quella non poteva certo fare a meno.

Neanche per salvare la vita di Wedge ? E poi avrebbe sempre potuto recuperarla. Lentamente, fece scivolare la spada laser nel tubo di espulsione dei segnali di emergenza. La espulse e poi tese una mano verso di essa, attraverso dieci metri di vuoto. La lanciò verso Wedge. Una volta raggiunto il suo obiettivo, torse il polso. La lama bianco-verde apparve, totalmente silenziosa nel vuoto siderale. Gli occhi castani di Wedge, spalancati dietro il visore, ammiccarono.

«Al mio segnale», disse Luke, «salta via.»

«Luke, perderò un paio di dita.»

«Salta via in fretta», ripetè Luke. «Perderai più di un paio di dita se resti lì.»

«Non è che ce la faresti a bloccarmi le terminazioni nervose, eh, grande Jedi? Queste dita mi fanno un male cane.» La voce di Wedge suonava sempre più fioca. Raccolse a sé le ginocchia, preparandosi a saltare.

In momenti come questi, badare ai vaporatori di umidità dello zio Owen su Tatooine non sembrava più così terribile.

«Cercherò», promise Luke. «Mostrami i cristalli. Guardali bene.»

«Va bene.» Wedge si girò per guardare dentro il compartimento aperto. Lasciando per un attimo che la spada laser andasse alla deriva, Luke cercò la presenza amica di Wedge. Sapeva che Wedge non gli avrebbe resistito, lo avrebbe lasciato...

Attraverso gli occhi di Wedge e lottando contro il dolore torturante che proveniva dalla sua mano, Luke vide un paio di gioielli rotondi, sfaccettati: uno nel palmo della sua mano, l’altro che premeva dall’esterno contro il suo dorso, spinto da un meccanismo a molla. Grandi come un pugno, restituivano in barbagli dorati la luce della spada laser riflessa dalla tuta arancione di Wedge. Luke non credeva che il guanto della tuta pressurizzata sarebbe stato sufficiente a tenerli separati o avrebbe semplicemente suggerito a Wedge di sfilarselo. Una depressurizzazione di breve durata non avrebbe danneggiato troppo la sua mano.

Quando Wedge fosse saltato, Luke avrebbe avuto solo una frazione di secondo per tagliare via uno dei due cristalli e poco dopo Wedge sarebbe svenuto. Era collegato al suo caccia e avrebbe continuato a respirare, ma poteva perdere un sacco di sangue. Già ora la sua vista si stava oscurando.

Luke diede una spinta alla soglia del dolore del suo amico.

Troppe cose a cui badare contemporaneamente. Il suo dolore cominciò a filtrare oltre il suo controllo. «Eccolo», grugnì.

«Eccolo cosa?» chiese Wedge in tono sognante.

«Il panorama», disse Luke. «Quando dico tre, salta. Salta con tutte le tue forze. Uno.» Wedge non fece obiezioni. Stringendo i denti, Luke aumentò il grado della sua fusione mentale con la spada. Finché si concentrava su quella, sarebbe riuscito a mantenere il controllo. «Due.» Mentre contava regolarmente, sentiva la spada, i cristalli e la loro distanza critica come parte dell’interezza dell’universo.

«Tre.» Non successe niente. «Salta, Wedge!» urlò Luke.

Wedge saltò, debolmente. Luke si avventò. Un cristallo rotolò via, gettando un caleidoscopio di riflessi verdi sull’alettone a «S» superiore del caccia Ala-X.

«Ooh», cantò la voce di Wedge al suo orecchio. «Che carino.» Ruotò su se stesso nel vuoto, tenendosi la mano.

«Wedge, torna dentro!»

Nessuna risposta. Luke si morse il labbro. Stabilizzò la spada laser che ruotando su se stessa stava andando alla deriva e disattivò la lama. Il cavo che assicurava Wedge si tese sopra l’altro caccia Ala-X. Le braccia e le gambe dell’altro si muovevano disordinatamente.

Luke attivò il suo segnale di soccorso. «Capo Rogue a Base Uno. Ho disarmato l’esplosivo. Richiedo assistenza medica immediata!»

Da dietro i caccia Ala-A, dov’era rimasta, fuori dalla zona di pericolo, una nave soccorso sfrecciò nel suo campo visivo.

A ogni respiro il corpo di Wedge si sollevava e ricadeva nel serbatoio trasparente pieno di fluido curativo bacta. Con grande sollievo di Luke erano riusciti a salvargli tutte le dita. Il droide medico 2-1B finì di configurare i controlli e poi si girò a fronteggiare Luke. Gli arti sottili e articolati del droide si muovevano aggraziati davanti al carapace trasparente della sua sezione mediana. «E adesso tocca a lei, signore. Per favore si metta dietro lo scanner.»

«Ma io sto bene.» Luke inclinò lo sgabello su cui sedeva fino a toccare la paratia. «Sono solo stanco.» C1, accanto a lui, emise un fioco, preoccupato bip.

«La prego, signore. Ci vorrà solo un momento.»

Luke sospirò e si diresse con passo stanco dietro il pannello rettangolare alto quanto un uomo. «Va bene?» chiese da dietro lo scanner. «Posso andare, ora?»

«Ancora un momento», rispose la voce meccanica, seguita da suoni metallici. «Un momento», ripetè il droide. «Ha avuto episodi di sdoppiamento della vista, di recente?»

«Be’...» Luke si grattò la testa. «Sì. Ma si è trattato di un momento.» Di certo quel piccolo incidente non aveva nessuna importanza.

Mentre il pannello dei comandi diagnostici rientrava nella paratia, un lettino medico a repulsione venne estruso dalla parete dietro 2-1B. Luke fece un passo indietro. «E quello che cosa sarebbe?»

«Lei non sta bene, signore.»

«Sono solo stanco.»

«Signore, la mia diagnosi è che lei è andato incontro a un’improvvisa e massiccia decalcificazione della struttura scheletrica, una rara patologia causata dall’esposizione a un campo elettrico conduttivo o di altro tipo di energia.»

Di altro tipo di energia. Ieri, sì. L’imperatore Palpatine e il suo ghigno malvagio mentre scariche bianco-azzurre scaturivano dalle sue mani e inchiodavano Luke urlante e agonizzante al pavimento della Morte Nera. Luke si sentì sudare freddo. Il ricordo era terribilmente vivido. Aveva pensato di stare per morire. Stava per morire.

«L’improvviso calo di minerali nel sangue sta causando piccoli crampi muscolari nel suo corpo, signore.»

Allora era per questo che si sentiva così indolenzito. Fino a un’ora prima non gli era stata data l’occasione per mettersi seduto e accorgersene. Sentendosi sconfitto, alzò lo sguardo su 2-1B. «Ma non c’è un danno permanente, vero? Non c’è bisogno di sostituire qualche osso?» Il pensiero lo fece rabbrividire.

«La patologia in questione diventerà cronica se lei non resta a riposo e non mi permette di effettuare le cure del caso», rispose la voce meccanica. «L’alternativa è l’immersione nel fluido bacta.»

Luke gettò uno sguardo al serbatoio. Oh, no, quello no, non di nuovo. La volta precedente aveva avuto in bocca sapore di bacta per una settimana. Si tolse con riluttanza gli stivali e si distese sul lettino a repulsione.

Si svegliò, notevolmente a disagio, poco dopo.

Il volto metallico di 2-1B apparve accanto al suo capezzale. «Analgesico, signore?»

Luke aveva letto da qualche parte che gli umani hanno tre ossicini nell’orecchio. Adesso ci credeva. Riusciva a contarli uno per uno. «Ma mi sento peggio di prima», si lamentò. «Non dovevi curarmi?»

«Ho effettuato il trattamento, signore. Ora lei deve riposare. Posso offrirle un analgesico?» ripetè pazientemente.

«No, grazie», grugnì Luke. Se voleva diventare un buon cavaliere Jedi, doveva imparare a controllare le proprie sensazioni: prima ci riusciva, meglio era. Il dolore era un rischio del mestiere.

C1-P8 emise dei fischi interrogativi.

Indovinando quale poteva essere la loro traduzione, Luke disse: «Va bene, C1, tu monterai di guardia. Io mi farò un altro sonnellino». Si voltò su un fianco. Lentamente il peso del suo corpo scavò una nuova serie di incavi nel materiale flessibile che rivestiva il lettino. Ecco il lato sgradevole dell’essere chiamato eroe. Comunque quando aveva perso la mano era stato molto peggio.

A pensarci bene, la mano bionica non gli faceva male.

Almeno quella era una cosa positiva.

Era tempo di reinventare l’antica arte jedi dell’autoguarigione. Le brevi lezioni di Yoda sull’argomento avevano lasciato molto all’immaginazione.

«Ora la lascerò solo, signore.» 2-1B si voltò. «La prego di cercare di dormire. Chiami pure se ha bisogno di assistenza.»

Un’ultima curiosità fece risollevare la testa a Luke. «Come sta Wedge?»

«Sta facendo molti progressi, signore. Se tutto va bene verrà dimesso entro un giorno.»

Luke chiuse gli occhi e cercò di ricordare quello che Yoda gli aveva insegnato. Dei passi affrettati risuonarono nel corridoio oltre il portello aperto. Luke era già concentrato nella Forza e avvertiva la presenza allarmata che si dirigeva in fretta lungo il corridoio. Per quanto ascoltasse con attenzione, non riusciva a percepire l’identità dell’individuo. Yoda gli aveva detto che il discernimento preciso di chi percepiva, perfino se era uno sconosciuto, sarebbe venuto con il tempo, a mano a mano che imparava a calarsi in quel profondo silenzio dell’anima che permette a un Jedi di distinguere le increspature prodotte nella Forza da ogni essere vivente.

Luke si rigirò, cercando di addormentarsi. Dopotutto, gli era stato ordinato di dormire.

Ma era ancora Luke Skywalker; doveva sapere che cosa era che aveva messo tanto in allarme il soldato. Si alzò con prudenza e scivolò a terra, appoggiando il peso sui piedi. Adesso che il dolore era localizzato nelle estremità del suo corpo, poteva combatterlo fingendo che i suoi piedi non esistessero più... o qualcosa del genere. La Forza non si poteva spiegare facilmente. Era semplicemente qualcosa che si usava... quando ti permetteva di farlo. Ma nemmeno Yoda aveva potuto vedere tutto.

C1 fischiò in tono allarmato. 2-1B rotolò verso di lui con le estremità sottili che si agitavano. «Signore, torni a distendersi, prego.»

«Tra un attimo.» Sporse la testa nel corridoio e gridò: «Fermo!»

Il soldato Ribelle si fermò di botto e si voltò su se stesso.

«Sono riusciti a decodificare il messaggio del drone?»

«Ci stanno ancora lavorando, signore.»

Allora il suo posto era la sala di guerra. Luke indietreggiò, scontrandosi con C1 e si tenne in equilibrio con una mano sulla sommità ricurva del piccolo droide. «Signore», insistette il droide medico, «torni a distendersi, prego. La sua condizione diventerà rapidamente cronica se lei non mantiene un riposo assoluto.»

Immaginando una vita di dolore atroce e l’alternativa di un’altra immersione nel liquido appiccicoso, Luke si sedette sull’orlo del lettino a repulsione, infelice.

Poi gli venne in mente qualcosa. «2-1B, scommetto che qui avete...»

La sala militare della nave ammiraglia, adesso quasi vuota, era abbastanza grande da contenere un centinaio di persone. Un droide di servizio scivolò lungo la curva di un banco strumentazione, passando fra un tubo luminoso e la lucida paratia bianca. Giù nel centro della stanza, accanto al tavolo da proiezione che dominava la sala militare e all’unico tecnico in servizio, stava Mon Mothma, la donna che aveva fondato l’Alleanza Ribelle e ora ne era a capo; accanto a lei era in piedi il generale Crix Madine. La presenza di Mon Mothma, nelle sue lunghe vesti bianche, illuminava la stanza e splendeva, invisibile, nella Forza; in quanto alla sicurezza del barbuto generale Madine, era cresciuta visibilmente dopo la battaglia di Endor.

Entrambi guardarono Luke e si accigliarono. Luke sorrise con scarsa convinzione e strinse i braccioli della sedia a repulsione che aveva requisito dall’infermeria, guidandola con attenzione giù per gli scalini verso il tavolo da proiezione.

«Non imparerai mai, vero?» Il cipiglio del generale Madine si distese leggermente. «Il tuo posto è l’infermeria. Questa volta dovremo ordinare a 2-1B di ridurti all’incoscienza.»

Un muscolo si contrasse quasi involontariamente sulla guancia di Luke. «Che cosa mi dite di quel messaggio? Da qualche parte c’è un comandante imperiale che ha buttato via un quarto di milione di crediti per spedire quel pezzo di antiquariato.»

Mon Mothma annuì, limitandosi a rimproverare Luke con uno sguardo placido. Una consolle secondaria si accese, questa volta un tavolo di proiezione olografica molto più piccolo, sopra il quale comparve un ologramma in miniatura dell’ammiraglio Ackbar, con i suoi grandi occhi che sporgevano dalla testa liscia e ricurva. Anche se durante la battaglia di Endor il Calamariano aveva comandato la flotta da una poltrona sotto il grande oblò che adesso si trovava alla sinistra di Luke, Ackbar si sentiva più a suo agio sul suo incrociatore. Lì il sostentamento vitale era regolato per garantire la massima comodità ai Calamariani. «Comandante Skywalker», ansimò. Sotto la sua mandibola piccoli tentacoli simili a baffi si agitavano inquieti. «Lei deve imparare a valutare... più attentamente... i rischi che corre.»

«Sì, ammiraglio, le prometto che lo farò. Quando posso.» Luke si lasciò andare contro lo schienale della sedia a repulsione, che aveva appoggiato contro l’orlo del tavolo olografico, in modo da stabilizzarla. Un fischio elettronico risuonò da un portello dietro di lui. C1-P8 non aveva intenzione di permettergli di uscire dal raggio dei suoi fotoricettori neanche per trenta secondi. Ma il piccolo droide con la cupola azzurra doveva fare un lungo giro per giungere fino a lui. Rotolò accanto ai banchi del computer nella parte alta della sala, nascondendo una dopo l’altra varie spie luminose come in una piccola eclissi, finché non raggiunse una piattaforma mobile. Da lì si calò fino al livello di Luke, per poi rotolare fino alla sua sedia a repulsione e cominciare a emettere una lunga serie di rimproveri, probabilmente provenienti da 2-1B. Il generale Madine sorrise sotto i baffi.

Luke non aveva capito un solo fischio, ma poteva indovinare anche lui qual era il senso del messaggio del droide. «Va bene, C1. Tira dentro le ruote, che io mi fermo qua. Sembra che la cosa sarà interessante.»

Il giovane tenente Matthews si raddrizzò sulla consolle di servizio e girò la testa. «Eccolo che arriva», annunciò.

Madine e Mothma si chinarono sullo schermo. Luke allungò il collo per vedere meglio.

Dal governatore imperiale Wilek Nereus del sistema di Bakura, al suo eccellentissimo sovrano imperiale, Palpatine: saluti.

Quindi, ancora non avevano sentito la notizia. Sarebbero passati mesi, forse anni, prima che tutti nella galassia si rendessero veramente conto che il regno dell’imperatore era finito. Luke stesso faceva fatica a crederci.

Bakura è sotto attacco di una forza d’invasione aliena proveniente da oltre i vostri domini. La forza stimata del nemico è di cinque incrociatori, diverse dozzine di navi d’appoggio, più di mille caccia. Tecnologia sconosciuta. Abbiamo perso metà delle nostre forze di difesa e tutti gli avamposti nella parte esterna del sistema. Le nostre trasmissioni sull’holonet dirette al centro imperiale e alla Morte Nera non hanno ricevuto nessuna risposta. Mandare urgentemente, ripeto urgentemente, rinforzi.

Madine tese un braccio oltre il tenente Matthews e toccò un comando sul pannello. «Altri dati», esclamò. «Abbiamo bisogno di più informazioni.»

La voce di un droide del servizio informazioni arrivò attraverso il comunicatore. «Ci sono dei dati visuali ausiliari, signore, se vuole vederli, oltre a parecchi file di dati il cui accesso è protetto da codici imperiali.»

«Così va meglio.» Madine toccò la spalla del tenente. «Datemi le visuali.»

Sul tavolo olografico centrale un proiettore si sollevò con un ronzio. Improvvisamente, sopra il tavolo, apparve una scena che trascinò via il dolore di Luke in un torrente di adrenalina. Yoda mi picchierebbe sulle nocche con il suo bastone, osservò Luke. Avventura... emozioni... un Jedi queste cose non ambisce. Cercò di raggiungere la calma interiore di un vero Jedi, perché là fuori un mondo terrorizzato aveva bisogno del suo aiuto.

Una nave da pattuglia imperiale di un tipo che Luke aveva studiato ma che non si era mai trovato di fronte in battaglia, raffigurata con una proiezione tridimensionale di linee arancione, occupava il centro della scena. Luke si chinò per esaminare meglio le sue postazioni laser, ma prima che potesse vedere qualcosa la nave vomitò in silenzio una nuvola di gusci di salvataggio gialli. Un altro oggetto, anche questo arancione, entrò in silenzio nel campo visivo, dominandolo con la propria sinistra mole: era molto più grande del pattugliatore e dal profilo molto più irregolare rispetto agli incrociatori Mon Cal dei Ribelli; una sagoma vagamente ovoidale, ma coperta di bitorzoli che sembravano vesciche.

«Controllate quella nave», ordinò Madine.

Dopo circa tre secondi la voce monotona del droide del servizio informazioni rispose: «Né l’Alleanza né l’Impero hanno navi di quel tipo».

Luke trattenne il fiato. L’immenso veicolo attaccante incombeva sulla tavola, sempre più grande. Ora riusciva a distinguere una cinquantina di cannoni... o erano antenne? Sei caccia TIE color rosso vivo comparvero su vettori convergenti, poi tutto a un tratto rallentarono bruscamente e tutti insieme. Sia i caccia sia i gusci di salvataggio cominciarono ora a decelerare lentamente verso la base aliena, evidentemente catturate da un raggio traente. Improvvisamente l’intera scena rimpicciolì e si allontanò. Chiunque avesse registrato quelle immagini se n’era andato alla svelta.

«Stanno facendo dei prigionieri», mormorò Madine, evidentemente preoccupato.

Mon Mothma si voltò verso un droide che fino a quel momento le era stato accanto in silenzio. «Cerca di accedere ai file codificati. Usa i più recenti codici imperiali in nostro possesso. E localizzami questo pianeta Bakura.» Luke fu sollevato nel constatare che anche l’informatissimo capo dell’Alleanza doveva chiedere dov’era quel sistema.

Il droide si voltò verso il tavolo di proiezione e reinserì il suo connettore. La scena della battaglia svanì. Al suo posto comparvero delle stelle in cui Luke riconobbe la parte esterna della stessa regione dei Territori Esterni in cui si trovavano loro. «Ecco, signora», annunciò il droide. Una delle stelle divenne rossa. «Secondo questo file, l’economia del sistema di Bakura è basata sull’esportazione di componenti per la tecnologia della repulsione, di frutta esotica candita e di liquore. È stata colonizzata da una corporazione mineraria durante gli ultimi anni delle guerre dei Cloni e annessa all’Impero circa tre anni fa, per assorbire e controllare la sua produzione di motori a repulsione.»

«La loro sottomissione è abbastanza recente perché possano ricordare bene cos’è l’indipendenza.» Mon Mothma appoggiò una snella mano sull’orlo del tavolo di proiezione. «Adesso mostrami Endor. Posizioni relative.»

Un’altra stella divenne blu. C1, ormai dimenticato accanto a Luke, emise un fischio leggero. Se Endor era lontana dai Mondi del Nucleo, Bakura lo era molto di più. «È praticamente l’ultimo dei mondi dei Territori Esterni», osservò Luke. «Anche attraverso l’iperspazio ci vorranno giorni per arrivare fin là. L’Impero non può fare niente per aiutarli.» Era strano pensare che qualcuno si rivolgesse all’Impero in cerca di aiuto. Evidentemente la vittoria decisiva dei Ribelli a Endor aveva condannato i Bakurani al loro destino, qualunque fosse, perché nemmeno la forza d’attacco imperiale stazionata vicino a loro li poteva aiutare: le forze dell’Alleanza l’avevano dispersa.

Da un altoparlante alla sua sinistra giunse chiaramente la voce di Leia. «Qual è la consistenza delle forze imperiali all’interno del sistema?»

Leia era ancora sulla superficie di Endor, nel villaggio degli Ewok. Luke non si era reso conto che lei era in ascolto, ma avrebbe dovuto immaginarlo. Si protese nella Forza e sfiorò la presenza confortante di sua sorella, avvertendo in lei una tensione che gli sembrava del tutto comprensibile. In teoria, Leia si stava riposando assieme a Han Solo. Doveva guarire dalla bruciatura di fulminatore alla spalla e aveva espresso il desiderio di aiutare i piccoli Ewok a seppellire i loro morti; non avrebbe certo dovuto essere lì a occuparsi di una nuova grana. Luke strinse le labbra. Aveva sempre amato Leia, aveva sempre sperato che...

Be’, ormai era acqua passata. Il droide del servizio informazioni le rispose attraverso il comunicatore: «Bakura è difesa da un presidio imperiale. Il mittente ha aggiunto al messaggio un poscritto nel quale ricorda all’imperatore Palpatine che le astronavi di cui dispongono sono antiquate, a causa dell' isolamento del sistema».

«Evidentemente l’Impero non si aspettava che qualcuno gli disputasse il possesso di Bakura.» La voce di Leia era piena di disprezzo. «Ma adesso non c’è più una Flotta Imperiale pronta ad accorrere in caso di bisogno. Ci vorranno settimane prima che l’Impero si possa riorganizzare, e allora Bakura potrebbe già essere caduta in mano alla forza di invasione... o essere entrata nell’Alleanza», finì in tono più vivace. «Se gli Imperiali non possono aiutare Bakura, dobbiamo farlo noi.»

L’immagine dell’ammiraglio Ackbar si piantò le mani palmate nelle vicinanze del torso. «Che cosa vuole dire, Altezza?»

Leia era appoggiata contro la parete di stoppie e fango di una capanna ewok; alzò gli occhi al tetto curvo di paglia. Han era seduto per terra accanto a lei, appoggiato a un gomito e impegnato a giocherellare distrattamente con un ramoscello.

Leia alzò di nuovo il comlink. «Se aiutiamo Bakura», rispose all’ammiraglio Ackbar, «potrebbero esserci tanto grati da abbandonare l’Impero. Potremmo liberarli.»

«E avere la loro tecnologia della repulsione», borbottò Han in direzione del ramoscello.

Leia non si lasciò distrarre. «È una possibilità per cui vale la pena impiegare una piccola task force. E ci sarà anche bisogno di un negoziatore.»

Han si distese con le mani dietro la testa e mormorò: «Se metti piede su un mondo fedele all’Impero, finirai dritta nel registro dei crediti di qualcuno. Hai una taglia sulla testa».

Leia si accigliò.

«Ma possiamo permetterci di mandare laggiù delle truppe nello stato in cui siamo?» ansimò Ackbar attraverso il comunicatore. «Abbiamo perso il venti per cento delle nostre forze e abbiamo sconfitto solo una parte della flotta dell’imperatore. Qualunque forza d’attacco imperiale potrebbe fare meglio di noi a Bakura.»

«Ma allora l’Impero laggiù manterrebbe il controllo. Abbiamo bisogno di Bakura come di Endor. Come abbiamo bisogno di ogni mondo che riusciamo a conquistare alla causa dell’Alleanza.»

A sorpresa, Han chiuse le mani sul comlink e lo tirò verso di sé. «Ammiraglio», disse, «io credo che non ci possiamo permettere di non andare. Una forza d’invasione di quelle dimensioni potrebbe voler dire guai seri per tutta questa parte della galassia. E lei ha ragione: dovremmo andare noi. Meglio mandare una nave che può battersela alla svelta, nel caso gli Imperiali si facessero venire delle idee.»

«E la taglia che hai tu sulla testa, fantademente?» sussurrò Leia.

Han soffocò i suoni provenienti dal comlink. «Non te ne vai da nessuna parte senza di me, Altezza.»

*     *     *

Luke studiava l’espressione di Mon Mothma e il senso che lei produceva nella Forza. «Dovrebbe essere un gruppo piccolo», disse piano, «ma una sola nave non basta. Ammiraglio Ackbar, vorrei che lei selezionasse un piccolo gruppo di combattenti che partano assieme al generale Solo e alla principessa Leia.»

Luke sollevò una mano. «Che cosa stanno facendo gli alieni? Perché prendono tanti prigionieri?»

«Il messaggio non lo dice», fece notare Madine.

«Allora sarà meglio che mandiamo anche qualcuno in grado di scoprirlo. Potrebbe essere importante.»

«Ma non lei, comandante. Non sembra proprio che ci possiamo permettere di aspettare che lei sia ristabilito.» Madine picchiò le dita su una ringhiera bianca. «Il gruppo dovrebbe partire entro un giorno standard.»

Luke non voleva restare indietro... anche se era sicuro che Han e Leia sapevano badare a se stessi.

D’altra parte, prima di poter partire doveva essere guarito e proprio in quel momento il generale Madine era diventato un paio di gemelli. Il suo nervo ottico lo stava avvertendo che era il momento di tornare orizzontale se voleva evitare la doppia umiliazione di svenire proprio lì nella sala di guerra. Lanciò un’occhiata alla ringhiera che separava la doppia fila di panche, domandandosi se la sedia a repulsione ce l’avrebbe fatta a scavalcarla. Aveva una gran voglia di dare un piccolo aiuto al campo a repulsione della sedia. C1-P8 emise una serie di rumori urgenti e materni.

Luke tese una mano verso i controlli della poltrona e disse: «Torno alla mia cabina. Tenetemi informato».

Il generale Madine incrociò le braccia sull’uniforme cachi.

«Dubito molto che la manderemo a Bakura.» Le vesti di Mon Mothma frusciarono mentre la donna si raddrizzava. «Consideri la sua importanza per l’Alleanza.»

«Ha ragione, comandante», ansimò il piccolo ammiraglio Ackbar olografico.

«Be’, non posso essere di aiuto a nessuno finché resto disteso.» Certo, se voleva conquistare il rispetto della Flotta Ribelle doveva liberarsi della sua reputazione di scavezzacollo. Yoda lo aveva incaricato di trasmettere ad altri quello che gli aveva insegnato. Per Luke questo voleva dire ricostruire l’Ordine Jedi... appena ne avesse avuta la possibilità. Chiunque poteva pilotare un caccia, ma nessun altro poteva reclutare e addestrare dei nuovi Jedi. Accigliato, si diresse verso la piattaforma dalla quale era sceso C1-P8, ruotò la sedia a repulsione e rispose a Mon Mothma e all’ammiraglio Ackbar, mentre saliva. «Almeno posso aiutarvi a mettere insieme la forza d’attacco.»

2

I pezzi grossi continuarono a confabulare mentre Luke si dirigeva verso il portello con la poltrona a repulsione. La guardia, un Gotal dalla pelliccia grigia, fece una smorfia involontaria mentre lo salutava. Luke ricordò che i Gotal avvertivano la Forza sotto forma di un vago ronzio nei loro corni percettivi conici, e accelerò per evitare di lasciare il devoto Gotal con un gran brutto mal di testa.

Ci, dietro di lui, strillò. Luke decelerò nel corridoio e permise al piccolo droide di raggiungerlo. C1 si aggrappò allo stabilizzatore sinistro della poltrona a repulsione e cominciò a spingere, emettendo una serie di rumori pigolanti.

«Sì, C1.» Luke appoggiò una mano sulla calotta azzurra di C1 e si lasciò spingere, grato, verso il centro medico. Pensava a mille navi aliene che convergevano verso... verso un mondo che ancora non riusciva a immaginare. Avrebbe tanto voluto vederlo, almeno con gli occhi della mente.

E voleva sapere perché gli alieni stavano prendendo tanti prigionieri.

Una volta raggiunta la clinica, si tolse gli stivali e tornò a distendersi sul lettino a repulsione. Era incredibilmente bello sentirlo cedere sotto il proprio peso. Dopo aver lanciato un’occhiata al serbatoio di fluido bacta di Wedge, chiuse gli occhi e si sforzò di credere che il suo dito potesse spingersi fino alla sala militare.

Che ci pensassero loro. Lui per adesso aveva chiuso. Letteralmente.

C1 emise un bip interrogativo. «Ripeti un po’?» chiese Luke.

C1 rotolò fino al portello aperto e protese un braccio manipolatore. La porta si chiuse.

«Oh! Grazie.» Evidentemente C1 pensava che gradisse spogliarsi in privato.

Ma era troppo stanco per pensare di svestirsi. Tirò le gambe sul letto. «C1», disse, «di’ a 2-1B di procurarti un data pad e vedi di raggiungere quei file codificati che erano sul drone imperiale. Vorrei dargli un’occhiata mentre riposo.»

La risposta di C1 scese minacciosamente di tono mentre il droide si allontanava, ma meno di un minuto più tardi era già di ritorno e si tirava dietro un carrello. Lo manovrò fino a portarlo accanto al lettino di Luke e lo collegò con la sua porta di ingresso dati.

«Bakura», disse Luke. «Tutti i file dei dati.»

Mentre il computer analizzava la sua voce per confermare il suo status e accertarsi che gli fosse consentito l’accesso alle informazioni richieste, Luke si stiracchiò e ammiccò. Mai prima di allora aveva tanto apprezzato la normale visione.

Un mondo azzurro, avvolto da nuvole come da una brina, apparve sullo schermo. «Bakura», disse una voce femminile neutra e matura. «Istituto cartografico imperiale, rapporto sei-zero-sette-sette-quattro.» Le nubi si avvicinarono. La visione di Luke si tuffò oltre la coltre bianca per sorvolare una vasta catena di montagne verdi. Due ampi fiumi scendevano paralleli lungo una vallata, poi serpeggiavano fino a un delta verdeggiante. Luke immaginò odori ricchi, umidi, simili a quelli di Endor. «Salis D’aar, capitale planetaria, è la sede del governatorato imperiale. Il contributo di Bakura alla sicurezza dell’Impero include un modesto apporto di materiali strategici...»

Così verde. Così umida. Luke chiuse gli occhi. La sua testa si chinò.

...Era disteso sul ponte di un’astronave sconosciuta. Un gigantesco alieno rettiliforme, coperto di scaglie marrone e con una testa enorme, sovradimensionata al corpo, veniva verso di lui a passo di corsa agitando un’arma. Luke accese la spada laser, ma il contatto con le dita dell’imperatore l’aveva sporcata e resa enormemente pesante; gli sfuggì dalle dita. Fu allora che riconobbe l’«arma» che il rettile gli puntava contro: il controllore di un bullone di costrizione usato per il controllo dei droidi. Ridendo, balzò in posizione di combattimento. Il controllore tenuto in mano dal rettile ronzò. Luke si immobilizzò.

«Cosa?» Incredulo, abbassò lo sguardo. Aveva il corpo rigido, articolato di un droide. Di nuovo il rettile alzò il controllore...

Luke lottò per riprendere conoscenza. Avvertiva nella Forza una presenza potente e si mise a sedere troppo in fretta: quelli che sembravano due martelli invisibili lo colpirono sul cranio.

Lo schermo si era spento. Ai piedi del suo lettino a repulsione sedeva Ben Kenobi, vestito come al solito di quegli abiti tessuti in casa che era solito portare in vita e che ora sotto le fioche luci notturne della cabina emettevano una luce tenue. «Obi-Wan?» mormorò Luke. «Che cosa sta succedendo a Bakura?»

Particelle d’aria ionizzate danzavano attorno alla figura. «Tu andrai a Bakura», comandò l’apparizione.

«È così grave?» chiese Luke brutalmente, senza però veramente aspettarsi una risposta. Ben di rado ne dava. Sembrava che apparisse soprattutto per rimproverarlo, come un maestro che anche dopo il diploma del suo allievo non riesce a fare a meno di dargli consigli (non che Ben avesse potuto finire il suo addestramento).

Obi-Wan si spostò sul letto, ma il letto non si mosse in risposta. Non era una manifestazione fisica, questa. «L’imperatore Palpatine aveva contattato gli alieni che stanno attaccando Bakura», disse l’apparizione, «durante una delle sue meditazioni nella Forza. Gli ha offerto un accordo che ora non può più essere onorato.»

«Che genere di accordo?» chiese Luke piano. «Qual è il pericolo che i Bakurani stanno correndo?»

«Tu devi andare.» Ben ancora non ascoltava le domande di Luke. «Se non ti occupi personalmente di questa faccenda, personalmente, Luke, Bakura e tutti gli altri mondi, sia alleati sia imperiali, conosceranno un disastro di proporzioni inimmaginabili.»

Dunque era proprio grave quanto avevano temuto. Luke scosse la testa. «Ho bisogno di saperne di più. Non posso gettarmi alla cieca in qualcosa in cui...»

L’aria sembrò bruciare e implodere e l’apparizione svanì, suscitando deboli correnti d’aria nella stanza.

Luke gemette. Avrebbe dovuto trovare il modo di convincere il comitato medico a dimetterlo e poi far sì che l’ammiraglio Ackbar gli desse questo incarico. Avrebbe promesso di riposare e riprendersi durante il viaggio nell’iperspazio, sempre che riuscisse a farsi venire in mente come. Improvvisamente l’idea di una battaglia non lo eccitava più.

Chiuse gli occhi e sospirò. Il maestro Yoda sarebbe stato contento, adesso.

«C1», disse, «chiama l’ammiraglio Ackbar.»

C1 cigolò.

«Lo so che è tardi, scusati per averlo svegliato. Digli...» Si guardò intorno. «Digli che se non se la sente di venire nella clinica, possiamo trovarci nella sala militare.»

*     *     *

«E quindi, vedete...» Luke alzò lo sguardo. La porta dell’infermeria si aprì. Han e Leia rimasero fermi sulla soglia per un attimo, poi si infilarono fra il generale Madine, che era in piedi lì vicino e Mon Mothma, seduta su un’unità di stasi.

«Scusate», borbottò Han. 2-1B aveva dato il suo consenso alla conferenza, purché Luke non lasciasse il centro medico. Questo salottino affollato, bianco candido come il resto del centro medico, veniva usato quando si rendeva necessario come deposito provvisorio di unità di stasi a freddo. Il «sedile» di Mon Mothma conteneva un Ewok ferito a morte, che riposava in animazione sospesa in attesa che l’Alleanza lo potesse trasportare in un ospedale attrezzato.

Han indietreggiò fino a mettere la schiena contro la paratia. Leia si sedette accanto a Mon Mothma.

«Continui.» L’immagine miniaturizzata dell’ammiraglio Ackbar splendeva sul pavimento accanto a C1 che, stando sull’attenti, lo proiettava. «Quindi, il generale Kenobi le ha dato degli ordini?»

«Esatto, signore.» Luke avrebbe preferito che Leia e Han non avessero interrotto il suo racconto proprio nel momento più eccitante.

L’ammiraglio Ackbar si sfregò i tentacoli del sottomento con una mano palmata. «Ho studiato le offensive del generale Kenobi. Erano magistrali. Non ho mai avuto molta fede nelle apparizioni, ma il generale Kenobi era uno dei cavalieri Jedi più potenti e della parola del comandante Skywalker in genere ci si può fidare.»

Il generale Madine si accigliò. «Il capitano Wedge Antilles si potrebbe riprendere del tutto, in tempo perché il gruppo d’assalto possa raggiungere Bakura. Avevo pensato di affidare a lui il comando della forza... senza offesa, generale», aggiunse, con un pallido sorriso diretto a Han.

«Non sono offeso», disse Han con voce pigra. «Ma appena tentate di separarmi dall’ambasciatore qui presente, vi vedrete tornare indietro i miei gradi.»

Luke nascose un sorriso dietro una mano. Mon Mothma aveva già incaricato Leia di rappresentare l’Alleanza sia su Bakura sia presso gli Imperiali stazionati laggiù; le aveva perfino chiesto di tentare un contatto con gli alieni. «Immagina come diverrebbe temibile la nostra sfida all’Impero se avessimo nei nostri ranghi una forza militare aliena», aveva azzardato Mon Mothma.

«Ma il comandante Skywalker è in condizioni di salute molto più precarie», dichiarò Ackbar.

«Non sarà più così una volta che avremo raggiunto Bakura.»

«Dobbiamo tener conto di ogni eventualità.» La testa rossiccia di Ackbar ondeggiò. «Dobbiamo difendere Endor e abbiamo promesso al generale Calrissian il nostro aiuto per liberare Bespin...»

«Ho parlato con Lando», interruppe Han. «Dice di avere un paio di idee tutte sue su quest’affare, ma che comunque vi ringrazia.» Le forze imperiali avevano assunto il controllo di Cloud City quando Lando Calrissian, il suo amministratore unico, era fuggito con Leia e Chewie per inseguire il cacciatore di taglie che si era portato via un Han congelato nel carbonio. Lando aveva dovuto dimenticarsi di Cloud City durante l’attacco a Endor, a cui aveva partecipato. Però gli avevano promesso tutte le navi di cui sarebbero riusciti a fare a meno, una volta finita la battaglia.

Ma Lando era sempre stato incline al gioco d’azzardo solitario.

«Allora manderemo a Bakura una forza d’attacco piccola ma forte», dichiarò Ackbar, «che aiuti la principessa Leia nel suo ruolo di negoziatore capo. La maggior parte dei combattimenti avverranno molto probabilmente nello spazio, non sulla superficie. Cinque cannoniere corelliane e una corvetta scorteranno il nostro incrociatore più piccolo. Sarà abbastanza per lei, comandante Skywalker?»

Luke si scosse. «Sta affidando il comando a me, signore?»

«Non mi sembra che abbiamo altra scelta», affermò Mon Mothma con voce tranquilla. «Il generale Kenobi le ha parlato. Il suo stato di servizio è impeccabile. Aiuti Bakura per noi e poi si ricongiunga immediatamente alla flotta.»

Euforico per l’onore, Luke la salutò.

Il giorno dopo, sul presto, Luke esaminò lo stato di servizio del nuovo incrociatore ribelle, la Flurry. «È pronta a salpare», osservò.

«Più che pronta, comandante.» Il capitano Tessa Manchisco gli diede di gomito. Fresca fresca dal servizio nella Guerra Civile Virgilliana, il capitano Manchisco portava i lunghi capelli neri in sei grosse trecce che scendevano sulla sua uniforme color crema. Aveva accettato con piacere la missione su Bakura. La sua Flurry, un piccolo incrociatore dall’aria poco convenzionale, sul quale erano stati adattati tutti i componenti rubati della tecnologia imperiale che gli opportunistici Virgilliani erano riusciti a farci entrare, aveva solo Virgilliani come ufficiali di coperta: oltre a Manchisco, c’erano tre umani e un navigatore Duro dagli occhi rossi e senza naso. Dentro gli hangar della Flurry gli uomini dell’ammiraglio Ackbar erano riusciti a fare entrare venti caccia Ala-X, tre Ala-A e quattro caccia Ala-B specializzati nell’assalto agli incrociatori, tutti quelli di cui l’Alleanza aveva ritenuto di poter fare a meno.

Gettando uno sguardo fuori dall’oblò triangolare di prua della Flurry, Luke vide due cannoniere corelliane. A fianco e sopra il trasporto (anche in gravità zero una formazione stabiliva un «sotto» un «sopra»), c’era il mercantile più veloce di quel quadrante della galassia, il Millennium Falcon.

Han, Chewbacca, Leia e D-3BO si erano imbarcati meno di un’ora prima.

L’entusiasmo iniziale di Luke per il suo comando era già svanito. Una cosa era pilotare un caccia agli ordini di qualcun altro, con la Forza come alleato, la strategia però era tutta un’altra cosa. Adesso il responsabile di ogni vita e di ogni nave era lui e solo lui.

D’altra parte, non aveva fatto altro che studiare tattica e strategia finora. E adesso... Be’, per dire la verità non vedeva l’ora di...

Oooops. Improvvisamente le nocche delle mani gli dolevano. Gli parve di udire o di ricordare, la risatina chioccia di Yoda.

Fece una smorfia, chiuse gli occhi e si rilassò. Le ossa gli facevano ancora male, tutte quante, ma aveva promesso a 2-1B che si sarebbe riposato e sarebbe guarito grazie alla sua disciplina jedi. Avrebbe tanto voluto sentirsi un po’ meglio, però.

«Tutti ai propri posti per il salto iperspaziale», ordinò Manchisco. «Comandante, forse è il caso che lei si allacci le cinture.»

Luke si guardò attorno, passando in rassegna lo spartano ponte di comando esagonale: oltre alla sua poltrona di comando c’erano altre tre stazioni, una serie di quadri e schermi per il combattimento, ora scuri e inattivi e un unico terminale per un droide tipo C1, attualmente occupato dall’unità dei Virgilliani. Si allacciò le cinture, chiedendosi quale era il «disastro» che a Bakura aspettava la sua personale attenzione.

Su uno dei ponti esterni del grande incrociatore da battaglia chiamato Shriwirr, Dev Sibwarra appoggiò la sua snella mano scura sulla spalla sinistra di un prigioniero. «Va tutto bene», disse piano. Il terrore dell’altro umano colpiva la sua mente come una frusta. «Non proverai nessun dolore. Ti aspetta una meravigliosa sorpresa.» Davvero meravigliosa: una vita senza fame, freddo, o tormentosi desideri personali.

Il prigioniero, un Imperiale dalla pelle molto più chiara di quella di Dev, era afflosciato nella poltrona da intecnamento. Aveva smesso di protestare e respirava affannosamente. Morbidi legacci di gomma trattenevano le braccia, le gambe, il collo e le ginocchia, ma solo per sostenerlo. Con il sistema nervoso deionizzato all’altezza delle spalle, non poteva muoversi né lottare. Un sottile tubicino infilato nel collo faceva colare in ognuna delle arterie carotidi una soluzione magnetizzante color azzurro pallido fra il ronzio di minuscole unità di pompaggio. Ci volevano solo pochi millilitri di soluzione magnetica per arrotare i deboli, fluttuanti campi magnetici delle onde cerebrali umane all’apparato di intecnamento degli Ssi-ruuk.

Dietro Dev, il padrone Firwirrung trillò una domanda in lingua ssi-ruuvi. «È calmo adesso?»

Dev accennò un inchino in direzione del suo padrone e parlò in ssi-ruuvi. «Quanto basta», cantò. «È quasi pronto.»

Lucide scaglie rosso mattone proteggevano i due metri di lunghezza di Firwirrung dal muso a becco alla lunga coda muscolosa e una grossa cresta nera a forma di «V» gli decorava la testa. Non era grande per uno Ssi-ruu, ma stava ancora crescendo e sul suo bel petto dove le scaglie avevano cominciato a separarsi si vedevano solo pochi marchi d’età. Firwirrung abbassò l’arco d’intecnamento largo e lucente, di metallo bianco, e coprì il prigioniero dal naso allo sterno. Dev riusciva appena a vedere le pupille dell’uomo che si dilatavano oltre l’apparato. Da un momento all’altro...

«Ora», annunciò Dev.

Firwirrung toccò un comando. La sua grossa coda si agitava per la contentezza. Oggi il bottino della flotta era stato più che buono. Dev, come il suo padrone, avrebbe lavorato fino a tarda notte. Prima dell’intecnamento, i prigionieri erano sempre rumorosi e pericolosi. Ma dopo, le loro energie andavano a controllare i droidi degli Ssi-ruuk.

L’arco di intecnamento emetteva un ronzio sempre più acuto. Dev si allontanò. Dentro a quel tondo cranio umano un cervello drogato dalla soluzione magnetica stava perdendo ogni controllo. Anche se il padrone Firwirrung gli aveva assicurato che il trasferimento dell’energia incorporea era indolore, tutti i prigionieri a questo punto urlavano.

Così fece questo, appena Firwirrung fece scattare l’interruttore nell’arco di intecnamento. L’arco vibrò in risonanza mentre l’energia del cervello umano veniva risucchiata dal magnete perfettamente accordato alla soluzione magnetica. Attraverso la Forza si diffuse un ululato di indescrivibile angoscia.

Dev barcollò e si aggrappò alla certezza che gli aveva dato il suo padrone: che i prigionieri immaginavano soltanto di soffrire. E lui immaginava soltanto di avvertire il loro dolore. Quando il corpo urlava, già tutte le energie di quel particolare soggetto erano saltate nell’arco di intecnamento. Il corpo urlante era già morto.

«Trasferimento completato.» Il fischio flautato di Firwirrung aveva un sottotono divertito. Quell’atteggiamento paterno metteva Dev a disagio. Lui era un inferiore. Un umano. Soffice e vulnerabile, come una larva biancastra prima della metamorfosi. Non desiderava altro che sedersi nell’apparato di intecnamento, per poter trasferire la sua energia vitale in un potente droide da combattimento. Maledì in silenzio il talento che lo condannava ad aspettare ancora.

L’arco di intecnamento ronzò più forte ancora, carico, più vivo ora del corpo afflosciato nella sedia. Firwirrung si voltò per mettersi di fronte a una parete metallica tempestata di scaglie esagonali. «Pronti laggiù?» La sua domanda venne pronunciata come un fischio labiale che saliva e finiva in uno schiocco del becco dentato, seguito da due fischi sibilati e da una glottale. C’erano voluti anni e innumerevoli sedute di condizionamento ipnotico perché Dev riuscisse a padroneggiare lo Ssi-ruuvi, ma in compenso le sedute lo avevano lasciato con un desiderio fremente di compiacere Firwirrung, il capo della sezione intecnamento.

L’intecnamento era un lavoro senza fine. L’energia vitale, come ogni altra energia, può essere conservata nel giusto tipo di batteria. Ma l’attività elettrica del cervello, che accompagna tale energia nei droidi, finisce sempre per sviluppare delle armoniche distruttive. I circuiti vitali dei droidi «morivano» di una fatale psicosi.

Eppure, anche così le energie umane resistevano, una volta intecnate, più a lungo di qualunque altra specie, sia che fossero incorporate nei circuiti di una nave sia che motivassero i droidi da combattimento.

Finalmente il ponte 16 del grande incrociatore da battaglia fischiò una risposta affermativa. Firwirrung pigiò un bottone con una delle tre dita del suo artiglio anteriore. L’arco di intecnamento ora era tornato silenzioso. L’energia vitale del fortunato umano era passata in una bobina dietro un grappolo piramidale di sensori in un piccolo droide da combattimento. Ora sarebbe stato capace di vedere su tutte le lunghezze d’onda e in tutte le direzioni. Non avrebbe mai più avuto bisogno di ossigeno o di calore, di cibo o di sonno. Libero dalla disagevole necessità dell’arbitrio e dal dover prendere decisioni da solo, ora il suo nuovo corpo avrebbe risposto volentieri a qualunque ordine degli Ssi-ruuk.

Obbedienza perfetta. Dev chinò la testa, desiderando ardentemente di essere al posto dell’umano. Le navi droidi non pativano tristezza né dolore. Una metamorfosi gloriosa, fino al giorno in cui il fuoco nemico non avesse distrutto la bobina... o quelle armoniche distruttive non l’avessero disaccoppiata dai circuiti di controllo.

Firwirrung ripose l’arco di intecnamento, le flebo e i legacci. Dev tolse la spoglia vuota dalla sedia e la fece scivolare in un boccaporto esagonale. Il corpo cadde, sparendo nelle tenebre.

Con la coda rilassata, Firwirrung si allontanò dalla sedia. Si versò una tazza di rosso ksaa mentre Dev abbassava una bocchetta e spruzzava più volte la sedia. I residui biologici scorsero assieme all’acqua giù per lo scarico al centro del sedile.

Dev tornò ad alzare la bocchetta, l’assicurò al suo posto, poi azionò un interruttore che avrebbe riscaldato e asciugato la sedia. «Pronti», fischiò. Si voltò verso il portello, in ansiosa attesa.

Due piccoli P’w’eck ancora giovani portarono il prigioniero seguente, un umano rugoso con otto rettangoli rossi e blu sul petto della sua uniforme imperiale grigio-verde e un ciuffo disordinato di capelli bianchi. Si dibatteva disperatamente nel tentativo di liberare le braccia dagli artigli delle guardie. La tunica non gli offriva che una protezione pateticamente inefficiente. Già del rosso sangue umano colava dalia pelle attraverso la manica strappata.

Se solo avesse capito quanto era inutile la sua resistenza. Dev avanzò. «Va tutto bene.» Teneva il suo proiettore ionico, uno strumento medico che poteva anche servire come arma, nella decorazione a righe blu e verde della sua lunga tunica. «Non è come pensi, niente affatto.»

Gli occhi dell’uomo si spalancarono tanto da far vedere l’osceno bianco della sclera tutt’attorno all’iride. «Come penso?» ripeté l’uomo e i suoi sentimenti nella Forza erano un vortice di panico. «Chi sei tu? Che cosa ci fai qui? Aspetta... tu sei quello...»

«Io sono tuo amico.» Tenendo gli occhi semichiusi per nascondere la sclera (aveva solo due palpebre, non tre come il suo padrone), Dev appoggiò la mano destra sulla spalla dell’uomo. «E sono qui per aiutarti. Non avere paura.» Per favore, aggiunse fra sé. La tua paura mi fa così male. E tu sei fortunato. Sarà una cosa veloce. Premette il proiettore ionico contro il collo del prigioniero. Sempre tenendo l’attivatore premuto, lo fece scorrere lungo la spina dorsale dell’uomo.

I muscoli dell’ufficiale imperiale si rilassarono. Le sue guardie lo lasciarono cadere a terra sulle piastrelle grigie. «Goffi servi!» Firwirrung balzò in avanti sulle potenti zampe posteriori, la coda rigida mentre riprendeva severamente i piccoli P’w’eck. Se si trascurava la mole e la mancanza di colorazione, potevano apparire quasi identici ai loro padroni Ssi-ruuk... almeno da lontano. «Rispettate i prigionieri», cantò Firwirrung. Poteva anche essere giovane per il suo grado, ma di certo sapeva farsi rispettare.

Dev aiutò gli altri tre a sollevare e mettere in posizione l’umano sudato e puzzolente. Perfettamente cosciente, perché in caso contrario l’arco d’intecnamento non avrebbe funzionato, l’uomo riuscì in qualche modo a proiettarsi giù dalla sedia. Dev lo afferrò per le spalle, sforzando la propria schiena. «Rilassati», mormorò Dev. «Va tutto bene.»

«Non fatelo!» supplicò il prigioniero. «Ho amici potenti! Pagheranno qualsiasi cifra per il mio rilascio!»

«Ci piacerebbe molto incontrare i tuoi amici. Ma non ti possiamo privare di questa gioia.» Dev lasciò che il centro del suo spirito galleggiasse sopra la paura del prigioniero, poi l’abbassò come una coperta consolante. Appena i P’w’eck ebbero assicurato bene i legacci, Dev mollò la presa e si massaggiò la schiena. La zampa anteriore di Firwirrung scattò in avanti, inserendo uno degli aghi della fleboclisi. Non aveva sterilizzato l’ago: non era necessario.

Finalmente il prigioniero, incapace di difendersi, fu pronto per il trasferimento. Un liquido chiaro colava da un occhio e dall’angolo della bocca. Le pompe spingevano il fluido magnetizzato su lungo il tubicino della fleboclisi.

Un’altra anima liberata, un’altra nave droide pronta alla conquista dell’Impero umano.

Cercando di ignorare la faccia bagnata dell’umano e il suo terrore snervante, Dev appoggiò una snella mano scura sulla spalla sinistra del prigioniero. «Va tutto bene», disse piano. «Non ci sarà nessun dolore. Ti aspetta una meravigliosa sorpresa.»

Per tutto il giorno i prigionieri vennero intecnati senza problemi, a parte una femmina che riuscì a liberarsi dalla presa di un servo P’w’eck e che si sfracellò la testa contro una paratia prima che Dev riuscisse ad afferrarla. Dopo diversi minuti passati nel tentativo di rianimarla, il padrone Firwirrung abbassò testa e coda in segno di sconfitta. «Niente da fare», fischiò pieno di rammarico. «Che triste spreco. Riciclatela.»

Dev ripulì tutto. L’intecnamento era un lavoro nobile e lui sentiva profondamente l’onore di esservi coinvolto, anche se il suo ruolo si limitava a quello di un servo che usava la Forza per calmare i soggetti. Infilò il proiettore ionico nel suo alloggiamento sotto una mensola, con la parte piatta in alto e lo spinse finché non sentì che la bocchetta di proiezione appuntita era agganciata al caricatore. L’impugnatura nodosa, disegnata apposta per la sua mano a cinque dita, pendeva sotto la cocca.

Firwirrung condusse Dev attraverso gli spaziosi corridoi della nave fino al loro alloggio e per rilassarsi versò una dose di ksaa per entrambi. Dev accettò la bevanda con gratitudine, seduto sull’unica sedia presente nella cabina circolare. Gli Ssi-ruuk non avevano bisogno di mobili. Sibilando di contentezza, Firwirrung sistemò comodamente la grossa coda e i quarti posteriori sul tiepido pavimento grigio della cabina. «Sei contento, Dev?» chiese. I suoi liquidi occhi neri ammiccarono da sopra la tazza di ksaa, riflettendo la tinta rossa del tonico amaro.

Era un’offerta di sollievo. Quando la sua esistenza rendeva Dev triste, quando il senso di completezza che aveva provato accanto alla presenza di sua madre nella Forza cominciava a mancargli troppo, Firwirrung lo portava dall’anziano Sh’tk’ith dalle scaglie blu, per sottoporlo alla terapia rigenerante.

«Molto contento», rispose Dev sinceramente. «È stata una buona giornata di lavoro. C’è stata molta bontà.»

Firwirrung annuì saggiamente. «Molta bontà», fischiò in risposta. Le lingue che gli servivano per sentire gli odori saettarono fuori dalle sue narici, annusando-gustando la presenza di Dev. «Tenditi, Dev. Che cosa vedi questa sera nell’universo invisibile?»

Dev sorrise debolmente. Il suo padrone aveva voluto fargli un complimento. Gli Ssi-ruuk erano ciechi alla Forza. Dev sapeva, ora, che era lui l’unico sensitivo, umano o alieno, che avessero mai incontrato.

Attraverso Dev, gli Ssi-ruuk erano venuti a sapere della morte dell’imperatore appena pochi attimi dopo che era avvenuta. La Forza esisteva in tutte le forme di vita e lui aveva sentito l’onda d’urto propagarsi attraverso lo spazio e lo spirito.

Qualche mese prima, l’imperatore Palpatine aveva offerto agli Ssi-ruuk dei prigionieri in cambio di caccia droidi da poter usare per i fini dell’Impero e sua potenza lo Shreeftut aveva accettato prontamente. Palpatine non poteva sapere quante dozzine di milioni di Ssi-ruuk vivevano su Lwhekk, nel loro distante ammasso stellare. L’ammiraglio Ivpikkis, invece, aveva catturato e interrogato diversi umani. Così aveva scoperto che il loro Impero si estendeva per diversi parsec. I suoi innumerevoli sistemi stellari erano come tiepide sabbie da schiusa, pronti ad accogliere la semina degli Ssi- ruuk.

Ma poi l’imperatore era morto. Non ci sarebbe più stato nessun accordo. Gli umani traditori avevano abbandonato la flotta ssi-ruuvi mandata in avanscoperta senza preoccuparsi di come questa, con l’energia quasi esaurita poteva tornare a casa. Così l’ammiraglio Ivpikkis si era fatto avanti con l’incrociatore da battaglia Shriwirr e una piccola forza d’avanguardia, costituita da appena una mezza dozzina di navi d’attacco dotate d’equipaggiamento di supporto per l’intecnamento. Il grosso della flotta era rimasto indietro, ad aspettare notizie della vittoria o del fallimento.

Se fossero riusciti a conquistare un mondo umano di una qualche importanza, quell’equipaggiamento di intecnamento, sotto il comando del suo padrone Firwirrung, gli avrebbe consentito di impadronirsi dell’intero Impero umano. Bakura, appena fosse caduta, avrebbe fornito la tecnologia per costruire un’altra dozzina di sedie d’intecnamento. Ogni Bakurano intecnato avrebbe comandato o difeso un droide da combattimento o avrebbe rivitalizzato qualche componente di uno degli incrociatori. Con dozzine di squadre di intecnamento pronte e addestrate, la flotta ssi-ruuvi avrebbe potuto conquistare i popolosi Mondi del Nucleo. I pianeti da liberare erano dozzine di migliaia. C’era tanta bontà da distribuire.

Dev provava un’ammirazione sconfinata per il coraggio dei suoi padroni, che avevano rischiato tanto ed erano venuti da tanto lontano per il bene dell’Impero ssi-ruuvi e la liberazione delle altre specie. Quando uno Ssi- ruu moriva lontano dal suolo consacrato di uno dei suoi mondi, sapeva che il suo spirito si sarebbe aggirato per sempre, solo, nell’universo.

Dev scosse la testa e rispose: «All’esterno, sento solo il vento tranquillo della vita. A bordo dello Shriwirr, lutto e confusione tra i tuoi nuovi figli».

Firwirrung accarezzò il braccio di Dev, la sua soffice pelle priva di scaglie si arrossò un po’ sotto il tocco dei tre artigli. Dev sorrise: sapeva che cosa provava il suo padrone. Firwirrung non aveva a bordo compagni di schiusa; la vita militare comporta lunghe ore solitarie e terribili rischi. «Padrone», chiese Dev, «forse che, un giorno.., potremo tornare su Lwhekk?»

«Io e te non torneremo mai a casa, Dev. Ma presto consacreremo un nuovo pianeta nella tua galassia. Faremo arrivare la nostra famiglia...» Firwirrung guardò la sua cuccia e una zaffata di acre alito di rettile sfiorò la faccia di Dev.

Dev non ebbe alcun moto di disgusto. Era abituato a quell’odore. L’odore del suo corpo invece disgustava gli Ssi-ruuk e quindi lui beveva dei solventi speciali con i quali, inoltre, si lavava quattro volte al giorno. In particolari occasioni, si radeva completamente. «Una covata tutta sua», mormorò.

Firwirrung piegò la testa e lo fissò con un occhio nero. «Il tuo lavoro mi aiuta ad avvicinarmi sempre di più a quella covata. Ma per adesso, sono stanco.»

«La sto tenendo sveglio», esclamò Dev, pentito. «La prego, riposi. Io arriverò subito.»

Una volta che Firwirrung fu sistemato nel suo nido di cuscini, il corpo intiepidito dai generatori del ponte sottostante e le tre palpebre che proteggevano i begli occhi neri, Dev fece il bagno serale e bevve i suoi farmaci deodoranti. Per distrarsi dai crampi all’addome che immancabilmente seguivano l’assunzione delle medicine, avvicinò la sedia a un lungo banco-scrivania curvo. Tolse dalla libreria un libro non ancora finito e lo caricò nel suo lettore.

Da mesi stava lavorando a un progetto che gli avrebbe permesso di servire l’umanità ancora meglio di quanto la serviva ora (in effetti, temeva che gli Ssi-ruuk avrebbero finito per intecnarlo in un circuito che avrebbe completato questo lavoro, invece che nel droide da combattimento che lui sperava di ottenere).

Anche prima che gli Ssi-ruuk lo adottassero sapeva leggere e scrivere, sia in lettere sia in notazione musicale. Combinando le due simbologie, stava escogitando un sistema per scrivere lo ssi-ruuvi in simboli umani. Sul pentagramma annotava l’altezza dei suoni. Con alcuni simboli inventati da lui annotava se il fischio era labiale, linguale, semilinguale o gutturale. Le lettere mostravano le vocali e i passaggi finali. Per scrivere «Ssi-ruu» ci voleva un’intera riga di notazioni. Un fischio semilinguale saliva di una quinta perfetta mentre la bocca formava la lettera «e». Poi un fischio labiale giù di una terza minore. Ssi-ruu era la forma singolare. Il plurale, Ssi- ruuk, finiva con uno schiocco in gola. La lingua ssi-ruuvi era complessa ma dolcissima, come il canto degli uccelli che Dev ricordava dalla sua infanzia sul pianeta G’rho.

Dev aveva un buon orecchio, ma il compito di codificare il linguaggio alieno era complesso e invariabilmente, all’ora tarda in cui si metteva a lavorare, se ne sentiva sopraffatto. Appena i crampi e la nausea furono passati, spense il visore e strisciò nel buio verso l’odore vagamente fetido del letto di Firwirrung. Usò alcuni dei cuscini per isolare il suo corpo dal sangue troppo freddo dal calore del ponte sottostante. Poi si accucciò nell’angolo più lontano dal suo padrone e pensò alla sua casa.

I doni di Dev avevano attirato l’attenzione di sua madre già in tenera età, quando ancora erano su Chandrila. Sua madre era un’apprendista Jedi, che non aveva completato il suo addestramento e che gli aveva potuto insegnare solo poco sulla Forza. Ma l’avevano sempre usata per comunicare, anche a grande distanza.

Poi era arrivato l’Impero, che aveva perseguitato e ucciso i Jedi. La sua famiglia era fuggita su G’rho, un pianeta isolato sull’orlo della galassia.

Subito dopo il loro arrivo, erano giunti gli Ssi-ruuk. La presenza di sua madre nella Forza era svanita, lasciandolo su un mondo straniero, orfano e spaventato davanti alle astronavi nemiche. Il padrone Firwirrung gli diceva sempre che i genitori di Dev lo avrebbero ucciso, se avessero potuto, piuttosto che lasciare che gli Ssi-ruuk lo adottassero. Che pensiero terrificante... il loro stesso figlio!

Ma Dev era sfuggito a entrambe le morti. Le avanguardie ssi-ruuvi lo avevano scoperto mentre si nascondeva nelle rovine. Affascinato dalle lucertole giganti con gli scuri occhi tondi, il piccolo undicenne aveva accettato da loro cibo e affetto. Lo avevano rispedito su Lwhekk, dove era vissuto per cinque anni. Alla fine, aveva scoperto perché non lo avevano intecnato subito. Le sue straordinarie abilità mentali facevano di lui uno strumento prezioso per la ricognizione di altri sistemi stellari umani. E gli permettevano anche di calmare i soggetti destinati all’intecnamento. Gli sarebbe tanto piaciuto sapere che cosa aveva detto o fatto per rivelargli i suoi poteri.

Aveva insegnato agli Ssi-ruuk tutto quello che sapeva degli umani, da come pensavano a come si comportavano, a come si vestivano (compreso il particolare delle scarpe, che li aveva divertiti a non finire). Li aveva già aiutati a conquistare diversi avamposti isolati su pianeti periferici. Ma Bakura sarebbe stato il pianeta chiave... stavano vincendo! Presto agli Imperiali che difendevano Bakura non sarebbero più rimaste navi da guerra e gli Ssi-ruuk si sarebbero potuti avvicinare al popoloso pianeta. Una dozzina di mezzi da sbarco dei P’w’eck erano già stati caricati con bombe paralizzanti, ed erano pronti a scaricarli sugli umani appena fosse venuto il momento.

Su un canale di comunicazione standard Dev aveva già annunciato ai Bakurani la buona notizia che presto sarebbero stati liberi dalle loro limitazioni umane. Il padrone Firwirrung aveva detto che una certa resistenza era normale: a differenza degli Ssi-ruuk, gli umani avevano paura dell’ignoto. E l’intecnamento era un genere di cambiamento dal quale nessuno tornava per riferire. Dev sbadigliò. I suoi padroni lo avrebbero protetto dall’Impero e un giorno lo avrebbero ricompensato. Firwirrung gli aveva promesso che sarebbe stato accanto a lui e avrebbe abbassato di persona l’arco d’intecnamento.

Dev si sfregò la gola con aria sognante. Gli aghi sarebbero entrati... qui. E qui. Un giorno, un giorno.

Si coprì la testa con le braccia e dormì.

3

Sotto gli occhi di Luke, le strisce luminose delle stelle si accorciarono e ridussero a punti sul visore triangolare di prua, mentre la Flurry e le sue sette navi di scorta uscivano dall’iperspazio. Una volta controllati gli scudi deflettori, girò la sedia per controllare il rapporto sullo stato del sistema compilato dal computer principale, mentre l’ufficiale addetto alle comunicazioni del capitano Manchisco passava in rassegna i canali imperiali standard. Luke si sentiva meglio, almeno finché si muoveva lentamente.

I sensori mostravano otto pianeti, nessuno dei quali si trovava nel posto previsto dal programma MasterNav dell’Alleanza. Era contento che Manchisco non avesse dato peso alla sua impazienza, avesse fatto i suoi piani con calma e avesse deciso di uscire dalla velocità luce all’esterno del sistema. La donna gli gettò un’occhiata piena di sottintesi. Luke si toccò un sopracciglio in segno di saluto, poi annuì al navigatore Duro, che ammiccava con gli enormi occhi rossi e gorgogliava qualcosa.

«Dovere, dice», tradusse Manchisco.

Una mezza dozzina di ovoidi bitorzoluti erano raggruppati attorno al terzo pianeta del sistema, circondati, sui suoi schermi, da una tempesta di sabbia virtuale composta di piccoli caccia. Erano tutti rossi, il che per il computer significava «possibile minaccia», ma manovravano in modo frenetico, rompendo la formazione e raggruppandosi di nuovo, avvicinandosi per poi fuggire. Era ovvio che non appartenevano tutti alla stessa parte. Luke gettò uno sguardo al figliolo prediletto della mente del generale Dodonna, l’Analizzatore Computerizzato di Battaglia. Aveva accettato di portarsi dietro un prototipo dell’ACB e adesso aveva bisogno di dati da immetterci per provarlo.

«Sembra proprio una bella festa, ragazzo», disse la voce di Han dall’altoparlante al suo fianco.

«Sembra di sì», rispose Luke. «Stiamo chiamando gli Imperiali proprio adesso. Non c’è ragione...»

«Signore», interruppe l’addetto alle comunicazioni.

«Un momento.» Luke si allontanò dal microfono spingendo la sedia con un colpo dì piede e ottenendo come ricompensa un crampo alla gamba. Be’, era quasi guarito. «Ha ricevuto risposta?»

Il giovane virgilliano dalle spalle larghe gli indicò una luce verde che lampeggiava sul suo quadro. Qualcuno aveva dato il permesso di trasmettere. Luke si schiarì la gola. Prima che lasciassero Endor, Leia gli aveva dato una lista del genere di cose che avrebbe potuto dire appena gli Imperiali gli rispondevano. Ma nessuna era nel suo stile.

E poi, non era un diplomatico o un uomo politico quello con cui avrebbe dovuto parlare. Questo era un ufficiale nel mezzo della battaglia, che aveva a disposizione solo una manciata di secondi per prendere le sue decisioni. «Marina Imperiale», esordì Luke, «questa è una forza d’attacco dell’Alleanza. Abbiamo issato bandiera bianca. Sembra che abbiate bisogno di aiuto. Accettereste la nostra assistenza, da umano a umano?» Be’ certo, c’erano degli alieni fra i ribelli, oltre a Chewbacca e al navigatore Duro di Manchisco. L’equipaggio di una delle cannoniere era composto da diciassette Mon Calamari. Ma non c’era alcun bisogno che gli Imperiali, che di solito erano molto schizzinosi nei confronti degli alieni, lo sapessero proprio adesso.

Dall’altoparlante si udì un rumore. Immaginando qualche veterano imperiale rotto a mille battaglie che faceva freneticamente scorrere sullo schermo un manuale su come comportarsi in caso di contatto con i ribelli, Luke aprì una frequenza alleata: «A tutti gli uomini, mantenete la formazione di difesa. Scudi alzati. Non sappiamo ancora che cosa hanno intenzione di fare».

Frammenti musicali e voci distorte echeggiarono per un momento sul ponte della Flurry, poi: «Forza d’attacco dell’Alleanza Ribelle, qui è il comandante Pter Thanas della Marina Imperiale. Dichiarate lo scopo della vostra presenza in questo sistema». La voce metallica era carica di autorità.

Per tre giorni, mentre viaggiava per l’iperspazio, Luke aveva dibattuto se fingere ignoranza o ammettere che conoscevano la situazione. Il capitano Manchisco sollevò un sopracciglio, come per dire: «E allora?»

«Abbiamo intercettato un messaggio del governatore Nereus diretto alla flotta imperiale che al momento è, ehm, per la maggior parte impegnata in riparazioni. Sembrava che si trattasse di guai seri. Come ho detto, siamo venuti ad aiutarvi, se è possibile.»

Luke chiuse la trasmissione e si rese conto dagli spasmi che gli attraversavano le caviglie di essersi alzato in piedi. Frustrato, tornò a sedersi. Ma aveva riposato nell’iperspazio! Sul canale interno le cannoniere annunciarono il loro arrivo. Sul quadro generale apparivano come puntini blu. Da quello che vedeva sul suo visore, stavano assumendo la formazione appaiata.

La voce di Leia parlò all’altezza del suo gomito, dal Millennium Falcon. «Luke, cerca di essere sottile. Sono Imperiali. Se ci considereranno una forza ostile ci cacceranno.»

«In questo momento non sono in grado di cacciare nessuno», fece notare Luke. «Li stanno spazzando via.»

«Non mi sorprende che nessuno abbia risposto alle richieste di aiuto sui canali standard», disse la voce asciutta e decisa del comandante imperiale Thanas. «Forza d’attacco dell’Alleanza, accettiamo volentieri la vostra offerta. Mando un rapporto codificato a venti cicli sotto questa trasmissione.»

«Ah, be’», osservò Han.

Solo qualcuno che sì considerava già spacciato avrebbe accettato senza battere ciglio l’aiuto di una forza armata con credenziali dubbie come le loro. Luke gettò uno sguardo verso l’ufficiale addetto alle comunicazioni, Delckis, che stava aprendo il canale indicato da Thanas. Nel giro di qualche minuto una piccola percentuale dei puntini roteanti sul quadro generale divennero giallo oro, a significare che appartenevano agli Imperiali. Luke fischiò piano. Tutti i sei ovoidi e la maggior parte della tempesta di sabbia erano ancora rossi.

L’ACB cominciò a rigurgitare informazioni. Il comandante Thanas aveva meno potenza di fuoco degli avversari e un buon ottanta per cento di questa era concentrato su un unico incrociatore di classe «Carrack». Non era una grossa nave, con appena un quinto dell’equipaggio dello Star Destroyer, ma sempre diverse volte più potente della Flurry.

«È proprio sicuro di volerlo fare?» borbottò Manchisco.

Luke premette un pulsante che avrebbe spedito i piloti ribelli di corsa su per le scalette dei loro caccia. Riforniti e predisposti sulle rampe di lancio durante l’ultimo giorno di viaggio in iperspazio, i caccia erano pronti a partire.

«Stiamo leggendo la vostra formazione», disse Luke alla sua controparte imperiale. Non era del tutto sicuro di come andare avanti. Calmandosi, scese dentro di sé alla ricerca di un’indicazione nella Forza. Un’intuizione, avrebbero detto altri...

Thanas disse: «Potreste... un momento...» Uno strano fischio modulato soffocò la voce del comandante imperiale.

Luke tamburellò nervosamente le dita sulla sua consolle.

Quando Thanas ritornò, la sua voce era ancora controllata e calma. «Scusate. Ci stanno disturbando. Se riusciste a inserire un cono di navi nel varco fra i tre incrociatori centrali degli Ssi-ruuk, potrebbe darsi che questo li ispiri alla ritirata. Potrebbe farci guadagnare tempo.»

Ssi-ruuk. Luke registrò il nome degli alieni e lo ripose in fondo alla sua memoria. Qualcosa che stava sotto la sua coscienza finalmente suggerì un’idea. «Comandante Thanas, arriveremo dal nord solare poco davanti a quei tre incrociatori, nel senso dello spin.»

«Inserite la rotta», mormorò ai suoi uomini.

Il navigatore del capitano Manchisco attivò il suo computer di navigazione. «Valtis», gorgogliò il Duro in lingua standard con le sue sottili labbra gommose, «prrrendi un rrrotta per otto-sette norrrd, sei spin.» Il pilota virgilliano inserì le correzioni sul suo computer con uno sfarfallare di dita. Luke sentì la Flurry uscire dal suo letargo. Le lamiere del ponte trasmettevano le vibrazioni dei motori fino alla sua postazione di comando. Il portello d’accesso al ponte di comando, che avevano lasciato aperto per facilitare il ricambio dell’aria, si chiuse automaticamente.

Dopo un momento Thanas si fece di nuovo sentire, «Sì, è la manovra più urgente, la vostra, forza dell’Alleanza. Venite avanti... e grazie. Fate attenzione al pozzo gravitazionale.»

«Che cosa ne pensi, ragazzo?» La voce di Han arrivò, filtrata dallo spazio, accanto al suo gomito. «Non mi sembra una bella situazione.»

«Devo arrivare a Bakura», insistè Leia sullo stesso altoparlante. «Devo convincere il governatore Nereus a dichiarare una tregua ufficiale, o non avranno motivo di collaborare con noi. Non puoi sempre sperare di cogliere la Marina Imperiale in un momento di disperazione.»

«Han», rispose Luke, «hai capito come ci muoviamo?»

«Oh, sì.» Il suo amico sembrava divertito. «Buona fortuna, mio eroe. Temo che il nostro unico esperto di diplomazia non prenderà parte a quest’azione.»

«Buona idea», approvò Luke.

«Cosa?» Luke avvertì diversi punti esclamativi nella voce di Leia. «Di che cosa state parlando?»

«Chiedo scusa.» Luke si raffigurò Han che si voltava per cercare, pazientemente, di spiegare una verità spiacevole al più testardo dei due Skywalker. Forse, come fratello, doveva intervenire.

«Leia», spiegò, «guarda il quadro. Bakura è sotto blocco. Tutte le comunicazioni sono disturbate, non siamo riusciti a sentire niente se non una scarica di musica dai canali commerciali. Sei troppo preziosa per rimanere in zona di guerra.»

«E tu no?» ritorse lei. «Devo parlare con il governatore. La nostra unica speranza è di riuscire a convincerlo che non abbiamo intenzioni aggressive.»

«Sono d’accordo», la placò Luke, «e il Falcon ci farebbe comodo adesso come adesso. Ma non ho intenzione per questo di rischiare la tua vita. Ritieniti fortunata di avere una nave armata tutta per te.»

Silenzio di tomba. Luke impartì altri ordini, disponendo la sua flotta in una formazione poco serrata per affrontare il difficile salto iperspaziale intersistema.

«Va bene», borbottò Leia. «Il sesto pianeta non è lontano da questo vettore. Ci dirigeremo lì. Se tutto sembra abbastanza sicuro, atterreremo e attenderemo un vostro segnale.»

«Mi sembra perfetto, Leia.» Luke avvertiva la sua indignazione, ma non era diretta solo a lui. Leia e Han dovevano imparare a risolvere da soli i loro problemi. Trovare un sistema tutto loro per convivere.

Chiuse la sua mente, alla presenza di sua sorella. «Resta in contatto, Han. Usa le frequenze standard alleate, ma tieni d’occhio anche quelle imperiali.»

«Affermativo, ragazzo.»

Luke guardò sul suo schermo la nave da carico che usciva dalla formazione con un’ampia curva. L’arco di luce bianco-azzurro dei suoi motori rimpicciolì nelle tenebre distanti. A dar retta al suo quadro generale, tutti i suoi piloti di caccia erano pronti sui loro velivoli e Wedge Antilles stava eseguendo i controlli sulla squadriglia. Non era qui, sul ponte di comando, il suo posto. Oggi, il suo caccia Ala-X stazionava freddo in un hangar buio, e C1 era nella sua cabina, collegato attraverso la Flurry all’Analizzatore Computerizzato di Battaglia. Magari la prossima volta avrebbe potuto collegare C1 con il ponte di comando della Flurry e dare gli ordini dal suo caccia... Ma dove avrebbe potuto sistemare i controlli e il quadro generale? «Calcoli terminati», annunciò. «Pronti al salto.» I puntini blu che rappresentavano le navi vedetta divennero verdi. Luke afferrò i braccioli della poltrona. «Ora.»

Han Solo teneva d’occhio i sensori del Falcon mentre si allontanava dalla flottiglia con un agile arco di curva. Era troppo esperto per farsi prendere dal risucchio del salto iperspaziale, ma non potè resistere alla curiosità e rimase a guardare l’ammiraglia di Luke (figurarsi, il ragazzo al comando di una flottiglia) che spariva. Leia reagì con un sobbalzo.

Adesso era di nuovo a casa sua, a bordo del Falcon. Le squadre di riparazione dell’Alleanza non avevano perso tempo e avevano subito rimesso in sesto la sua adorata nave dopo che Lando l’aveva sbatacchiata dentro la seconda Morte Nera (... ma non importa, Lando, è stato per una buona causa). Il suo posto era lì, in quella cabina di pilotaggio, con Chewie nel sedile del copilota.

Ma anche così, niente era più come prima. Dietro il colossale Wookiee, c’era Leia, avvolta da una tuta da combattimento grigia stretta in vita da una cintura, che si sporgeva in avanti come se pensasse che avrebbe dovuto esserci lei al posto del copilota.

Be’. Avrebbe consegnato a Leia tutto quello che gli apparteneva, l’intera galassia se solo avesse potuto metterci le mani sopra, ma nemmeno lei sarebbe mai riuscita a sloggiare Chewie da quel sedile. Sì, d’accordo, aveva pilotato il Falcon abbastanza bene in un paio di emergenze. Ma perfino un contrabbandiere doveva porre dei limiti da qualche parte.

3BO occupava l’altro sedile, con la testa che si girava a destra e a sinistra. «Sono proprio contento che lei abbia cambiato idea, padrona Leia. Anche se i miei talenti andranno sprecati anche più del solito nell’estrema periferia di questo sistema provinciale, la nostra sicurezza è della massima importanza. Posso suggerire...»

Han alzò gli occhi al cielo e disse in tono di minaccia: «Leia?»

Leia spense l’interruttore dietro il collo di 3BO. Il droide dorato si immobilizzò.

Han emise un eloquente sospiro di sollievo. Chewbacca aggiunse un grugnito con un sottotono di risata e scosse la sua pelliccia rossiccia fino alle punte nere di ogni pelo. Han allungò le mani verso il pannello di controllo. «Sette minuti all’avvicinamento al pianeta.»

Leia si liberò della cintura di sicurezza e si spinse in avanti per essere più vicina alla consolle, premendo una gamba tiepida contro la sua. «Gli Imperiali non possono essere lontani. Dove sono i sensori?»

Han tese una mano con uno scatto e li accese. Il sesto pianeta riempì gli schermi dei sensori. Chewbacca abbaiò diverse volte, aggiungendo grugniti e latrati. «Polvere e ghiaccio», tradusse Han, a beneficio di Leia. «II sistema di Bakura ha un solo gigante gassoso, con una serie di lune formate dall’aggregazione di vecchie comete che gli girano attorno.» Fece una pausa. «Se quando atterriamo il Falcon è appena appena tiepido, scioglieremo tutto quello che c’è fra noi e la superficie e potrebbero essere dei chilometri.»

«Guarda», disse Leia. «Costruzioni di qualche tipo vicino al terminatore.»

«Le vedo.» Han si diresse verso l’ammasso di forme regolari. «Ma non ricevo comunicazioni... non ci sono satelliti difensivi e non riceviamo nessun tipo di segnale.» Chewie ululò il suo assenso.

Le cupole giunsero velocemente in vista. Han amplificò l’inquadratura e aumentò la definizione. Vide una doppia linea di mura in rovina fra molti crateri dall’aria terribilmente recente.

«Che disastro», disse Leia.

«Dieci a uno che i nostri misteriosi alieni qui ci sono già stati.»

«Bene.» Leia spazzolò via un po’ di polvere dallo schienale della poltrona di Han. Sorpreso, Han si voltò a guardarla. «Vuol dire che probabilmente non ritorneranno», spiegò lei.

«Lo avranno depennato dalla lista», convenne Han.

«E adesso stanno dando la caccia a un boccone molto più grosso. Spero solo che Luke stia attento.»

«Lo sarà, non temere. Okay, Chewie, sembra un posticino tranquillo. Ci nasconderemo meglio a terra... ci fonderemo con le rocce, per così dire. Andiamo giù e rallentiamo. Ma solo quel tanto che basta per compensare la gravità. Dobbiamo arrivare giù freddi.»

Non disse a Leia quanto sarebbe stato difficile «arrivare giù freddi». I suoi sensori registravano meno di 0.2 G su quella palla di ghiaccio e nessuna atmosfera per riscaldare un corpo in caduta libera; ma anche così, liberarsi del calore in eccesso non sarebbe stato uno scherzo da ragazzi. Il motore era ancora molto caldo dopo il passaggio in iperspazio e la frizione non li avrebbe aiutati: anche nello zero assoluto dello spazio esterno avevano già colpito miliardi e miliardi di ioni e atomi. Han toccò un controllo che usava molto di rado, attivando al massimo i radiatori dorsali. Se solo avesse avuto un sistema di raffreddamento per il carrello di atterraggio... ma se i desideri fossero pesci a quest’ora i Calamariani starebbero dando ordini al quartier generale dell’Alleanza.

Appena oltre, il terminatore vide un cratere largo quel tanto che bastava per contenere il Falcon. Spense i radiatori, abbassò la nave e la tenne sospesa. Ora, stando attenti a non usare i retrorazzi frenanti...

Stava per scendere quando vide una pozzanghera di liquido nero che si allargava sul fondo del cratere proprio sotto di lui.

Non era ghiaccio, dunque, ma ammoniaca solidificata o qualche altro puzzolente composto chimico dal punto di fusione così basso che perfino i getti respingenti del Falcon erano sufficienti a farlo sciogliere.

E adesso?

Chewie grugnì un suggerimento.

«Sì», convenne Han. «Orbita sincrona appunto. Buona idea.»

«Allora? Non atterriamo?» Leia si rilassò contro lo schienale alto del suo sedile mentre il Falcon passava oltre le rovine e riprendeva quota.

Chewbacca ululò, indicando un piccolo problema.

«Funziona quel che basta», disse Han.

«Che cosa funziona quel che basta?» domandò Leia.

Han rivolse un’occhiata di biasimo a Chewie. Grazie, amico. «Il tracciatore stellare del Falcon. Per mantenere l’orbita sincrona ma con il pilota automatico. È assegnato a un circuito che di solito non ha queste funzioni.»

«Perché?»

Han fece una risatina. «Non è possibile fare a una nave tutte le modifiche che ci ho fatto io senza tagliare un po’ di angoli. Il tracciatore funziona quanto basta ma... Chewie, assicurati che non andiamo alla deriva, eh? Fintanto che stiamo vicino al pianeta, nessuno ci noterà.» Han colpì il comando di un sensore. «Sembra che il grande fratello Luke stia combattendo a fianco degli Imperiali, finalmente. Suppongo che tu voglia restare qui a guardare.»

Leia si accigliò. «Con questi quadri sensori non è possibile distinguere chi è da una parte e chi è da quell’altra. E poi tutta questa situazione mi mette molto a disagio.»

«Oh.» Cos’era quel commento sul quadro sensore, un altro insulto? «Oh», aggiunse in tono più allegro. Forse, dopotutto, sarebbero riusciti ad avere un’oretta tranquilla tutta per loro. La loro cosiddetta vacanza dopo la grande festa degli Ewok era andata sprecata; Leia era esausta. Ma durante il viaggio nell’iperspazio, mentre tutti erano occupatissimi e 3BO metteva il naso dappertutto, aveva incaricato Chewie di fare un paio di modifiche alla stiva principale del Falcon che non erano previste dal Manuale di sopravvivenza di Cracken.

Sperava solo che Chewie non avesse commesso errori. Il grosso Wookiee era un meccanico eccezionale ma il suo senso estetico non era, ecco, umano.

Han Solo non si era unito a questa allegra scampagnata solo per contribuire a una nobile causa.

Leia tastò il collo di 3BO e lo riaccese, poi seguì Han a poppa. Dopo le fasi finali della battaglia di Endor, quando ormai tutto era praticamente finito, avevano parlato per ore e ore assieme. Sotto quella cinica maschera da contrabbandiere quest’uomo nascondeva degli ideali non dissimili dai suoi. Solo che erano stati, come dire, compattati: resi molto più piccoli e duri. Comunque, aveva il terrore di restare da soia fin da quando Luke le aveva dato quella terribile notizia: Darth Vader era...

No.

La sua mente aggirò le difese e tornò all’attacco: quando aveva visto Alderaan distrutto, a bordo della Morte Nera, aveva pensato di veder morire tutta la sua famiglia. In realtà, suo padre era...

No! Non avrebbe mai accettato che quell’essere fosse suo padre. Neanche se era Luke a dirlo. Si chinò per evitare un filo che pendeva. Se proprio doveva nascondersi e tenere un basso profilo per qualche ora, tanto valeva impiegare il tempo in modo utile. Aveva già perso anche troppi giorni in convalescenza e per di più la pelle sintetica non sopprimeva del tutto il bruciore terribile dell’ustione sulla sua spalla. Come aveva detto a Han, non era insopportabile... era solo difficile dimenticarsene.

Han si fermò vicino alla rampa d’ingresso. Leia si appoggiò a una paratia e lo guardò. «Che cosa c’è ancora da aggiustare?» Il Falcon era sempre il primo amore di Han. Prima accettava questa verità, meglio era. Così l’avrebbe smessa di offendersi ogni volta. E poi era ridicolo essere gelosi di un’astronave.

Han lasciò ricadere le mani lungo le strisce che decoravano i suoi pantaloni neri. «Per un paio d’ore non credo che succederà dell’altro. E comunque Chewie è di guardia.»

Improvvisamente Leia si accorse che quella luce nei suoi occhi non era spirito guerriero. «Pensavo che ci fossero delle riparazioni da fare.» Rilanciò la sfida. «Su, non c’era una nuova modifica che bisognava testare sul campo?»

«Sì, lì dentro, nella stiva principale.» S’incamminò lungo il corridoio curvo, aprì un pannello e scese nella stiva di poppa del Falcon. Aprì uno sportello che dava sul compartimento di tribordo, normalmente inaccessibile. «Qui dietro ci sono i generatori degli scudi.»

La stiva sapeva di chiuso. Leia scese dietro a Han. «Che cosa stai contrabbandando, questa volta?»

«Una cosa che ho raccolto su Endor.»

«Una cosa che noi abbiamo raccolto su Endor», lo corresse. Una parete di casse sostenute e rizzate da altre casse nascondeva alla vista la parte più lontana della stiva. Han spostò una cassa e aprì uno stipetto che aveva tutta l’aria di essere un’unità refrigerante. Mise una mano dentro, frugò e infine tirò fuori una bottiglia di vetro.

Senza mutare espressione, Leia la prese. Vetro primitivo, sigillato con un tappo di corteccia d’albero: non sembrava una cosa troppo igienica. «Che cos’è?»

«Un regalo dello sciamano ewok. Te lo ricordi, no? Quello che ci ha nominati membri onorari della tribù?»

«Sì.» Leia si drappeggiò sopra una pila di casse e ripassò la bottiglia a Han. «Non hai risposto alla mia domanda.»

Han fece forza sul tappo. «Vino... di qualche... tipo», grugnì. Il tappo uscì di colpo. «Il tuo amico dorato per poco non si è fatto saltare un resistore nel tentativo di tradurre le spiegazioni del pelosetto, ma il succo di quello che ha detto era più o meno: ‘Per incendiare il cuore già tiepido’.»

Allora era lì che voleva andare a parare. «Ehi, siamo nel bel mezzo di una battaglia.»

«Siamo sempre nel bel mezzo di qualche battaglia. Ma nel frattempo dovremo pur vivere, no?»

Leia si sentì bruciare le guance. Avrebbe preferito parlare, perfino litigare con Han, che nascondersi a bere... vino?... durante una battaglia. E come Bail Organa di certo le avrebbe fatto notare, quest’uomo non era nemmeno la compagnia adatta, per una del suo rango. Era uno che risolveva tutto a colpi di fulminatore. E lei, per adozione, se non per nascita, era una principessa.

Di nuovo l’ombra della maschera nera si protese sui suoi pensieri: Vader. Lo aveva odiato con tanta appassionata certezza di essere nel giusto.

Il vino, opaco e rosso porpora, gorgogliò mentre veniva versato in due tazze di ceramica. Era probabile che non fosse affatto un vitigno di qualità principesca. «Senti, non...» cominciò, ma senza continuare. Aveva già stabilito che anche restando attaccata alla radio subspaziale non sarebbe stata di alcuna utilità a Luke.

«Ehi.» Han le porse una delle due tazze. «A che cosa stai pensando? Di che cosa hai paura?»

«Di troppe cose.» Toccò il bordo della tazza di Han con la propria. Ci fu un tenue cozzare di ceramiche.

«Tu? Paura?»

Leia fu costretta a sorridere. A volte non c’era altra scelta che essere coraggiosi e avventati. Sorseggiò il vino, poi annusò la tazza e storse il naso. «È troppo dolce.»

«Non credo che ne facciano una varietà secca.» Han appoggiò la sua tazza su un graticcio. «Guarda qua.» Prese la sua mano e la tirò dietro la paratia di casse che divideva in due la stiva. Leia appoggiò la sua tazza accanto a quella di lui. «Io...» Han si fermò di botto.

Leia abbassò lo sguardo su un nido di cuscini gonfiabili.

«Chewie...» mugolò Han. Lasciò cadere la mano di Leia. «Ehm, suppongo che questo sia un po’ troppo... sfacciato. Non avrei dovuto fidarmi di un Wookiee.»

Leia rise. «È stato Chewie a preparare questo posto?»

«Aspetta che dica a quella grossa palla di pelo dal naso umido...»

Ancora ridendo, Leia si puntellò contro una paratia e lo spinse. Han afferrò la sua mano e caddero assieme l’uno sull’altra.

4

Chewbacca sperava tanto di avere fatto tutto nel modo giusto. Il senso estetico di Han non era, ecco, troppo sofisticato. Ma aveva buone intenzioni. Leia di sicuro se ne sarebbe accorta. Sembrava una femmina molto per bene.

3BO continuava a chiacchierare dietro di lui. Chewbacca stava trafficando con l’apparato di comunicazione, tenendo d’occhio di tanto in tanto la battaglia di Luke. In tutta quella confusione aveva perso di vista quale dei puntini luminosi era la Flurry.

«E poi questo è un nascondiglio alquanto precario», aggiunse 3BO. «Il pianeta numero sei giustamente si vede negare la dignità di un nome proprio. D’altra parte, è poco più di un ammasso di ghiaccio. Non c’è nemmeno una colonia, solo i resti di un insediamento militare.» Fece una pausa improvvisa. «Che cos’era quello, Chewbacca? Torna indietro di un paio di chilobit.»

Chewbacca scrollò le spalle e suggerì che 3BO si togliesse dai piedi.

«Non ci penso neanche a ‘togliermi dai piedi’, tappeto pulcioso privo di educazione», squittì il droide. «Che razza di creature si trovano in giro per la galassia. Non hai il minimo rispetto per le mie capacità e la mia esperienza. Ho sentito distintamente qualcosa là dietro.»

Qui, ai margini del sistema? Chewie prese seriamente in considerazione l’idea di strappare via un braccio metallico alla creatura. Questo sì che avrebbe insegnato qualcosa a 3BO. D’altra parte, sarebbe toccato poi a lui, Chewbacca, di saldare di nuovo tutte quelle connessioni.

«Ho avvertito qualcosa che non era un fenomeno naturale. Torna indietro di un paio di chilobit.»

Be’, era anche possibile. Premendosi il ricevitore contro un orecchio, Chewie regolò l’analizzatore della banda corta per ripetere la ricerca di segnali nello spazio circostante. Qualcosa frusciò per un attimo, un segnale troppo debole per far fermare l’analizzatore su quella frequenza. Chewie ruotò una manopola per amplificare la ricezione. Dopo diversi secondi di paziente ricerca il risultato fu un basso ronzio elettronico.

3BO inclinò la testa dorata e assunse un tono esperto. «È molto strano, Chewbacca. Sembra un tipo di codice di comando usato nella comunicazione fra droidi. Ma che cosa ci possono fare dei droidi attivi qui attorno? Forse in quell’installazione imperiale qui sotto è sopravvissuto un droide, o ci sono dei macchinari ancora operativi. Suggerisco che tu accenda il comlink e avverta il generale Solo o la principessa Leia.»

Han aveva chiaramente fatto capire che sarebbe stato molto meglio se, nell’immediato futuro, nessuno fosse venuto a disturbarlo per qualcosa di meno grave di una perdita di pressione di proporzioni veramente catastrofiche. Chewie lo spiegò a 3BO.

«Be’, io non mi sentirò bene finché non avremo accertato l’origine di quel segnale. Siamo, dopotutto, in zona di guerra. Potremmo trovarci in una situazione di considerevole pericolo. Aspetta...» 3BO s’inclinò dall’altra parte. «Questo codice non è in uso in nessun sistema né dell’Alleanza né dell’Impero.»

Gli invasori? Senza esitazioni, Chewie abbatté una grossa mano sul comlink.

*     *     *

Il comlink trillò nel taschino della camicia di Han. «Generale Solo!» intonò la voce belante di 3BO. «Generale Solo!»

Leia si dimenò fra le sue braccia. «Lo sapevo», borbottò Han. Proprio quando Leia cominciava a rilassarsi. Tirò fuori il comlink. «Che cosa c’è?» ringhiò.

«Signore, abbiamo rilevato una trasmissione proveniente dallo spazio circostante. Sembra che ci sia un’unità di controllo droidi in azione nelle vicinanze. Non ne sono sicuro, ma credo che la sorgente del segnale sia in avvicinamento.»

«Uh, oh», disse Leia piano, la faccia contro la sua spalla. Si rimise in piedi.

«Va bene, Chewie. Arriviamo subito.» Han fece in modo che suonasse più come una minaccia che come una promessa.

Con uno sguardo divertito, Leia riversò il vino sciropposo nella bottiglia e la ritappò. Prima di gettarsi a passo di corsa lungo il corridoio, allargò le mani e ripetè a Han con aria contrita le sue stesse parole: «Non è colpa mia!»

Han era appena entrato nella cabina di pilotaggio quando un allarme cominciò a far sentire il suo stridio elettronico dalla consolle principale. «Che cos’è?» chiese Leia.

Grandioso. Veramente grandioso. Chewie stava già scaldando i motori. «Niente di buono, dolcezza», ansimò Han, preso dalla fretta. «Ci hanno appena sondato.»

«Che cosa ci ha sondato?» Leia si lasciò cadere nel sedile dietro al suo.

«Be’?» Han rilanciò la domanda a 3BO da sopra una spalla.

«Signore», cominciò 3BO, «non ho ancora potuto accertare...»

«Okay», lo interruppe Leia, «zitto adesso. Là!» Puntò un dito verso il centro del visore di prua. «Guarda! Che cosa sono?»

Da dietro la massa ghiacciata del deserto pianeta Sei, su uno sfondo di stelle, erano apparse otto o nove piccole sagome che si dirigevano dritte sul Falcon.

«Non ho intenzione di restare qui per scoprirlo», ringhiò Han. «Chewie, carica i cannoni principali.»

Chewie si dichiarò d’accordo con un ruggito a pieni polmoni.

«Sappiamo che gli alieni prendono prigionieri», mormorò Leia. «Non è da una posizione simile che ho intenzione di cominciare i negoziati.»

«Non ti ci troverai. Avanti, Chewie, tu e io ai cannoni quadrinati. Andiamo a vedere come sono fatti dentro. Leia, portaci da qualche parte. Improvvisamente il pianeta Sei mi è diventato antipatico.»

Leia scivolò nel sedile del pilota. Ma non si era appena ripromesso che non sarebbe mai riuscita a portare via il Falcon a lui e a Chewie?

Sì, va bene. Ma questo era un caso particolare. Mentre correva lungo il corridoio curvo, sentì la voce di 3BO che si affievoliva: «E comunque, il Millennium Falcon è configurato di gran lunga meglio per la fuga che per il combattimento con il nemico...»

Han salì sulla torretta e saltò dentro il sedile, poi lasciò andare una raffica di fuoco, tanto per prova. «Stanno arrivando in tutta fretta», disse a Leia attraverso il microfono che indossava. «Il tuo amico d’oro ha degli altri dati? Che cosa sono quelle cose?»

3BO cominciò a rispondere: «A quanto pare, generale Solo, ci troviamo di fronte...» Ma Leia aveva già concluso: «Droidi spaziali. È tutto quello che sa».

I droidi arrivarono a tiro. Tre di loro sfrecciarono verso l’alto, sopra il disco asimmetrico della nave contrabbandiera, dirigendo brevi scariche di energia verso un motore principale. «Analizza quelle scariche, ferraglia dorata», gridò Han mentre sparava. «Sono cannoni laser o che cos’altro?»

Chewbacca ruggì nei suoi auricolari. «È vero», disse Han, «per navi di quella dimensione!»

«Che cosa?» gridò Leia. «Che cosa per navi di quella...»

«Scudi molto resistenti.» Han diresse il suo fuoco contro un unico droide, tenendolo nel tracciante molto più a lungo di quanto ci voleva per fare implodere un TIE. Finalmente il maledetto affare scoppiò.

Il Falcon ondeggiò sotto il fuoco di un altro droide. Han si rilassò nel seggiolino della torretta. Questo era un gioco vecchio per lui. Un altro droide filò via lungo il bordo della nave, proprio sull’orlo del suo campo visivo. «Sono droidi intelligenti», borbottò, «imparano alla svelta.»

Improvvisamente il campo stellato davanti a lui s’inclinò, rivelando il droide nella posizione ideale per un colpo facile. «Meglio?» chiese la voce di Leia al suo orecchio.

«Molto.» Anche quel droide esplose. Altri due arrivarono dal nulla, sempre concentrando il fuoco sul motore, trascurando sia le torrette sia la cabina di pilotaggio. Stavano cercando di fare prigionieri, e come! Ma dov’era la nave madre che controllava questi droidi? O erano programmati per attaccare da soli?

Come se gli avesse letto nel pensiero, Leia mormorò: «Vuoi scommettere che sono qui da quando gli alieni hanno attaccato la base imperiale?» Han riuscì finalmente a sovraccaricare gli scudi del droide più in alto. Un’onda di schegge spedì il suo amichetto fuori portata.

«Perderai di sicuro», disse a labbra strette.

Silenzio.

«Era l’ultimo, Chewie?»

Ruggito affermativo.

Respirando affannosamente, ritornò alla cabina di pilotaggio. «Dove siamo diretti?» chiese a Leia.

Leia sfiorò una leva di comando. «All’interno del sistema. Ce ne potrebbero essere degli altri qui fuori. Non so te, ma io mi sentirei più al sicuro se ci riunissimo al resto della forza d’attacco.» Mentre usciva dalla sedia del capitano, il rombo del motore divenne un gemito prolungato. Le luci delle cabine si affievolirono. «E adesso?» chiese Leia esasperata. «Non si sa mai cosa aspettarsi da questo rottame truccato.»

O dal suo capitano sbruffone? Avanti, principessa, dillo. Han colpì una consolle: sui quadri comando rispuntarono delle spie verdi e le luci della cabina ripresero a brillare. Il motore tornò a ruggire. Si sedette al suo posto con gran dispiego di sicurezza. «Ce l’abbiamo fatta alla grande, non ti pare?»

Leia intrecciò le braccia e assunse un’aria di sfida. «Con tutta la protezione che ho ricevuto in queste ultime ore, mi sembra che potremmo almeno cercare di essere utili a Luke.»

«Be’, allaccia le cinture, dolcezza. Ce ne andiamo di qui in fretta.»

Immobile se non per il movimento frenetico degli occhi, Luke spostava lo sguardo dal visore all’unità ACB. Le navi imperiali del comandante Thanas stavano ritirandosi.

Non perché Luke fosse arrivato. Evidentemente, la sua forza d’attacco era uscita dall’iperspazio proprio nel momento scelto dagli Ssi-ruuk per approfittare del vantaggio acquisito e cercare di scendere su Bakura. Il che voleva dire che per avanzare gli alieni avevano dovuto assottigliare il fronte dell’avanzata. Uno degli incrociatori leggeri era praticamente privo di difesa e creava un varco che la piccola flotta di Luke non avrebbe dovuto avere dei problemi a occupare.

«Delckis, dammi i capisquadriglia.»

I suoi auricolari furono invasi dal fruscio. Li sistemò più comodamente. «Okay, vediamo di attirare la loro attenzione.» Toccò un comando dell’ACB in modo che trasmettesse le sue valutazioni ai computer traccianti ed evidenziasse quell’incrociatore solitario. «Capo Oro, Rogue Uno, è tutto vostro.»

«Ricevuto, Flurry,» Wedge Antilles sembrava sicuro di sé e pieno di esperienza. «Squadriglia Rogue, assumere configurazione d’attacco.»

Seduto dentro un bersaglio cospicuo come la Flurry, Luke si sentiva molto vulnerabile. «Capo Rosso, dividete la squadra. Da Rosso Uno a Rosso Quattro, tenete aperta una via di fuga dietro i gruppi Rogue e Oro. Li costringeremo ad allontanarsi dal pianeta.» Ogni bit di dati che i sensori delle sue navi potevano fornire all’ACB lo avrebbe aiutato ad analizzare il comportamento e le capacità delle navi aliene.

Scosse la testa. Quei puntini giallo-oro sul suo schermo erano caccia imperiali, e lui li stava difendendo.

«Rosso Cinque e il resto della squadra, restate con la Flurry», finì Luke.

Seduta accanto a lui nella sedia rialzata del comandante, il capitano Manchisco si voltò, trascurando per un attimo il computer principale. Tre grosse trecce nere ricaddero sulle sue spalle, da ciascun lato. «Oh, grazie, comandante.» La sua presenza nella Forza lo stuzzicava. Sicuro della sua nave, del suo equipaggio e di se stessa, era pronta alla battaglia.

Gli squadroni Oro e Rogue si gettarono nella mischia, confondendo la retroguardia aliena con il loro veloce passaggio. Luke tese le sue sensazioni, praticamente ignaro del suo corpo. Nella Forza percepiva i piloti come sciami in movimento, come una mente-alveare. Cercò di individuare gli alieni, ma non li trovò. Le meriti poco familiari erano sempre difficili da raggiungere.

Mentre Wedge si dirigeva verso un minuscolo caccia nemico, che secondo l’ACB non era più lungo di un paio di metri, Luke trattenne il fiato. Una cosa così piccola non poteva che essere un congegno telecomandato, un drone. In caso contrario gli alieni dovevano essere piccolissimi...

Wedge lo colpì. Qualche cosa di debole e di inesplicabilmente putrido urlò di dolore, poi l’urlo si affievolì e scomparve. Luke cercò di dominare la nausea che lo aveva assalito. Aveva davvero sentito due presenze in quell’urlo? Tamburellò le dita sulla poltrona. I caccia nemici non erano affatto navi drone, dunque; avevano un pilota. Una specie di pilota. Di certo, nella distruzione di quel caccia qualcosa era morto.

Prima ancora che potesse terminare la sua catena di ragionamento, un’altra fila di caccia alieni comparve dietro capo Oro. Questa volta si aprì deliberatamente. L’intreccio di disperazione e dolore era tenue come un sospiro mentre svaniva nel nulla... ma era inconfondibilmente umano.

Luke non riusciva a immaginare dei piloti umani imbarcati su caccia alieni di quelle dimensioni. Specialmente non a coppie.

L’ACB emise un segnale sonoro. Sbattendo le palpebre nel tentativo di liberarsi dall’inquietudine, Luke guardò il circolo rosso che rappresentava l’incrociatore alieno. Lampeggiava: era vulnerabile.

«Flurry a Rogue Uno. È il momento di andare all’attacco di quell’incrociatore.»

«Ci penso io», gridò Wedge, la sua voce appena distinguibile al di là di uno strano fischio bitonale. Caccia Ala-X sorvolarono il visore di Luke.

Improvvisamente altre squadriglie di piccole piramidi lucenti uscirono da un’estremità dell’incrociatore alieno. «Torna indietro, Wedge», urlò Luke. «Hanno lanciato un’altra ondata.»

«Sì, l’ho notato.» Il fischio crebbe d’intensità; il nemico stava cercando di disturbarli. Wedge non sembrava troppo preoccupato. «L’ACB non riesce a decidersi, eh?» I caccia Ala-X si dispersero volando appaiati, invitando le piccole navi piramidali a farsi avanti per attaccarli.

Era là fuori che avrebbe dovuto essere. Le sue qualità migliori erano sprecate sul ponte di una nave.

L’ACB richiamò di nuovo l’attenzione di Luke su una stringa di simboli. Aveva contato le navi e notato le loro posizioni, valutando potenza di fuoco, resistenza degli scudi, velocità e altri fattori. La ritirata degli Imperiali si era tramutata in contrattacco all’estremità inferiore del fronte alieno. Evidentemente, Pter Thanas era uno stratega di prim’ordine. Luke si girò verso il suo ufficiale addetto alle comunicazioni. Un vago, sinistro sommovimento nella Forza gli stava facendo rizzare i capelli in testa.

Si chinò sull’ACB. Wedge stava conducendo i suoi uomini in un attacco che girava attorno all’incrociatore leggero per prenderlo alle spalle. Bene. La posizione imperiale si era rafforzata di una quindicina di punti percentuali. Eccellente.

No, un momento.

Una cannoniera aliena, molto più piccola dell’incrociatore ma senza dubbio armata di tutto punto, aveva lasciato il campo di battaglia. Stava dirigendosi verso la squadriglia di Wedge da ore sei, bassa, coperta dall’incrociatore; da quell’angolazione non c’era modo che Wedge la vedesse o la potesse evitare. Luke scommetteva che il capitano della cannoniera era appunto rimasto in attesa del momento in cui Wedge e i suoi gli avrebbero voltato le spalle. «Rogue Uno», scattò Luke, «Wedge, guarda sotto di te. Un pezzo grosso che arriva da sotto.» Pensandoci meglio, aggiunse: «Rosso Cinque è il tuo gruppo. Andate laggiù e liberate la coda di Wedge da quei caccia».

«Che succede?» riusciva a malapena a sentire la voce di Wedge fra i disturbi. I caccia Ala-X si dispersero. Il vettore di due di loro passò giusto entro il raggio di fuoco della nave vedetta. Lo schermo di Luke lampeggiò.

Due esplosioni di angoscia umana, dolorosamente familiare, trafissero la spina dorsale e lo stomaco di Luke mentre i due piloti alleati morivano. Non Wedge, si assicurò subito; ma uomini, comunque. Gente che aveva amici. Che mancherà a qualcuno. Per cui qualcuno porterà il lutto.

Chiamò a raccolta tutta la sua freddezza e cercò di proteggersi meglio. Non era quello il momento di piangere i caduti. Sullo schermo dell’ACB la nave vedetta lampeggiava ma era ancora saldamente dietro a Wedge.

Dietro Luke, il capitano Manchisco si schiarì la gola. «Mi scusi, comandante, ma così lei lascia la Flurry scoperta...»

Stava per voltare la testa quando sul quadro controlli dell’ACB comparve un riquadro rosso, lampeggiante. La Flurry stava per essere attaccata. Caccia alieni che riflettevano folli girandole di luci attraversarono lo schermo. «E a quanto pare», notò Luke, «anche loro se ne sono accorti. Bene, capitano Manchisco. Faccia del suo meglio con il suo equipaggio.»

Gli occhi neri di Manchisco si illuminarono. Si voltò di scatto e abbaiò una serie di ordini ai suoi uomini. Il Duro gorgogliò una domanda mentre le sue lunghe mani nodose si muovevano sui controlli della navigazione. Manchisco rispose con un altro gorgoglio. La Flurry aveva un uomo per ogni compito, dai cannonieri agli addetti agli scudi. Luke si concentrò sul pericolo che Wedge stava correndo e cercò di dimenticare il suo.

I minuscoli caccia alieni avevano quasi completamente circondato Wedge e la sua squadriglia, intrappolandoli in una rete di scudi e raffiche di energia da cui non avevano alcuna possibilità di uscire. Luke cercò di combattere il panico e di dirigere tutta la sua energia emotiva nella Forza che lo circondava e lo penetrava.

Tese il suo punto di consapevolezza verso la navicella aliena che si trovava proprio di fronte al muso del caccia Ala-X di Wedge. Lo toccò e avvertì chiaramente le due presenze quasi umane a bordo del piccolo scafo. Cercando di lottare contro il terribile, nauseante senso di perversione che le due presenze gli comunicavano, le sfiorò. Una era al controllo degli scudi, l’altra pilotava e gestiva gli armamenti. Luke si concentrò sulla seconda, cercando di introdurre dentro di essa le energie della Forza. Anche se era debole, quasi inavvertibile, la presenza reagì con forza straziante. L’infelicità di quell’entità era tanto potente da spingere lui stesso verso la disperazione: nessuno si meritava di vivere libero, urlava la presenza con tutto il suo essere. Secondo quella voce disperata, Luke non poteva fare niente per salvare Wedge e niente per salvare se stesso e niente nemmeno per salvare l’uno o l’altro degli umani a bordo del caccia nemico. Erano tutti condannati.

Luke si sforzò di vedere attraverso gli occhi dello sconosciuto. L’intera sfera dello spazio circostante si aprì ai suoi occhi. I suoi sensi furono sopraffatti. Dovette concentrarsi al massimo per riuscire a individuare il caccia Ala-X di Wedge. Ai lati della sua coscienza proiettata altre due piramidi erano sospese, apparentemente immobili, in perfetta formazione. Dal centro di ogni faccia triangolare un grappo di analizzatori e sensori guardava all’esterno come l’occhio sfaccettato di un insetto. Da ogni vertice spuntavano le bocche di cannoni laser.

Rabbia, paura, violenza: sono loro il lato oscuro. Yoda gli aveva insegnato che i mezzi erano importanti quanto i fini. Se avesse usato il potere oscuro, anche solo per difendersi, il prezzo per la sua anima avrebbe potuto essere disastrosamente alto.

Si rilassò, scivolando nella Forza. Confidando nel suo controllo perché assicurasse la salvezza della sua anima e della sua mente, amplificò quella volontà torturata. Per un attimo il senso di umanità della presenza culminò, una vittoria disperata per uno spirito tanto straziato. Era stato vivo una volta... e libero. Con tutta l’intensità di un’anima dannata, lottava per continuare a vivere.

Luke seminò un suggerimento in quella consapevolezza malata. Morire bene è meglio che vivere schiavi dell’odio; la pace è meglio della disperazione.

Con un’immediatezza che lo sorprese, la nave aliena cambiò rotta e si diresse verso uno dei suoi compagni di squadriglia. Accelerò, con l’evidente intento di speronarla. Luke si liberò con un senso di lacerazione dalla volontà dell’altro e rimase seduto ad ansimare e inghiottire. Si scostò dalla fronte una ciocca di capelli madidi di sudore.

Il suo cervello fu perforato da un rombo proveniente dagli auricolari. Gli ci volle un secondo buono per convincersi che era di nuovo sul ponte della Flurry e un altro per riacquistare una visione chiara e uno stomaco fermo.

Il caccia Ala-X di Wedge sfrecciò verso la salvezza attraverso il varco creato dalla distruzione dei due scafi nemici.

«Signore», chiamò il capitano Manchisco. Luke si scosse a uno stato di coscienza localizzato. «Si sente bene?»

«Fra un minuto starò benissimo.»

«Potremmo non avere un minuto a disposizione, signore.» L’ACB continuava a lampeggiare il suo avvertimento. La Flurry si scuoteva sotto il fuoco. I cannonieri di Manchisco avevano distrutto uno stormo intero di minuscoli caccia, ma nel frattempo ne erano arrivati molti altri, assieme a tre navi vedetta nemiche. In un angolo del pannello di controllo sei triangoli rossi si erano illuminati, segnalando un’erosione degli schermi. Aveva attirato l’attenzione degli alieni, eccome. La disperazione rifluì dal suo essere.

«La sala macchine non riesce a darci altra potenza», disse Manchisco. «Pensa di avere qualche asso nella manica... signore?»

In altre parole, poteva il famoso Jedi tirarli fuori da questo pasticcio? Manchisco appariva ancora spavalda, ma anche lei stava raggiungendo un picco nella produzione di adrenalina.

Il navigatore le gorgogliò qualcosa. «No», ordinò il capitano, in tono allarmato. «Resta al tuo posto.» Il navigatore si passò una lunga mano grigia sul cranio nudo.

«A tutte le squadriglie», chiamò Luke. «La Flurry ha bisogno di rinforzi.»

La nave si scosse di nuovo. Lungo tutto il ponte di comando delle spie avevano preso a lampeggiare. «Ecco», annunciò un membro dell’equipaggio dalla sua stazione. «Abbiamo appena perso gli scudi. Adesso vedremo quanto è forte lo scafo.»

Caccia piramidali ruotavano freneticamente sul visore. Luke strinse i pugni. Nella sua mente era una girandola di idee, tutte inutili.

Qualcosa luccicò in mezzo alla battaglia, il disco asimmetrico di un trasporto leggero che usciva dall’iperspazio proprio fra lo sciame di caccia alieni. Una nave vedetta si trovò nel suo raggio di fuoco. Un secondo dopo, niente più nave vedetta.

«Ho pensato che un po’ di aiuto poteva farti comodo», disse una voce familiare nei suoi auricolari.

«Grazie, Han», mormorò. «Carino da parte tua venirci a trovare.»

Caccia dopo caccia l’intero sciame sfrecciò davanti alla Flurry, fuggendo in direzione dello spazio aperto. «Quante me ne devi con questa, ragazzo?»

«Tante», rispose. O forse era a Leia che doveva qualcosa. Forse anche lei stava imparando a dar retta a intuizioni provenienti dalla Forza.

Il vortice della battaglia rallentò piano piano. Numeri e cifre scorrevano sullo schermo dell’ACB, ma Luke li ignorò. Più tardi avrebbe potuto usare quelle informazioni per spiegare ai suoi piloti quali erano le caratteristiche delle navi nemiche. Ma per adesso, si limitò a guardare il campo stellato nel visore considerando la situazione. Affidarsi alla forza richiedeva calma, ma non l’abiura della ragione.

«Squadriglia Rossa», ordinò Luke, «mettetevi in posizione sotto quell’incrociatore. Passategli di prua. Costringetelo a dirigersi verso l’interno del sistema.»

Si accarezzò un’unghia con il pollice, sovrappensiero, mentre aspettava che la grande nave si voltasse, poi, accorgendosene, strinse la mano sulla coscia. Lentamente il puntino rosso cominciò a girare sul suo schermo. Avanzò piano e come aveva previsto, del tutto cieco alla presenza della Squadriglia Rossa. Ancora un po’ e la Squadriglia Rossa avrebbe potuto...

«Squadriglia Rossa?» trasmise Luke.

«Attacchiamo ora», squittì una giovane voce.

Luke dovette stringere l’altra mano sull’orlo del suo quadro. La prossima volta avrebbe lasciato che Ackbar affidasse il comando a qualcun altro. Era ridicolo. Odiava il comando. Avrebbe dato le dimissioni appena possibile.

Attraverso la Forza, avvertì la distruzione dell’incrociatore. Qualche millisecondo più tardi un lampo invase il suo schermo. «Sì!» urlò Wedge. «Benfatto, capo Rosso!»

Luke immaginò il più giovane dei suoi capisquadriglia che sorrideva dietro la cupola trasparente, scurita dal lampo, del suo caccia. «Benfatto», fece eco Luke. «Ma non abbassate la guardia. Ce ne sono ancora parecchi là fuori.»

«Agli ordini, Flurry.» Il gruppo di puntini blu che rappresentava i caccia Ala-X si divise in quattro gruppetti che si allontanarono, raccogliendo dati attraverso i sensori di bordo per raggiungere in formazione i computer tattici della flotta. Be’, valeva la pena di provarci, Dodonna, pensò rivolto all’inventore dell’ACB. Con tutta la sua sofisticazione era uno strumento tanto utile, e altrettanto limitato, del computer tracciante di un caccia.

«Signore», offrì la voce soffice del tenente Delckis al suo fianco. «Sorso d’acqua?»

«Grazie.» Luke afferrò un tubetto d’acqua a fondo piatto. Sull’ACB si stava sviluppando una nuova configurazione che lo incuriosiva. Qualcuno dall’altra parte doveva aver dato un ordine importante, perché su tutto lo schermo i puntini rossi si stavano sganciando. «Capisquadriglia, stanno preparandosi al salto nell’iperspazio. Tenetevi lontani, ma colpiteli se vi attaccano.» Era cresciuto nella Forza: il suo primo istinto ora era di spaventare, non di uccidere, specialmente se si trattava di un nemico che un giorno avrebbe potuto essere usato contro l’Impero in rovina. Aprì un altro canale. «Li vede anche lei, comandante Thanas?»

Nessuna risposta: il comandante Thanas, in quel momento, doveva essere molto occupato. Luke rimase a guardare, sollevato, mentre squadriglia dopo squadriglia i caccia nemici svanivano. «Ecco fatto», disse piano fra sé. «Per adesso abbiamo finito. Attivate i sensori a lungo raggio, Delckis. Scommetto che non sono andati lontano.»

«Sì, signore.»

Luke sorseggiò un po’ di acqua riciclata dal gusto piatto; improvvisamente si rendeva conto di avere la gola terribilmente secca. Aveva respirato con affanno. La prossima volta mi controllerò meglio, promise a se stesso.

«Signore», disse Delckis, «aveva ragione. Stanno già riemergendo, appena fuori dal sistema.»

«Mm-hmm.» Era contento di avere avuto ragione, ma avrebbe preferito che se ne fossero semplicemente andati a casa.

Si stiracchiò. E adesso? Appoggiò il tubetto d’acqua sull’ACB. Era più utile come tavolino che come consulente strategico. «Mandi un messaggio in codice all’ammiraglio Ackbar, Delckis. Abbiamo bisogno di altre navi. E includa le registrazioni che l’ACB ha tenuto della battaglia. Così capirà a che cosa ci troviamo di fronte. Riesce a prepararlo in mezz’ora?»

«Tranquillamente, signore.»

Grazie alla Forza, i trascrittori non mancavano sulle loro navi, dopo Endor. Le navi imperiali sconfitte erano state abbondantemente saccheggiate. «Lo faccia, allora.» Passo successivo: rifornimento e riposo. «Capisquadriglia, qui è la Flurry. Buon lavoro, ragazzi. Tornate alla base.»

Manchisco sospirò, scosse le trecce e diede una robusta pacca sulle spalle del suo navigatore Duro.

Puntini blu-Alleanza convergevano sulla Flurry. La radio di Luke si animò. «Comandante Alleato, qui è il comandante Thanas. Siete in grado di ricevere tramite l’HoloNet?»

«Sì, ma ci vorrà un po’ di tempo. Dateci cinque minuti.»

Il tenente Delckis stava già alacremente regolando comandi e dirottando energia in una serie di componenti istallati molto di recente. Luke spinse la sua poltrona entro un raggio di trasmissione. «Mi avverta quando è pronto.»

«Adesso», disse alla fine Delckis. «Trasmissione a due vie.»

Su per un pannello-strumenti apparve l’immagine di un uomo sulla cinquantina, con una faccia stretta e capelli castani, ricci e radi, cortissimi. «Grazie», disse il comandante Thanas, «e congratulazioni.»

«Non sono andati lontano.»

«Ho visto. Staremo in guardia. Forse, ah, fareste meglio a uscire dalla zona dei combattimenti. Quelle navi aliene si lasciano dietro dei rottami molto caldi.»

«Caldi?» Luke gettò uno sguardo alla temperatura dello scafo su un quadro.

«I droni ssi-ruuvi bruciano combustibile a fusione pesante.»

Nuovo termine: ssi-ruuvi. Ma, più importante, se gli alieni volevano conquistare Bakura, perché disseminare il sistema di ceneri radioattive?

E perché Thanas ha voluto usare l’HoloNet per dirmi queste cose relativamente poco importanti? si chiese Luke mentre l’immagine di Thanas svaniva. O il comandante Thanas voleva vedere che faccia aveva il suo pari grado alleato o, una volta accertato che i ribelli disponevano di equipaggiamento per trasmettere via HoloNet, avrebbe anche avuto buone ragioni di sospettare che possedessero altro materiale di provenienza imperiale.

Luke fissò i puntini dorati che rappresentavano i loro «alleati». «Analisi», ordinò all’ACB. 1 risultati arrivarono subito e Luke spostò il tubetto d’acqua per vedere meglio. L’incrociatore imperiale andava alla deriva, evidentemente danneggiato in modo piuttosto grave. Il resto delle forze di Thanas si era ritirato dalla battaglia e aveva costituito una rete difensiva attorno alla nave ferita... e a Bakura.

Nemmeno lui, probabilmente, si sarebbe fidato del tutto se degli Imperiali comparsi dal nulla si fossero offerti di aiutarlo. Sarebbe stato compito di Leia far sì che imparassero a fidarsi l’uno dell’altro.

«Grazie di nuovo, Falcon», disse sul canale privato. «C’era qualcosa che non andava sul sesto pianeta?»

«Prima o poi te lo racconteremo», rispose la voce di Leia dall’altoparlante vicino al suo gomito.

5

La senatrice imperiale bakurana Gaeriel Captison sedeva al suo posto, agitando le dita dei piedi e immaginando di vedere delle figure nei tasti colorati del quadro controlli inserito nel suo scranno. Sotto un soffitto piastrellato che si innalzava al centro in una cupola appuntita, la camera del senato imperiale bakurano sarebbe stata del tutto silenziosa, se non fosse stato per il leggero fruscio della pioggia che scorreva dentro le colonne translucide negli angoli della stanza. Un sistema di grondaie sul soffitto convogliava l’acqua dentro i pilastri che illuminati dal basso, pulsavano con il respiro liquido della biosfera di Bakura.

Gaeriel era rimasta a lungo sotto la pioggia, quel mattino, a guardare come colpiva e faceva danzare le foglie di pokkta e lasciando che le bagnasse la pelle, i capelli, i vestiti. Respirò a fondo l’umida aria bakurana e ripiegò le mani sopra il banco. Ormai il Centro Imperiale era l’unico mondo dove si potessero proseguire gli studi di Scienze Politiche dopo l’università; era uno dei modi scelti dall’imperatore per far sì che solo la sua filosofia di governo raggiungesse i mondi a lui soggetti. Era ritornata il mese prima, dopo l’anno di indottrinamento obbligatorio sul Centro. Confermata nel seggio senatoriale che aveva conquistato quando era ancora ragazzina, questa era la sua prima seduta serale di emergenza.

In cima alle scale, alla sinistra di Gaeriel, la massiccia sedia a repulsione ricoperta di cuscini color porpora del governatore Nereus, era ancora vuota. Il senato, il cui potere declinava ogni anno, attendeva che Nereus gli concedesse l’onore della sua presenza.

Sotto le scale che portavano alla poltrona del governatore Nereus, all’altezza di Gaeriel, erano posati un paio di lunghi scranni; su un terzo livello, più in basso, due tavole fiancheggiavano uno spazio vuoto centrale. Orn Belden, decano dei senatori, agitò una mano sopra lo scranno centrale. «Ma non capite?» stava strillando Belden in direzione del senatore Govia. «In confronto ai sistemi che davvero interessano l’imperatore, le nostre navi e i nostri ufficiali sono... be’, le navi sono più vecchie di me e non hanno personale adeguato. Per quanto riguarda il personale di comando, siamo la pattumiera di...»

«In piedi», abbaiò una voce accanto alla porta della sala. Un commesso in tunica e calzamaglia viola picchiò l’asta di una lancia sul pavimento. Gaeri si rimise le scarpe e si alzò in piedi assieme agli altri trentanove senatori. Solo le guardie imperiali salutarono. Sperava tanto che questa chiamata d’emergenza non volesse dire nuove tasse. Non adesso che gli Ssi- ruuk li minacciavano tutti.

Il governatore imperiale Wilek Nereus fece il suo ingresso, fiancheggiato da quattro soldati di marina nei loro elmetti neri che ricordavano a Gaeriel degli scarafaggi dalle gambe particolarmente lunghe. Il governatore Nereus indossava un’uniforme speciale, generosamente Cosparsa di trecce d’oro e con la giacca tagliata in modo da dare l’illusione di ampie spalle e vita snella. Portava anche guanti di sottile pelle nera a cui doveva la reputazione di uomo schizzinoso di cui godeva. Aveva lineamenti pesanti ma una bocca leziosa e sembrava avere elevato l’arroganza imperiale a rango di scienza. «Seduti», disse.

Gaeri lisciò la lunga veste azzurra e si risedette. Il governatore Nereus rimase in piedi accanto all’entrata. Era più alto di chiunque di loro e usava la sua statura per metterli in soggezione. A lei non era mai piaciuto, ma un anno passato sul Centro Imperiale l’aveva reso di gran lunga più tollerabile... aveva avuto modo di fare dei confronti.

«Non vi tratterrò a lungo», disse il governatore guardandoli dall’alto in basso. «So che siete tutti impegnati a mantenere la pace nei vostri settori. Alcuni di voi lo fanno con molto successo. Altri no.»

Gaeri si accigliò. I residenti del suo distretto stavano trascurando il lavoro per scavare rifugi, ma almeno approntare bunker era un’attività costruttiva. Lanciò un’occhiata a suo zio, il primo ministro Yeorg Captison. Qui a Salis D’aar, Captison aveva dovuto sedare delle rivolte, usando la polizia bakurana per impedire che Nereus mandasse le sue truppe.

Nereus levò una mano per tacitare i mormorii. Una volta attirata la loro attenzione, girò lentamente la testa e si schiarì la gola. «Navi dell’Alleanza Ribelle hanno fatto il loro ingresso nel sistema di Bakura.»

Questo le diede una scossa. Ribelli? L’Impero non tollerava nessun tipo di dissenso. Dopo l’entrata di Bakura nell’Impero, tre anni prima, due piccole rivolte erano state schiacciate con agghiacciante efficienza. Gaeri ricordava anche troppo bene quel periodo. Entrambi i suoi genitori erano morti per essere rimasti intrappolati nel posto sbagliato durante una battaglia tra gli insorti e le truppe imperiali. Era stato allora che era andata a vivere con gli zii. Sperava di non dover più vedere un’altra insurrezione nel corso della sua vita, né niente di simile ai rastrellamenti che ne erano seguiti.

Forse questi fomentatori di disordini puntavano alla fabbrica di componenti per la repulsione che si trova nel distretto di Belden. Come avrebbero potuto le truppe di Nereus difendere Bakura dagli incursori ribelli e dagli Ssi-ruuk?

Nereus si schiarì di nuovo la gola. «La Dominarli, che ormai resta il nostro unico incrociatore, ha sostenuto danni ingenti. Dietro consiglio del mio staff, ho ordinato alle nostre forze di ritirarsi dalla battaglia e di proteggere Bakura. Vi chiedo la ratifica di quest’ordine.»

Belden raddrizzò la schiena e trafficò con l’amplificatore vocale che portava sul petto. «Si sta coprendo le spalle, governatore? Così se qualcos’altro va storto, può puntare il dito contro di noi? E chi sta tenendo a bada gli Ssi-ruuk in questo momento, mi chiedo?»

Non era saggio attirare l’attenzione del governatore imperiale, ma Belden sembrava non conoscere il significato della paura. Forse quando Gaeri sarebbe arrivata ad avere 164 anni, un secondo cuore prostetico e un piede nella fossa, avrebbe avuto anche lei quel tipo di coraggio.

Improvvisamente distratta, controllò l’ora. Aveva promesso al senatore Belden che quella sera sarebbe andata a far visita alla sua anziana moglie. La governante della signora Belden, Clis, se ne andava alle 20.30 e Gaeri aveva promesso di badare alla vecchia signora finché il senatore Belden non fosse tornato da una seduta in commissione. La mente della focosa Eppie ormai stava svanendo, anche se aveva solo 132 anni. (Stava svanendo? Era scomparsa del tutto da tre anni buoni.) La devozione di Orn Belden e l’affetto genuino di un paio di amici di famiglia di vecchia data, come Gaeriel, la sostenevano ancora. Eppie era stata la prima amica «adulta» di Gaeriel.

Il governatore Nereus si passò una mano fra i capelli scuri. Cercava di imitare i governatori della Vecchia Repubblica, e di usare la minaccia della forza quel minimo necessario per mantenere in riga la popolazione. Così era riuscito a costruirsi una piccola enclave di ordine e sovranità personali, lontana dalle rotte provenienti dal Centro Imperiale, con pochissima violenza conclamata... dopo i sanguinari rastrellamenti di tre anni prima, naturalmente.

Nereus fece un sorriso senza allegria. «Il corso d’azione da me ordinato si limita a far sì che i Ribelli non possano colpire Bakura.»

«Sono stati i Ribelli o gli Ssi-ruuk a rendere inoffensiva la Dominanti»

«Non mi sono ancora giunti dei rapporti completi, senatore Belden. Sembra che, per ora, la sua fabbrica sia al sicuro. Comunque manderò tre squadre di sicurezza dal presidio imperiale.»

A Belden questo non sarebbe piaciuto. Il primo ministro Captison si alzò di nuovo: le spalline della sua tunica verde scuro sembravano galleggiare sopra una schiena assolutamente dritta, ma Gaeriel aveva scoperto al suo ritorno che i capelli gli erano diventati tutti bianchi. La semplice dignità di Captison ridicolizzava le pose di Nereus. Il primo ministro mosse due dita all’altezza della vita: calmati. Evidentemente anche Belden le aveva viste. Si sedette, lasciando la parola al suo premier.

«Grazie, senatore Belden», disse il primo ministro Captison. «Comunque sia, è evidente che per il momento i Ribelli si trovano fra noi e gli Ssi-ruuk, forse quello è il posto migliore per loro.» Girò lo sguardo attorno al tavolo. Quaranta senatori, tutti umani con l’eccezione di due pallidi Kurtzen del distretto Kishh, restituirono il suo sguardo. Come il senato, il primo ministro Captison aveva visto la propria autorità erodersi ogni volta che era andato contro i desideri dell’Impero. «Diamo il nostro appoggio al governatore Nereus», disse senza molto entusiasmo, «e ratifichiamo il suo ordine di ritirata.»

Chiamò una votazione. Solo Belden e altri due senatori chiusero il pugno.

Gaeriel sospirò fra sé. Belden non era un seguace della dottrina dell’Equilibrio Cosmico. Non riusciva a credere che quando permetteva al destino di abbassare lui, altri venivano innalzati e che poiché la ruota era in continuo movimento, un giorno coloro che si lasciavano umiliare sarebbero stati ricompensati.

«Grazie per il vostro sostegno», sogghignò Nereus. I suoi soldati scarafaggio lo accompagnarono fuori.

Gaeriel lo seguì con lo sguardo. Prima che arrivasse l’Impero, Bakura era stata governata dal senato e da un primo ministro: ma nel governo non si riusciva mai a mettere d’accordo sul programma più di due persone. Quando Gaeri aveva cominciato ad andare a scuola, l’anno scolastico durava per metà dell’anno solare: poi erano passati a un calendario alternato, due mesi sì e uno no; poi l’intero curriculum era stato rivoluzionato. Quando un governo non riesce a mettersi d’accordo neppure sul calendario scolastico, anche un bambino si rende conto che non è in grado di governare. Come figlia di un senatore e nipote di un primo ministro, Gaeri aveva assistito a una serie infinita di macchinazioni e manovre dietro le quinte, a migliaia di scaramucce sugli argomenti più diversi: giustizia sociale, esportazioni, tasse.

Ma, cosa ancora più importante, non due senatori erano riusciti a mettersi d’accordo su una strategia di difesa. Di conseguenza, Bakura era stata conquistata dall’Impero con estrema facilità.

Raddrizzò le spalle. Forse era per quella facile conquista che il governatore Nereus aveva lasciato al loro posto la maggior parte dei funzionari di governo. Durante il suo soggiorno sul Centro Imperiale Gaeri aveva imparato a tenere la bocca chiusa sul senato di Bakura. I residenti di altri sistemi stellari reagivano con indignazione alla notizia della sua esistenza.

La pace, offerta dall’Impero, aveva ricompensato Bakura per l’autonomia persa; o almeno così sembrava a Gaeri, anche se doveva ammettere che la sua esperienza in questo campo era limitata. L’Impero aveva posto termine al caos e alla guerra civile e aveva aperto ai prodotti bakurani un mercato galattico.

Eppure molti senatori non erano d’accordo; e quando parlavano, per quanto sottovoce, Gaeri li ascoltava.

E a proposito dei dissidenti, era ora di dirigersi verso la casa dei Belden. Si rimise le scarpe e si diresse allo scalo che si trovava sul tetto.

In genere, Dev durante le battaglie aspettava nella cabina del suo padrone, Firwirrung, lavorando alacremente al suo progetto di traduzione per evitare di dover sentire il terrore dei nemici quando il raggio traente li catturava. Oggi, però, Firwirrung gli aveva chiesto di andare a prendere dei vassoi di cibo e dei tubetti di bevande in cambusa e di portarli su, attraverso un corridoio illuminato da luci forti, fino al ponte di comando.

Poiché erano impegnati nella difesa della forza d’attacco, l’ammiraglio Ivpikkis aveva ordinato di fabbricare nuovi droidi da combattimento e di trascurare il rifornimento di droidi destinati al servizio interno sulla Shriwirr, a eccezione dei droidi di sicurezza del ponte di comando; quindi Dev era stato incaricato di sopperire alla mancanza di servitori. Il capitano della Shriwirr aveva tenuto la nave il più lontano possibile dalla battaglia, sia per salvaguardare le preziose vite ssi-ruuvi che per mantenere aperto il canale di comunicazione che, attraverso una lunga serie di ripetitori subspaziali, arrivava fino al grosso della flotta.

Ogni volta che venivano portati a bordo dei prigionieri nemici, Dev si sentiva segretamente consolato dalla loro presenza... per quanto breve fosse. Infatti gli umani venivano immediatamente intecnati e le loro presenze nella Forza riversate nei droidi da combattimento. Non che Dev gli volesse negare questa gioia solo per il proprio conforto psicologico, ma segretamente, egoisticamente, lo rattristava. Senza che i suoi padroni lo sapessero, spesso si tendeva nella Forza durante le battaglie e accarezzava la presenza intatta degli umani. Sentendosi colpevole, ma senza riuscire a farne a meno, si tese anche ora...

E incontrò un enorme potere. Dev rimase immobile, afferrandosi alle superfici di governo del carrello a repulsione. Qualcuno, da qualche parte, fuori dalla Shriwirr, possedeva la stessa profonda e placida forza che aveva sempre associato alla presenza di sua madre. Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Che fosse tornata? Era mai possibile? Aveva sentito parlare di visite dall’aldilà, ma...

No. Se si trattava di un umano, di certo l’umano non era su Bakura, perché lo sentiva troppo vicino; e allora doveva trattarsi senz’altro di un nemico. Inoltre era molto più forte di quanto era stata sua madre. Aveva sentito l’ammiraglio menzionare, come se fosse una cosa a malapena degna della sua attenzione, un nuovo gruppo di astronavi in arrivo, ma questo nemico gli faceva pensare... gli faceva pensare a casa sua. Lo Straniero si stava concentrando sulla battaglia, ma non con lo stesso tipo di passione con cui lo faceva Dev. Decise di scendere più in profondità. La somiglianza che avvertiva nell’altro lo invitava e lo seduceva. Lo Straniero non sembrò notare il suo cauto sondaggio. Dev spinse il carrello a repulsione. Non ci doveva pensare. Sperava che quella sensazione non tornasse più.

Avanzò. Aveva quasi raggiunto il ponte di comando quando un fischio gorgheggiante si udì attraverso gli altoparlanti generali. Emergenza: assicurarsi a un bozzolo e preparasi per il riorientamento.

Stupito, Dev abbandonò il carrello. Si tuffò nel portello aperto più vicino e scorse diversi bozzoli d’emergenza, assicurati al soffitto e al pavimento, notandone uno che pendeva ancora libero. Saltò in avanti, afferrò il cordone rosso sul bordo e se lo tenne premuto sullo sterno, poi ruotò su se stesso per circondarsi di rete. Ora più che mai desiderava un massiccio, robusto corpo ssi-ruuvi. Snello e senza coda, dovette girare su se stesso una mezza dozzina di volte prima che la rete lo avvolgesse in modo abbastanza efficace.

Poi, per diversi secondi, mentre l’allarme suonava ancora, ebbe il tempo di pensare. Di cercare di ricordare se aveva rizzato bene i cuscini del nido, quella mattina. E di ricordarsi anche di aver lasciato un carrello carico nel corridoio.

Peggio ancora, l’invincibile Shriwirr stava inaspettatamente accelerando, come per prepararsi a un salto nell’iperspazio. Ma non poteva certo essere una ritirata, questa. Erano stati tanto vicini alla vittoria...

La parete più vicina divenne pavimento, poi soffitto. Lo stomaco di Dev protestò veementemente. L’accelerazione gli premette la faccia contro sei strati di rete. Incapace di appoggiarsi alla paratia con la coda, spingeva le dita nella rete mentre roteava fuori controllo. Chiuse gli occhi e pregò che tutto finisse in fretta.

La gravità ritornò al posto consueto e il fischio dell’allarme cessò all’improvviso. Stordito, Dev cercò di liberarsi.

«Che cosa sta succedendo?» chiese uno dei suoi vicini. «È dai tempi di Cattamascar che non ricordo un altro riorientamento di emergenza.»

La risposta venne da una voce sgradevolmente familiare. «Abbiamo perso un incrociatore. Quasi tutti i droni da combattimento sono andati. Dovremo sprecare un bel po’ di umani per proteggere le navi che ci sono rimaste. Faremo meglio ad analizzare la tattica di questi nuovi arrivati prima di tornare all’attacco. Questo gruppo è diverso dagli altri. Navi diverse, diverso stile di comando.»

Stile di comando? Possibile che il nuovo gruppo fosse comandato da quell’uomo così potente nella Forza? Magari... magari un vero Jedi, uno che aveva finito l’addestramento solo cominciato da sua madre?

Ma l’Impero aveva sterminato i Jedi. Gli aveva dato la caccia e li aveva uccisi tutti.

Sì, ma l’imperatore era morto. Un vero Jedi ora avrebbe potuto anche osare di mostrarsi.

Be’, erano tutte supposizioni. Finalmente libero dalla rete, Dev uscì dal bozzolo. Davanti a lui, che lo guardava dall’alto con i liquidi occhi neri, c’era il massiccio Ssi-ruu che effettuava i suoi periodici interventi di «rinnovamento»: Sh’tk’ith, l’anziano rispettosamente soprannominato Scaglia Blu. Scaglia Blu proveniva da una razza ssi-ruuvi differente da quella di Firwirrung: piccole scaglie di un azzurro brillante, volto più stretto, coda più lunga. La razza di Scaglia Blu dominava il pianeta madre come quella di Firwirrung aveva la supremazia nell’esercito.

Doveva riferire a Scaglia Blu quello che aveva percepito... ma questo avrebbe voluto dire confessare il suo vizio segreto. Dev guardò il pavimento e sbatté le palpebre. «Ti saluto, o anziano...»

«Che cosa c’è che non va?» domandò Scaglia Blu imperiosamente. Le sue scure lingue nasali saettavano nell’aria, gustandone l’odore. Di tutti gli Ssi- ruuk, lui sembrava il più sensibile ai leggeri cambiamenti di odore di un umano sotto stress.

«Tanto... spreco», disse Dev prudentemente, «tutti quei droidi da battaglia perduti, che tragedia! Quei poveri umani... le loro nuove vite, le loro felicità appena conquistate, tutto finito così in fretta. Lasciatemi piangere i miei... gli altri umani, anziano. Sono tanto triste per loro. Tanto triste.» L’entità della sua menzogna lo scandalizzò.

Tre paia di palpebre sbatterono velocemente. Scaglia Blu emise un rumore gutturale, l’equivalente ssi-ruuvi di un «hmm» pensieroso. Tamburellando gli artigli anteriori, Scaglia Blu rispose: «Più tardi, allora. Dopo che avrai pianto le loro morti, torna da me. Ti rinnoverò perché tu ci possa servire più serenamente.»

«Grazie, anziano.» La voce di Dev si spezzò mentre arretrava. «Devo pulire il corridoio ora. Il lavoro mi darà tempo per pensare.»

Scaglia Blu agitò un artiglio e lo congedò.

Dev fuggì attraverso il portello, sentendosi più colpevole che mai. Aveva forse messo in pericolo la flotta d’attacco? No, certo. L’ammiraglio Ivpikkis sarebbe sicuramente stato il trionfatore, alla fine. Ma il problema più immediato di Dev era, ora, nascondere nella memoria quel tocco momentaneo prima che Scaglia Blu lo chiamasse a sé e lo convincesse a confessare.

Del cibo rappreso era spruzzato dovunque sulle paratie e i tubetti di bevande erano sparsi per tutto il corridoio. Dev corse verso poppa alla ricerca di uno stipetto di servizio. Pulire la nave era un compito che spettava ai P’w’eck, ma lui si sentiva responsabile.

Non era mai riuscito a nascondere niente a Scaglia Blu. Non era forse tradimento nascondere dei pensieri? I suoi padroni lo avevano salvato dalla morte per fame e abbandono. Gli doveva tanto.

Eppure non aveva mai avuto, prima, una ragione altrettanto forte di mentire. Con la mente, aveva toccato un fratello. Non poteva tradirlo.

Aprì lo stipetto di servizio, afferrò un aspirapolvere e si affrettò a tornare a prua, verso la chiazza di cibo più vicina.

6

«Salvacondotto per Salis D’aar, la capitale. I controllori dello spazio porto vi faranno scendere», finì la voce del funzionario addetto al traffico, dal comunicatore del Falcon.

«Grazie.» Han chiuse la comunicazione e si lasciò andare indietro, contro lo schienale.

Leia sospirò. «Bene. Possiamo metterci al lavoro.»

Han sollevò un sopracciglio. A lui sembrava che avessero già lavorato parecchio.

Leia non lo notò. «Adesso dobbiamo decidere che cosa fare.» Accarezzò una delle trecce che le incorniciavano la testa.

«Giusto», rispose Han, contento di sentire che per una volta la pensava come lui. «Usiamo questo salvacondotto per atterrare su Bakura oppure no? Adesso sono messi molto meglio di prima. Sarebbe il momento giusto per prendere su le nostre truppe e filarcela.»

Leia fissò il ponte del Falcon. «Non era questo che avevo in mente, ma hai ragione. Continuo a chiedermi se sarà mai possibile trattare direttamente con gli Imperiali.»

Attraverso il contatto con la Flurry, Luke si fece sentire. «Leia, non ti senti bene?»

Leia si schiarì la gola e si chinò sul quadro comandi. «Sono un po’ nervosa, Luke. Forse comincio a ragionare come Han. Non mi sento a mio agio in questa situazione. Mi sento diversa dal solito.»

Han lanciò un’occhiata a Chewie, che ululò piano. Sì, era vero: forse stava sviluppando un po’ d’istinto di conservazione. Gli Skywalker sembravano esserne privi.

«Siamo tutti nervosi», rispose la voce di Luke. «Ho l’impressione che qui stia succedendo qualcosa di strano. Devo riuscire a scoprire cos’è.»

Han sbirciò dall’oblò del Falcon e vide la Flurry. Era sospesa, goffa e bitorzoluta, vicino al Falcon in un’orbita di parcheggio fuori della rete imperiale di difesa. «Ne sei sicuro, ragazzo?» chiese. «Questo sarebbe il momento giusto per tornarsene a casa.»

«Ne sono sicuro. Leia, sei tu che ti occupi dei negoziati. Vuoi trasferirti qua, in modo da poter atterrare in maniera dignitosa con una delle navette della Flurry?»

«Un momento, un momento.» Han si raddrizzò. «Io non ho intenzione di atterrare con qualcosa che non sia il Falcon. Voglio questa nave sulla superficie, in caso ci si trovi di nuovo a dover tagliare l’aria alla svelta.»

«Di nuovo?» chiese Luke. «Perché? Che cosa è successo?»

«Più tardi.» Leia aveva le mani intrecciate e picchiava un pollice contro l’altro, pensierosamente. «Pensa che effetto faremmo, atterrando in... be’, pensa a come può apparire il Falcon agli occhi di chi non lo conosce.»

Oh, grazie tante, vostra altezza. «È una questione di mimetismo.»

Leia allargò le braccia. «Sarà la prima impressione che gli Imperiali di Bakura avranno del nostro gruppo, Han. Vogliamo che diventino nostri alleati. Cerca di pensare a quello che succederà a lungo termine.»

«Sì, ma prima, a breve termine, dobbiamo pur sopravvivere.»

Luke si schiarì la gola. «Il Falcon non entrerebbe nell’hangar della Flurry. È già completamente pieno.»

Leia guardò il pannello di controllo del Falcon e poi una paratia tenuta insieme da circuiti legati con fil di ferro. Guardò Han a lungo, severamente. Poi disse: «Va bene, Luke. Vieni tu qua. Atterriamo con il Falcon... ma solo a patto che al momento dell’atterraggio tutti siano vestiti in maniera dignitosa.»

Han strinse un pugno. «Ehi, io non...»

«Tranne te, capitano.» Parlava con voce dolce, ma nei suoi occhi c’era un luccichio malvagio. «Questo rottame è tuo. Tanto vale che tu sia in carattere con la tua nave.»

Un po’ di tempo dopo, Leia guardò fuori da un oblò e vide vortici di nubi bianche disegnati su un mondo meravigliosamente azzurro. Chewie esaminò il quadro comandi e poi si alzò, soddisfatto per dirigersi verso il corridoio.

Luke apparve coi capelli umidi e scompigliati. Aveva ascoltato con calma il suo racconto di come erano andate le cose sul sesto pianeta, poi aveva detto qualcosa sul tirarsi a lucido. «Ti senti meglio?» chiese Leia.

«Ci puoi scommettere.» Si lasciò cadere nella poltrona del copilota, che sul Falcon era molto più grande del solito. «Vediamo se riusciamo a contattare di nuovo il comandante Thanas.»

«Io dico ancora che sento puzza di trappola.» Han scivolò nella sedia del pilota. «Magari Thanas crede di averci fatto un gran favore a farci penetrare nella loro rete difensiva. Ma se dividiamo le forze, avremo una metà di loro alla mercé di qualche imbrattacarte imperiale e solo l’altra metà all’erta e dove dovrebbe essere.»

Luke inserì dei dati in una consolle. «Le loro navi avranno bisogno di riparazioni molto più delle nostre, e più a lungo. Quelle che ho visto io erano conciate piuttosto male.»

«E ancora non sappiamo cosa vogliono questi alieni», disse Leia. Gettò un’occhiata obliqua verso Luke. Avrebbe potuto giurare che suo fratello ne sapeva più di quanto lasciava intendere. «Ho un gran brutto presentimento.»

«Adesso abbiamo anche noi la testa sul cippo», aggiunse Han, «tale e quale i Bakurani.»

«L’idea era proprio quella», ricordò Leia. «Condividere il loro pericolo e così provare che siamo dalla loro parte.»

«Forze dell’Alleanza?» tuonò la voce del comandante Thanas dagli altoparlanti.

Leia si chinò sulla spalla di Luke. Già quasi asciutti, i suoi capelli catturavano le fioche luci della cabina di pilotaggio e splendevano come un’aureola. «Siamo in ascolto, comandante Thanas», rispose Luke.

«Ho autorizzato le vostre navi alleate a unirsi alla rete difensiva nelle posizioni che avete richiesto, mentre la vostra delegazione conduce le trattative a Salis D’aar. Aspetto con ansia di incontrarla di persona.»

«Anch’io. Alleanza, chiudo.» Luke fece una pausa per un secondo, dopo essere passato dalla frequenza imperiale a un’altra. «Sentito?»

«Ho registrato tutto nell’ACB», rispose il capitano Manchisco. «Divertitevi, laggiù.»

Luke emise un lungo sospiro.

«Dovrai dire agli Imperiali chi sei, prima o poi, Luke.» Han fece una smorfia obliqua.

Leia sobbalzò. No, neanche per sogno!

«Preferisco farlo di persona», spiegò Luke, calmo.

Oh. Volevano dire solo il suo nome, non di chi era figlio. Leia si affrettò a dirsi d’accordo. «Ha un controllo maggiore, un migliore... discernimento, di persona, Han. Se ne accorgerà se cercano di nascondergli qualcosa.»

Han sbuffò in tono di derisione. «Continua a puzzarmi di trappola. Non mi piace.» Ma tornò a voltarsi verso i comandi. Luke abbandonò il sedile di Chewie e si sedette dietro.

«E poi Luke è un Jedi», gli ricordò Leia.

Luke annuì. «Terremo gli occhi aperti.»

Il Falcon lasciò la sua posizione nell’orbita di parcheggio e si mise sul vettore in approccio alla capitale di Bakura, Salis D’aar. Mentre passavano attraverso la rete difensiva, Leia vide un gigantesco bacino di riparazione orbitale: a forma di disco, non sferico, grazie al cielo. Ne avevano avuto abbastanza di Morti Nere. Han scese in economia, rapido e senza fare del turismo. Leia sbirciò lo schermo dell’analizzatore nel varco fra i sedili di Han e Chewie.

Fra due fiumi gemelli sorgeva un’enorme formazione di roccia biancastra che risplendeva a tal punto nella luce obliqua del sole che Leia ne rimase abbagliata.

Sbattendo le palpebre, Han inserì un filtro visivo. «Meglio, così?»

«Guardate laggiù», sussurrò Leia. Dove la formazione rocciosa piegava verso sud-est, era occupata per tutta la sua larghezza da una città. A sud della città Leia vide un doppio anello di crateri che circondavano un’alta torre metallica. Lo spazioporto civile, pensò.

Guardò di nuovo verso nord, verso l’abitato. La pianta della città, composta di cerchi concentrici che incrociavano direttrici radiali, le ricordava una grande tela di ragno; attorno a un gruppo di torri centrali si potevano scorgere i segni di un intenso traffico aereo. «Qual è l’ora locale?» chiese.

«È da poco passata l’alba.» Han si grattò il mento. «Sarà una giornata lunga.»

Alcuni irregolari macchie verdi sembravano suggerire che laddove era possibile, in nicchie di terreno catturate alla roccia nuda, erano stati creati parchi lussureggianti.

«Guardate.» Luke indicò un punto un chilometro circa a sud dello spazioporto. Enormi torrette fornite di turbolaser sorvegliavano un complesso esagonale che sorgeva all’interno di un ampio spazio la cui superficie nera e arida era evidentemente di origine artificiale.

Leia incrociò le braccia. «É una guarnigione imperiale. Sono tutte costruite nello stesso modo.»

«Sarà pieno di truppe d’assalto, laggiù», osservò Han.

«Che cosa avete detto?» interloquì 3BO nella sua solita posizione al tavolo di gioco. «Qualcuno ha visto delle truppe d’assalto?»

«Non farti saltare un fusibile», lo sbeffeggiò Han. «Ce li troveremo dappertutto una volta scesi.»

Il mormorio di 3BO continuò, assumendo un ritmo di: «Oh povero me, oh povero me». Luke si slacciò le cinture e uscì dalla cabina di pilotaggio.

Chewbacca ululò qualcosa. «Evidentemente Luke si aspetta un atterraggio morbido», tradusse Han. «Non vedo perché non dovrebbe», aggiunse, offeso.

Leia scelse di rimanere al suo posto e lisciare una piega del suo vestito bianco. Si era fatta fare una copia del suo bianco abito senatoriale, ormai molto consunto. Sperava ancora di riuscire a far dimenticare la reputazione da pezzenti dei Ribelli, sempre che questo fosse possibile dopo essere stati visti atterrare con il Falcon.

Han volò due volte tutt’attorno alla città, abbassandosi sui due fiumi che scorrevano senza poter confluire ai lati di quell’incredibile collina bianca. «Non ci sparano», notò. «Suppongo che a questo punto possiamo anche atterrare.»

I controllori di volo diressero Han verso un cratere multinave nella parte occidentale dello spazioporto che in quel momento era libero. Le lunghe ombre mattutine di varie gru da riparazione si estendevano sul terreno bianco. «Di che cosa è fatta la superficie?» mormorò Leia mentre Han effettuava la discesa finale.

Han guardò un analizzatore. «Qui dice che è praticamente quarzo puro. Il cratere sembra fatto di cristallo grezzo, ma qualcuno lo deve avere lavorato.»

Il Falcon toccò terra dolcemente.

«Ecco, visto?» si vantò Han. «Non c’era ragione di preoccuparsi.»

Chewie abbaiò. Leia si voltò per seguire la direzione indicata dal suo braccio peloso. Una ventina di persone erano radunate attorno a una navetta a repulsione lunga e stretta, sotto una gru che si trovava proprio sull’orlo del loro cratere d’atterraggio. «Sbrigati, Luke», gridò Han.

«Eccomi.» La voce di Luke, un po’ affannata, echeggiò nel corridoio. Leia saltò fuori dalla sua poltrona e andò a raggiungerlo.

3BO era in piedi e annuiva con approvazione davanti alla tuta bianca di Luke, priva di insegne e di gradi. Mentre Leia lo squadrava da capo a piedi, si allacciò sopra la tuta una cintura argentata da cui pendevano un fulminatore, tre caricatori e la sua spada laser. «Va bene così?» Fissò Leia negli occhi. Aveva uno sguardo talmente innocente, con quegli occhioni blu.

«Suppongo che sia così che deve vestire un Jedi», concesse Leia un po’ dubbiosa. Vorrei tanto che tu sembrassi un po’ più vecchio.

Luke guardò ansiosamente verso Han. Han scrollò le spalle. Leia rise. «Che cosa t’importa di cosa ne pensa lui?» chiese a Luke.

«Ha un aspetto veramente splendido, padron Luke», intervenne 3BO. «Invece lei, generale Solo, sembra un po’ trasandato. Non pensa che ridurremmo consistentemente i nostri rischi se...»

«Chewie», tagliò corto Han. «Vuoi restare a bordo?»

Era una domanda sensata. Chewbacca, se fosse venuto, avrebbe rappresentato l’Alleanza al meglio. Per principio gli Imperiali disprezzavano tutte le razze aliene, ma erano stati umani e alieni assieme che, stanchi della repressione imperiale, avevano fondato l’Alleanza.

Chewie ruggì. «Okay», disse Han. «Suppongo che un altro paio di occhi possa sempre essere utile. State in guardia, tutti quanti.»

A Leia parve che 3BO avesse sghignazzato, sempre che una cosa del genere fosse possibile per uno come lui. C1 cinguettò forte.

«Va bene», interruppe Luke. «Eccoci qua.»

Leia si sistemò al centro del gruppo, con Luke alla sua destra, Han alla sinistra, Chewie dietro con 3BO e C1. Chewie abbassò la rampa. Leia scese lentamente, annusando l’aria fresca e umida che le sembrava pesare addosso con il suo esotico odore vegetale. La prima boccata d’aria su un pianeta nuovo era sempre un grande piacere per lei.

Quando mise piede sulla superficie chiara dello spazioporto, questa scricchiolò. Si guardò alle spalle. Il Falcon giaceva su un serico letto di roccia bianca e di grigia polvere.

Basta fare la turista. Al lavoro, adesso. Avanzò fino a incontrare il gruppo di Imperiali accanto allo shuttle.

«Ooh», fece Han, sarcastico. «Ma quante belle armature bianche bianche.»

«Dacci un taglio», mormorò Leia. «Anch’io vesto di bianco.» Ripensò ai suoi giorni come senatrice imperiale, giorni di doppio gioco fra i lacchè dell’imperatore e l’Alleanza ancora infante per cui suo padre era morto.

Il suo vero padre, Bail Organa, che l’aveva cresciuta ed educata e le aveva insegnato il rispetto di se stessa e lo spirito di sacrificio. Qualunque cosa potesse dirle la biologia, nessun altro uomo avrebbe mai potuto aspirare a quel titolo, per quanto la riguardava. Fine. Programma terminato.

L’uomo al centro del gruppo doveva essere il governatore imperiale Wilek Nereus. Alto e bruno, con i lineamenti pesanti, portava un’uniforme color cachi che avrebbe potuto appartenere al Grand Moff Tarkin, con in più un paio di guanti neri. Gli altri componenti del gruppo continuavano a cambiare posizione per tenerlo d’occhio. Era in tutto e per tutto «Il Capo».

Rilassati, si disse. Lasciati andare. È qui che sono i miei punti di forza, in un campo diverso da quello di Luke.

La delegazione del governatore Nereus formò un semicerchio tutt’attorno a loro. «Principessa Leia di Alderaan.» Accennò a un mezzo inchino. «È un onore ricevervi.»

«Governatore Nereus.» Leia ritornò l’inchino, facendo attenzione a non inclinarsi neanche un decimo di grado più di quanto avesse fatto lui. «È un onore essere qui.»

«Nel nome dell’imperatore, benvenuti a Bakura.»

Non poteva sperare in un’apertura migliore di quel saluto di prammatica. «Grazie per il vostro benvenuto», rispose tranquillamente. «Forse considererà il mio un esempio di pessima educazione, ma devo correggere le sue gentili parole. Non è più possibile darci il benvenuto in nome dell’imperatore Palpatine. Lui è morto diversi giorni fa.»

Nereus sollevò uno scuro, spesso sopracciglio e giunse le mani dietro la schiena. «Mia cara principessa.» Avanzò di un altro arrogante passo. «Siete venuta a Bakura a spargere la menzogna e la maldicenza?»

«Oh, e c’è anche di meglio, eccellenza. L’imperatore è stato ucciso dal suo apprendista, Darth Vader.»

«Vader.» Nereus si raddrizzò, aumentando di statura di diversi millimetri per incombere su di lei. Il modo in cui aveva pronunciato quel nome grondava disgusto, un sentimento che lei capiva perfettamente. «Vader», ripetè. «Sua maestà imperiale non avrebbe mai dovuto fidarsi di un signore dei Sith. Ero pronto a diffidare delle vostre parole, altezza. Ma Vader nel ruolo di un assassino... a questo non faccio fatica a credere.»

«Anche lord Vader è morto, eccellenza.»

Ai margini del suo campo visivo vide Luke che sollevava il mento. Sapeva che cosa voleva aggiungere. E forse era vero che Vader era morto in modo eroico. Ma dieci minuti di contrizione non bastavano a compensare anni di atrocità.

La gente del governatore cominciò a bisbigliare. Leia approfittò della pausa per riprendere l’iniziativa. «Governatore, le presento il mio seguito: prima di tutto, il generale Solo.» Han avrebbe dovuto, in teoria, inchinarsi, o almeno stringere la mano del governatore. Invece rimase fermo con un’espressione di totale diffidenza sul volto. Se andava avanti di questo passo, non sarebbe mai diventato un buon diplomatico.

«Il suo copilota, Chewbacca di Kashyyyk.» Chewie borbottò qualche verso cavernoso, inchinandosi. I Wookiee erano stati profondamente traditi dall’Impero. Sperava tanto che Chewie non perdesse la calma e cominciasse a smembrare qualcuno. La fredda brezza mattutina gli arruffava il pelo.

Leia tirò fuori il suo asso con molta grazia. «E il comandate Skywalker di Tatooine, cavaliere jedi.»

Luke si inchinò in modo perfetto: glielo aveva insegnato lei. Nereus raddrizzò le spalle. Dopo un momento, restituì l’inchino. «Jedi.» Il suo lungo naso vibrò. «Dobbiamo stare attenti a quello che facciamo.»

Luke unì le mani davanti a sé. Bene! approvò Leia in silenzio. Lasciava che fosse lei a rispondere, proprio come gli aveva pregato di fare. Adesso si sentiva ripagata di avergli lasciato assumere il comando durante la battaglia. Forse c’era un futuro in questa divisione dei compiti, sempre che non si andasse troppo in là. «Sì, eccellenza», confermò. Il governatore Nereus voltò di nuovo lo sguardo su di lei. «È nostra intenzione ristabilire la Vecchia Repubblica e con essa l’ordine dei cavalieri jedi. Il comandante Skywalker è a capo di tale ordine.» Di nuovo indovinò che cosa avrebbe aggiunto Luke: e sono anche l’unico membro. Non avere quell’aria sottomessa, Luke!

«Comandante Skywalker», ripetè Nereus con un tono che diventava oleoso come un lubrificante per droidi. «Ah! Adesso riconosco il nome, comandante. Per sua fortuna Bakura ha un’ottima bilancia dei pagamenti. Lei senz’altro sa che da qualche anno una... una ricompensa astronomica è stata offerta a chi l’avesse catturata. É, tassativamente, vivo. Dev’essere motivo di grande orgoglio fra le forze ribelli.»

«Lo sapevo», rispose Luke calmo. Non era una novità. Erano tutti ricercati.

«E vedo anche due droidi», disse il governatore. «Dovranno essere equipaggiati con dei bulloni di costrizione per tutta la durata del loro soggiorno su Bakura.»

Fornire i droidi di bulloni di costrizione era una procedura normale su molti mondi e obbligatoria sui mondi dell’Impero e sulle stazioni da battaglia. «Provvederemo», accordò Leia. Certa ormai di essersi assicurata il rispetto di Nereus, uscì dalla sua riservatezza protettiva. «Governatore, le forze dell’Alleanza hanno intercettato la vostra richiesta di aiuto. La flotta imperiale non è più una presenza significativa in questa parte della galassia. Siamo qui per aiutarvi a respingere l’offensiva degli invasori. Una volta che ciò sarà fatto, ce ne andremo. Bakura deve scegliere da sé il proprio destino. Non faremo nessun tentativo per imporre la nostra volontà al vostro... al popolo bakurano.»

Il governatore Nereus le mostrò un mezzo sorriso raggelante. Il lato sinistro del suo volto si contrasse, trascinando in alto l’angolo della bocca. Il lato destro avrebbe potuto essere fuso nell’acciaio.

Luke rimase sull’attenti. Come il volto di Nereus mostrava due espressioni, così la sua mente ospitava due stati d’animo molto diversi. Sarebbe stato difficile per quest’uomo accettare i Ribelli come alleati.

La personalità che il governatore proiettava nella Forza si stava scagliando con rabbia e violenza contro le percezioni di Luke. Era un uomo con un’incontrollabile volontà di dominio; era questo che teneva la sua delegazione tanto all’erta. Luke conosceva bene quel tipo d’uomo: era una di quelle persone incrollabilmente convinte che le loro idee fossero le uniche sensate. Chiunque lo avesse contraddetto od ostacolato avrebbe attirato la sua attenzione solo per quel tanto che bastava a essere schiacciato. Era la quintessenza di ogni governatore imperiale.

Luke si mantenne aperto, pronto a ricevere tutto quello che sentiva. La Forza era percorsa da talmente tanti tremiti nervosi che gli ci voleva tutto il suo autocontrollo semplicemente per mantenere una calma esteriore. Non aveva intenzione di venire fulminato da un soldato imperiale dal grilletto facile prima ancora che Leia avesse avuto la possibilità di negoziare una tregua.

Mentre Leia e Nereus continuavano la loro prudente conversazione, Luke si tese di più e si aprì nella loro direzione. Leia: calma e attenta, nient’affatto intimidita da Nereus. Il governatore: una facciata di buone maniere, la volontà di dominio e, più sotto, un terrore assoluto. Di certo, pensò Luke, non siamo noi a terrorizzarlo. La sua mente riandò alle infelici presenze quasi umane a bordo dei caccia ssi-ruuvi. Era forse entrato in contatto con i prigionieri bakurani?

Era ovvio che il governatore fosse disposto a gettarsi subito fra le braccia di chiunque gli offrisse protezione. Per quanto davanti ai suoi soldati sembrasse così ostile, sarebbe facilmente venuto a patti con gli alleati.

Per il momento.

In una navetta civile che gli era stata offerta per il trasporto fino alla città, Luke riferì le sue impressioni a Han.

«Già», mormorò Han. «Potrebbe saltarci in braccio, certo. Oppure saltarci alla gola. Te la senti di scommettere?»

I pantaloni di Luke, con il loro taglio formale scomodo e impregnati della pervasiva umidità dell’atmosfera di Bakura, gli aderivano alle gambe. Leia sedeva davanti a lui, molto bella nel suo abito senatoriale con il cappuccio. Stava guardando fuori del finestrino della loro lussuosa navetta. Il senato bakurano aveva immediatamente chiesto che la delegazione dei Ribelli presenziasse a una seduta di emergenza.

Improvvisamente Leia si raddrizzò. «3BO, c’è qualcosa che devo sapere a proposito dell’etichetta locale?»

«Temo che questo non si trovi nel mio programma.» 3BO portava già, assicurato magneticamente al suo carapace metallico, il bullone di costrizione e sembrava più lamentoso del solito. C1 lo interruppe con un acuto fischio elettronico. «Che cosa? Padron Luke ha immesso i dati di quella sonda nei tuoi banchi memoria? E perché non me lo hai detto subito, brutto cilindro imbottito di circuiti riciclati?»

C1 rispose con una lunga serie di vocalizzazioni. Infine 3BO si rivolse a Leia: «Tutto quello che so è che Bakura un tempo era governata da un primo ministro e un senato, ma che adesso il potere è tutto concentrato nelle mani del governatorato imperiale».

«Dicci qualcosa di nuovo», commentò Han.

Il pilota/guida bakurano si abbassò su un enorme complesso di edifici a forma di cono, interrotto da due ampi semicerchi verdeggianti. «Questo è il complesso Bakur», annunciò l’assistente del pilota, gettando un braccio su una sbarra stabilizzatrice cromata. Continuava a lanciare sguardi su Chewbacca. Luke immaginò che fosse la prima volta che vedeva un Wookiee.

Il complesso sembrava occupare diversi ettari compresi fra due delle grosse arterie radiali, e confinava sull’arco sud-ovest con il rotondo parco che occupava il centro della città. «Il complesso comprende alloggi per ospiti e residenti,. gli uffici imperiali, un ospedale e il grande palazzo prospicente al parco che era la sede del nostro governo ai tempi della corporazione Bakur.»

Leia abbassò lo sguardo, come se stesse osservando con grande interesse gli enormi alberi coperti di liane che crescevano sul tetto del complesso. In realtà, Luke pensava che stesse mentalmente ripassando le sue nozioni di etichetta imperiale. La libertà di Bakura dipendeva dalla sua capacità di negoziare una tregua. Han, seduto accanto a lei nel sedile anteriore dello shuttle, teneva una mano nervosa sul fulminatore. Atterrati sul tetto, si trasferirono su un tram a repulsione per un rapido viaggio attraverso l’enorme complesso. La loro guida viaggiò assieme a loro, illustrando il paesaggio, per concludere con: «L’ala monumentale del palazzo Bakur è stata costruita più di cento anni fa, proprio a fianco del parco statutario e del centro città. Per favore, rimanete seduti finché la carrozza non si sarà arrestata del tutto». Il tram scivolò sotto un arco coperto di vegetazione e rallentò.

«Aspetta, Leia.» Han balzò in piedi.

Luke uscì dal suo lato del tram. Leia rimase seduta per un paio di secondi. «Credo che questo passaggio sia sufficientemente sicuro.» L’osservazione di 3BO entrò dal portello aperto. «D’altronde dobbiamo stare particolarmente attenti alla nostra sicurezza.»

Leia sporse la testa dal lato da cui era sceso Luke. «Ascoltate», disse, «se hanno intenzione di farci del male, la nostra missione è fallita prima ancora di cominciare.»

Han guardò il tram. «Già. Su questo lato, tutto a posto, Luke.»

Luke aggirò la carrozza e fece scendere C1 dal retro. Il piccolo droide fischiettò in tono baldanzoso ed estese le sue tre rotelline. Han e Chewie si misero davanti a Leia e 3BO. Luke li seguì, con C1 alle calcagna. Due uscieri vestiti in tunica e calzamaglia viola, con tanto di profili d’oro, li fecero entrare in un lungo corridoio ornato da un tappeto nero. Venature d’oro correvano come fiumi di metallo prezioso su per le colonne coniformi, per intrecciarsi in un soffitto a cupola. «Marmo rosso», mormorò Leia.

«Varrebbero una fortuna, se solo si riuscisse a portarle via», rispose Han da sopra una spalla. Stava seguendo un usciere. Dopo avere per un po’ scimmiottato la camminata affrettata della loro guida era tornato al suo solito passo cauto, con rapide occhiate a destra e a sinistra che scrutavano dietro ogni colonna e dentro ogni porta aperta. Luke ascoltava la Forza, attento a percepire eventuali tremiti di aggressività. Non sentì niente. Leia camminava tranquilla davanti a lui, al centro del gruppo e a fianco del suo droide protocollare.

L’usciere vestito di viola si fermò sotto un’arcata di candida pietra bianca, chiusa in parte da una parete di legno. Un grappolo dì analizzatori silenziosi erano sospesi a mezz’aria su ciascun lato; c’erano anche quattro assaltatori imperiali sull’attenti. Vederli provocò in Luke un improvviso travaso di adrenalina. Attacco/fuga. «Sono qui da usurpatori», gli ricordò Leia. «I legittimi della galassia su Bakura siamo noi.»

«Prova a dirlo a loro.» Han lanciò agli assaltatori un’occhiata scurissima. Luke alzò lo sguardo sul rotondo occhio nero del sensore di uno di loro. La cupola di C1 girava su se stessa, mentre il piccolo droide analizzava per conto suo il corridoio.

«Controllo armamenti.» Un assaltatore si chinò su Leia e parlò con voce metallica. «Lasciate tutte le vostre armi in deposito.» Fece un gesto verso una serie di armadietti di sicurezza con l’apertura codificata dall’altra parte dell’arcata.

Leia mostrò le mani vuote e poi le giunse con sarcastica umiltà. Luke attraversò l’arco, selezionò un armadietto e appoggiò la mano sulla serratura, premendo un bottone che avrebbe memorizzato le sue impronte. Si tolse il fulminatore dalla cintura e lo infilò nell’armadietto. «Avanti, Han», sollecitò piano.

Han lo aveva seguito con Chewie e Leia. Non sembrava affatto contento, ma aprì un armadietto e ci mise dentro il suo fulminatore.

Leia si schiarì la gola. Han le gettò uno sguardo che avrebbe fuso il piombo, poi tirò fuori il coltello che teneva nello stivale, il fulminatore tascabile che teneva al polso e il suo vibrocoltello preferito.

Chewbacca si stava già sfilando la bandoliera e la balestra, quando l’inconscio di Luke gli suggerì un’idea. «Chewie», disse piano, «resta vicino agli armadietti. Anche tu, C1.»

Chewie scoprì i denti in un sorriso compiaciuto e arricciò il naso nero. Il grosso Wookiee non aveva un grande interesse per la politica e non si fidava degli Imperiali. Era felice di stare di guardia. Leia ricondusse il gruppo sotto l’arcata.

«Fermi là», disse lo stesso assaltatore che aveva già parlato. Indicò la spada laser di Luke. «Anche quella è un’arma.»

Luke estese un tentacolo di Forza e disse in tono piatto: «Questo è un simbolo onorifico. Non è un’arma. Fatela passare».

«Fatela passare», echeggiò l’assaltatore nello stesso tono piatto. Riprendendosi, aggiunse: «Io lascerei il droide fuori della porta. Furono dei droidi malfunzionanti che quasi sterminarono i primi coloni di Bakura».

«Signore», protestò 3BO, «la mia funzionalità è...»

«Grazie», disse Leia fermamente. Nessuno di loro aveva dimenticato il bullone di costrizione. «3BO aspetterà appena dentro la sala.»

Un usciere annunciò: «Il senatore principessa Leia Organa, di Alderaan. E...» agitò una mano in aria, vagamente, «e il suo seguito».

7

Leia li precedette al di là dell’arcata e salì quattro ampi gradini, entrando in una vasta sala quadrata. Luke le tenne dietro, seguendo Han passo passo e sperando di avere fatto la cosa giusta a tenere con sé la spada laser. Non voleva rischiare di offendere l’intero senato bakurano portando un arma nella loro assemblea; d’altra parte, era probabile che non si sarebbero nemmeno accorti che si trattava di qualcosa di pericoloso. E poi, Leia lo avrebbe fermato se avesse pensato che fosse importante. O almeno sperava.

La sala era quadrata e coperta da un soffitto piastrellato: da ogni angolo saliva una colonna di vetro. La maggior parte dei senatori era formata da umani, con due eccezioni: due individui alti, con la pelle bianca e un cranio nudo dalla pelle corrugata. Luke si aprì per ascoltare attraverso la Forza e fu circondato da un brusio intenso, il prodotto di quaranta o cinquanta menti nervose. Riducendo il raggio delle sue percezioni cercò nell’angolo opposto della stanza, dove si trovava una massiccia sedia a repulsione, tutta oro e porpora tranne che per due serie di comandi sui braccioli. Wilek Nereus doveva avere preso una navetta più veloce della loro. Era già seduto al suo posto e la sua doppiezza si proiettava nella Forza con la stessa potenza di prima.

Luke lasciò che la sua attenzione scivolasse verso sinistra e osservò le reazioni dei senatori davanti a Leia. Avvertì curiosità e ostilità, ma la sala era pervasa anche da un sentimento più oscuro. Si trovavano su un pianeta minacciato da un destino tremendo.

«Resta qui, 3BO.» Leia si fermò in cima ai tre scalini e si voltò verso il governatore Nereus. «Di nuovo buongiorno, governatore.»

Le sopracciglia pesanti si abbassarono. «Venite avanti», ordinò. «Accomodatevi.»

Avanzarono fino ad arrivare all’interno dello spazio aperto nel centro della sala. Delle sottili fughe nel marmo mostravano la posizione di una botola. Luke ebbe uno sconcertante flash di memoria nel quale compariva il gigantesco, sbavante Rancor che una volta lo aveva quasi divorato. Accantonò quell’immagine sgradevole e si guardò intorno. I senatori bakurani presentavano tutte le sfumature di colore della pelle umana, frutto di un lungo periodo di rimescolamento cromosomico.

Un uomo elegante, atletico, con i capelli bianchi, sedeva proprio sotto il governatore Nereus in uno scranno centrale. Tese la mano. «Benvenuti a Bakura», disse. «Io sono il primo ministro Yeorg Captison. In circostanze normali avremmo avuto il tempo di darvi informazioni preliminari e mi rincresce per la fretta con cui vi abbiamo invitato a comparire qua davanti, ma sono sicuro che comprenderete le nostre circostanze.»

Leia, che a malapena aveva degnato di un’occhiata il governatore Nereus, eseguì deliberatamente un inchino profondo davanti all’uomo anziano. Luke lo analizzò. Il carisma del primo ministro lo faceva splendere nella Forza quasi come Mon Mothma. Luke gettò istintivamente uno sguardo verso Nereus, chiedendosi come mai il governatore non si era sbarazzato di un individuo simile. Captison doveva essere stato molto cauto. O forse aveva dei buoni appoggi fra gli Imperiali?

«Per favore, non occorrono scuse», dichiarò Leia. «Questa è un’ora disperata.»

Un altro senatore dello scranno centrale si alzò. «Blaine Harris, ministro della Difesa. Signori, voi non avete idea di quanto disperata sia. Tutti gli avamposti sui pianeti esterni del sistema sono stati distrutti. Le squadre di soccorso che abbiamo inviato e che sono riuscite a sopravvivere, non hanno trovato né cadaveri né superstiti.» La paura che animava Harris mandò un brivido lungo la spina dorsale di Luke. Spostò rapidamente la sua attenzione verso sinistra, sentendo echi di paura, speranza e ostilità. Quando raggiunse la fine di quello scranno, continuò verso destra lungo quello superiore, più esterno.

Una giovane donna dal mento aguzzo era seduta nel terzo scranno da sinistra. Luke fece una pausa, sorpreso dal modo in cui la Forza risonava e gli tornava indietro. Era come se la presenza della donna riflettesse la sua sonda mentale e la fornisse di un ronzio ricco, profondo e scuro. La ragazza non era di per sé potente nella Forza, o almeno, non pensava, ma aveva sulla sua coscienza uno straordinario effetto energizzante. Non aveva mai incontrato niente del genere prima. Tornò in tutta fretta a confinarsi nei cinque sensi di un comune umano. Non voleva che quella donna lo distraesse.

La voce stridente di Nereus si udiva distintamente da un capo all’altro della camera del senato; aveva sistemato il suo trono in una posizione strategica, da dove poteva trarre il massimo vantaggio dall’acustica della sala. «Principessa Leia, siete sicuri di capire che cosa dovrete affrontare?»

Leia appoggiò una mano sul piano di uno degli scranni. «No», ammise. «Abbiamo ricevuto una richiesta di aiuto e siamo venuti, per dimostrare che l’Alleanza non ha nulla contro i popoli che l’Impero ha governato, ma solo contro l’Impero stesso.»

Nereus arricciò le labbra. «Lo supponevo. Ellsworth», ordinò all’aria, «facci vedere la registrazione Sibwarra. Vostra altezza, salite qui accanto a me. Portate anche il vostro seguito.»

Salendo le scale tappezzate di nero dietro Leia, Luke guardò di nuovo verso sinistra. La giovane donna restituì il suo sguardo, il mento appoggiato su una mano. Capelli castano chiaro le scendevano attorno al viso, incorniciando una pelle chiara e perfetta e un’espressione attenta. Anche se era chinata in avanti, le sue spalle rimanevano orgogliosamente dritte. Non osava toccarla di nuovo con la Forza, non ancora, ma la sua sola presenza lo elettrizzava. Fisicamente notevole. Non di una bellezza clamorosa, ma notevole. Controllati! si rimproverò aspramente. Sei qui per aiutare Leia!

Dietro di lui si sentì un ronzio di servomotori. Leia arrivò all’altezza della sedia di Nereus e girò su se stessa per guardare nella direzione da cui era venuta. Luke si fermò sul gradino sotto il suo e assunse la sua stessa posizione. Dall’altra parte della sala vedeva luccicare 3BO. Una proiezione olografica comparve improvvisamente proprio sopra il luogo in cui si erano fermati. Era un giovane umano dalla pelle olivastra, con corti capelli neri, una faccia dolce e zigomi prominenti. Vestiva di una lunga tunica bianca decorata a righe verdi e blu.

«Umani di Bakura, gioite!» disse il... ragazzo? uomo? «Io sono Dev Sibwarra di G’rho. Vi porto i saluti più cordiali dell’Impero ssi-ruuvi, una cultura che occupa molti mondi e ora tende a voi la sua mano. La nostra nave ammiraglia è la potente Shriwirr, una parola ssi-ruuvi che significa ‘fertile di uova’. Ci stiamo avvicinando alla vostra galassia dietro invito del vostro imperatore.»

Luke lanciò di nuovo uno sguardo verso la giovane senatrice. Appena l’immagine dell’invasore era apparsa si era ritirata in se stessa e spingendosi con le mani sul bordo del tavolo aveva premuto le spalle contro la sedia. Emanava paura e disgusto, ma sotto quelle emozioni scure c’era una sensazione di colore e profondità, come una polla inquieta riempita di pietre preziose. Confuso, Luke scosse la testa. Non aveva senso, ma era proprio così che si sentiva.

Non gli ci volle più di un istante per percepire tutto questo. L’immagine olografica continuò: «Felicitatevi, Bakurani! La gioia che vi portiamo va al di là del mero piacere dei sensi. A voi toccherà il privilegio di assistere gli Ssi-ruuk nella loro missione di liberatori», — il gesto del ragazzo, una mano stretta a pugno, dava l’idea più dei prendere che del liberare — «diretta agli altri mondi di questa galassia. Voi sarete i primi, l’avanguardia! Che onore! Come umani, voi sarete per i miei padroni di aiuto inestimabile. Da loro riceverete delle vite senza più dolore, senza bisogni, senza paura».

«Guardate questo», borbottò Nereus.

La registrazione cambiò. Diversi alieni dall’aspetto sauride, marrone scuro, si affollavano attorno a un oggetto piramidale che Luke riconobbe istantaneamente. Antenne e cannoni laser spuntavano dai quattro vertici, circondati da grappoli di analizzatori/sensori. Era appoggiato su una specie di consolle di controllo.

Un altro tipo di riconoscimento esplose nella mente di Luke. Anche le creature gli erano familiari... le aveva sognate a Endor.

La voce del ragazzo riprese. «Qui vedete la nave da battaglia più bella di tutta la galassia. Anche se non avete mai osato sognare che fosse possibile per un essere umano volare fra le stelle, abbiamo uno di questi caccia per ognuno di voi. La vostra energia vitale salterà lieta in questi droidi da combattimento. Vi innalzerete tra i pianeti...»

Energie vitali. Luke si ricordò delle presenze umane che aveva toccato, disperate e torturate. Si chinò in avanti.

Il ragazzo con la tunica riapparve. «Per mettere a tacere le vostre paure, lasciate che vi mostri qualcosa della procedura di intecnamento, così, quando verrà il momento, potrete accogliere con gioia il vostro destino.» Un’immagine più piccola apparve accanto a lui. Un uomo sedeva su una sedia, legato con strisce di plastica trasparente, la testa che dondolava, molle. Luke cercò di vedere meglio. Che cos’erano quei tubicini che entravano nella sua gola? Una piccola immagine olografica del ragazzo con la tunica abbassò un arco di metallo lucente attorno all’uomo. La piccola immagine si fermò.

«È gioia», disse l’immagine più grande. «È pace. È libertà. È il dono che noi vi facciamo.» Tese una mano, con il palmo chiaro rivolto in alto.

Erano davvero stati umani quelli che aveva incontrato in combattimento. Luke strinse i pugni. I Ssi-ruuk non erano semplicemente schiavisti, erano ladri d’anime...

Il senatore Gaeriel Captison rabbrividì e si tirò sulle spalle lo scialle azzurro. «Chi pensa di prendere in giro?» sussurrò.

«Lo hanno preso da piccolo», rispose il senatore alla sua destra. «Guardalo. Si comporta proprio come un Flautato. A quest’ora forse pensa come loro.»

Gaeriel smise di guardare. Aveva visto quella trasmissione già nove volte, a cominciare da quel pomeriggio in cui tutti i monitor tri-D, tutti gli schermi video e tutti i canali di intrattenimento del pianeta avevano improvvisamente cominciato a trasmettere quelle immagini. Il senato l’aveva studiato e sezionato per scovare ogni sfumatura nascosta di significato... o di speranza. L’unica conclusione a cui erano giunti era che dovevano respingere questi alieni a tutti i costi, se non volevano affrontare un destino terribile.

Dunque i Ribelli erano venuti davvero ad aiutarli, come dicevano? Be’, se anche erano arrivati con la speranza di mettere le mani sulle loro bobine per la repulsione, avevano finito per cadere nella trappola degli Ssi-ruuk assieme a Bakura. Adesso sarebbero stati costretti ad aiutarli semplicemente per poter fuggire.

Gaeri studiò gli inviati. La senatrice principessa Leia Organa, che aveva la sua stessa età, era nota in tutto l’Impero come una delle più pericolose e potenti fra i Ribelli. Poteva essere un’anima candida che lottava per una causa persa, come Eppie Belden quando era ancora giovane e sana di mente, ma comunque fosse, aveva saputo diventare potente e influente. Gaeri sperava di potere imparare da lei.

Però l’uomo dai capelli scuri che le stava al fianco non era certo un idealista. Guardava tutto e tutti e teneva costantemente d’occhio la loro via di fuga. Secondo i dati che il governatore Nereus aveva mandato in tutta fretta a zio Yeorg, questo, Solo, era un contrabbandiere con un passato discutibile, una fedina penale lunga un chilometro e più di una taglia sulla testa.

Ma l’uomo biondo non compariva in nessuno di quei file. Era circondato da una calma così profonda che ci si sarebbe potuti cadere dentro. Mentre l’immagine di Dev Sibwarra insisteva con le gioie dell’intecnamento, il seguace numero due si chinò in avanti per vedere meglio, mantenendo però un portamento eretto.

Una serie di trilli e cinguettii richiamarono l’attenzione di Gaeri sull’ologramma. Eccola: una visione, per quanto breve, del nemico. Un lucertolone massiccio con una «V» nera sopra gli occhi entrò nel campo visivo e li fissò con uno sguardo calcolatore. «Il mio padrone, Firwirrung, mi ha sempre trattato con la massima gentilezza, amici miei.»

Il senatore alla destra di Gaeri mormorò: «Maledetti Flautati assassini».

«Per adesso vi saluto. Ma spero di incontrarvi presto di persona. Venite a noi prima possibile.» L’immagine scomparve.

Ora che i Ribelli sapevano che cosa facevano gli Ssi-ruuk ai prigionieri, il volto della principessa Leia era bianco come il suo vestito. Toccò il braccio del contrabbandiere e lui si chinò per ascoltarla. Gaeri capì che quell’uomo era il suo amante ribelle. Il più giovane dei due uomini fece scivolare lentamente lo sguardo fino a lei.

Era tempo di parlare. «Vedete?» disse Gaeri senza alzarsi in piedi. «È una minaccia contro cui non abbiamo difesa e di cui sappiamo troppo poco.»

Il giovane annuì, guardandola. Era ovvio che capiva la loro situazione.

«Se mi è concesso parlare», gridò il droide dorato dall’altra parte della sala, «penso che questa registrazione sia uno spettacolo francamente sconvolgente. I meccanismi viventi di tutti i tipi non possono che sentirsi profondamente rivoltati da questo perverso...»

Urla di derisione provenienti un po’ da tutta la sala soffocarono la sua voce. Mentre i proiettori ritornavano nei loro alloggiamenti sotto il pavimento, i Ribelli restarono immobili sul loro gradino sotto la poltrona del governatore. La principessa Leia scese di un altro gradino. «Bakurani», gridò, «qualunque cosa pensiate dei droidi, lasciate che adesso vi racconti la mia storia.»

Gaeri appoggiò il mento su una mano. La principessa ribelle tese un braccio, nella posa classica di un oratore. «Mio padre, Bail Organa, era viceré e primo ministro del sistema ci Alderaan, un fedele ufficiale della repubblica fin dai tempi delle Guerre dei Cloni.

«Quando il senatore Palpatine si proclamò imperatore, mio padre tentò di lavorare per la riforma del sistema. Ma qualunque tipo di cambiamento si rivelò impossibile. L’Impero non è mai stato interessato alle riforme. Tutto quello che vuole è potere e ricchezza.»

La bocca di Gaeri si contrasse. Vero, anche se limitativo. Il sistema imperiale scoraggiava il cambiamento e cercava di costruire una stabile e fiorente economia. Si agitò sulla poltrona a repulsione.

«Ero poco più di una bambina quando cominciai a servire mio padre come corriere diplomatico e non molto più vecchia quando fui eletta al senato imperiale.» Lanciò uno sguardo obliquo al governatore Nereus. «La ribellione era già in corso e come l’imperatore di certo aveva indovinato, io non ero l’unico giovane senatore che vi era coinvolto. Mio padre aveva appena dichiarato il suo aperto appoggio quando fui catturata da uno dei lacchè dell’imperatore, lord Darth Vader e portata a bordo della prima Morte Nera.

«L’Impero sostiene che Alderaan fu distrutto come esempio di quello che poteva accadere ad altri mondi che favorissero la sedizione. È vero solo in parte. Ero a bordo della Morte Nera quando accadde. Vidi dare l’ordine. Fu dato per cercare di costringermi a fornire delle informazioni che io rifiutavo di rivelare.»

Il governatore Nereus oscillò in avanti. «Principessa Leia, adesso basta... a meno che non vogliate essere arrestata seduta stante per i vostri crimini passati.»

La principessa Leia sollevò il mento in segno di sfida. «Governatore, non faccio che rafforzare la vostra posizione. L’Impero governa attraverso il terrore. Ho solo dato ai Bakurani altre ragioni per temervi.»

Ma non per rispettarlo. Gaeri incrociò le caviglie, disposta per il momento ad ascoltare il punto di vista dei Ribelli, se non a sottoscriverlo. Quello che era successo ad Alderaan avrebbe potuto succedere anche a Bakura, se i Ribelli non avessero distrutto quella Morte Nera. Due senatori lanciarono occhiate sospettose verso il governatore.

«Dopo la distruzione di Alderaan», continuò piano la principessa Leia, «mi rifugiai nel quartier generale dell’Alleanza. Ho vissuto con i suoi capi, spostandoci di continuo perché l’Impero non ci dà tregua. La nostra intenzione è di aiutarvi», gridò. «L’Alleanza ha mandato uno dei suoi migliori capi militari, il comandante Skywalker dell’ordine dei cavalieri Jedi.»

Jedi? Presa in contropiede, Gaeri afferrò istintivamente il pendaglio che portava al collo, l’anello mezzo bianco e mezzo nero che rappresentava l’equilibrio cosmico. La sua religione considerava con orrore i Jedi, che avevano sovvertito l’universo con la loro sola presenza. Per ogni altezza ci doveva essere una profondità e ogni volta che un individuo conquistava per sé un tale potere faceva sì che qualche innocente, da qualche parte, fosse diminuito nelle sue facoltà. Gli avidi Jedi si gloriavano delle loro capacità senza pensare agli sconosciuti che, incrementando il loro potere, avrebbero distrutto. La loro scomparsa era divenuta una parabola. La morte di entrambi i genitori aveva spinto Gaeriel a cercare conforto nella religione: accordava una grande importanza a una simile lezione morale. La dottrina dell’equilibrio cosmico era stata per lei una grande consolazione.

Ma se qualche Jedi fosse sopravvissuto? Il comandante Skywalker sembrava tanto giovane e non corrispondeva per niente all’idea che si era fatta di un Jedi, tranne che per quella sua profonda intensità. Quando aveva parlato le era sembrato che le guardasse attraverso. Sembrava quasi che ascoltasse i suoi pensieri.

Poteva un singolo Jedi essere tanto potente da far sì che il cosmo evocasse gli Ssi-ruuk, riducendo un così gran numero di umani allo stato di energia in un circuito droide, per bilanciare il suo crescente potere?

Si voltò. Gli occhi azzurri la sondarono di nuovo.

Sbatté le palpebre e lo fissò furiosa, senza distogliere lo sguardo finché non lo fece lui, così da avere la soddisfazione di vederlo per un attimo perdere la sua compostezza. La guardò di nuovo, poi mosse uno stivale e rivolse gli occhi a terra.

Ora che quella minaccia era scomparsa, Gaeri lo fissò ancora per un momento. C’era qualcosa in lui che le ricordava lo zio Yeorg.

*....*....*

Chewbacca era appoggiato agli armadietti e restituiva fermamente lo sguardo dei sei assaltatori. Credeva di indovinare le loro intenzioni: volevano confiscare le armi del loro gruppo e lasciarli lì indifesi alla loro mercé. Uno dei soldati aveva cominciato ad avvicinarsi qualche minuto prima. Un unico ringhio a denti scoperti era stato sufficiente a rispedirlo indietro, ma non sarebbe servito a lungo. Il droide astro-meccanico di Luke era vicino all’arcata e faceva ruotare le antenne. Ma C1 non gli sarebbe stato davvero molto utile in combattimento.

Comunque, a Chewbacca la distribuzione di forze non spiaceva. Un Wookiee armato contro sei assaltatori: era una situazione equilibrata.

Sentì un paio di stivali che si avvicinavano. Un altro imperiale che arrivava percorrendo a grandi passi il corridoio di marmo rosso. Questo portava l’uniforme cachi di un ufficiale. Gli assaltatori gli si radunarono intorno e cominciarono a confabulare.

Chewie tenne la sua balestra a portata di mano.

A Leia non erano sfuggiti i mormorii dei senatori e le occhiate che avevano gettato a Luke. Così l’avrebbero guardata se anche lei fosse stata una Jedi. Luke si era offerto di addestrarla, ma forse non era una gran buona idea. Anche questa era l’eredità di Vader: perfino i poteri di Luke, per quanto usati in modo onorevole e per difendere la giustizia e la libertà, spaventavano la gente.

Doveva catturare di nuovo la loro attenzione. Si avvicinò alla sedia a repulsione dorata di Nereus. «Governatore Nereus, non capite? La vostra alternativa è accettare l’aiuto dei Ribelli o rischiare di perdere tutta la popolazione del pianeta. Noi siamo la vostra unica speranza. Permetteteci di aiutarvi a respingere gli Ssi-ruuk. La nostra non è una grossa flotta, ma siamo ben organizzati e dotati di navi d’attacco migliori di quelle che l’Impero vi ha assegnato.» Luke le aveva mostrato le registrazioni dell’ACB.

Nereus strinse le sue labbra femminee, poi disse: «Per dimostrare la nostra gratitudine per l’aiuto dato finora, vi concederemo di lasciare il sistema di Bakura senza nuocervi e vi consentiremo un certo vantaggio perché possiate tornare a Endor, prima di avvertire l’Impero».

Un senatore gridò in tono beffardo da uno scranno in alto: «Se l’Alleanza era tanto ansiosa di aiutarci, perché non ci ha mandato più navi?»

Luke allargò le braccia: «Facciamo quello che possiamo...»

«Vedete», interruppe Leia, cercando di calmare le acque, «le nostre forze radunate a Endor desiderano tornare a casa. Probabilmente molti di loro sono già partiti.» Nereus afferrò i braccioli della sedia, sorridendo del piccolo battibecco.

«Comunque, abbiamo mandato un messaggio a Endor, chiedendo rinforzi», insistè Luke.

A Leia non piacque affatto il modo in cui la smorfia di Nereus si gelò a sentire questo. «D’altra parte, le nostre truppe di Endor sono esauste. I rinforzi non potranno arrivare che tra parecchi giorni, se arriveranno mai.» Non ostacolarmi, Luke.

Han tese una mano. «Il punto è che siamo qui per aiutarvi. Mi sembra che dovreste accettare l’offerta finché è valida.»

«Perché non ci fate prendere visione dei dati che avete raccolto?» chiese Leia in fretta. «Sugli Ssi-ruuk, naturalmente, e quelli su Bakura che non comprometterebbero la vostra sicurezza.»

Il governatore Nereus si coprì la bocca con una mano carnosa. Sentendosi come un insetto sotto un cannone laser, Leia strinse i denti e cercò mentalmente di spingerlo a collaborare. Se questa conversazione continuava a trascinarsi senza una promessa di aiuto reciproco, erano finiti.

Un uomo alto e anziano si alzò da uno degli scranni inferiori. «Nereus», esclamò, «prendi l’aiuto che ti viene offerto. Tutti sul pianeta sanno perché i Ribelli sono qui. Se rifiuti la loro offerta, provocherai una rivolta.»

«Grazie, senatore Belden.» Il governatore Nereus strinse gli occhi sotto le pesanti palpebre. «Va bene, principessa Leia. Avrete i dati che avete richiesto. Verranno riversati nel centro comunicazioni dei vostri appartamenti. Avete altre richieste per il momento, prima che vi faccia accompagnare ai vostri alloggi temporanei?»

«Non possiamo risolvere subito la questione della tregua?» Cercò di ingoiare la propria frustrazione.

«Avete fatto il vostro discorsetto. Adesso ne discuteremo.»

«Molto bene. Primo ministro Captison...» Leia scese dallo scanno inferiore e tese una mano, che l’uomo elegante strinse brevemente. «Spero che potremo parlare di nuovo.» Leia condusse il suo gruppo attraverso lo spazio rettangolare centrale, poi su per gli scalini dall’altro lato.

«Muoviti, ferraglia dorata», bisbigliò Han mentre passavano accanto a 3BO. «E tieni chiusa quella tua maledetta scatola.» Si diresse con passo svelto verso gli armadietti dove avevano lasciato le armi. Chewbacca lo salutò con un ringhio e lo avvertì che gli assaltatori avevano fatto qualche pensierino sulle loro armi.

«Ma che peccato.» Han si gettò verso l’armadietto che conteneva il suo fulminatore.

Luke si voltò. Teneva la spada laser in una mano, bassa e disattivata, in una posizione ambigua che non era esattamente di guardia. Han vide che le sue pupille si dilatavano. «Tutto bene», sentenziò. «Quell’ufficiale li sta tenendo sotto controllo.»

«Quale ufficiale?» Leia si voltò di scatto. Guardò per un po’ gli Imperiali impegnati in una fitta conversazione. «È uno di Alderaan», mormorò. «Lo capisco dall’accento.»

«Huh.» Non era una cosa particolarmente confortante. Han sistemò il suo coltello da stivale e il suo fulminatore tascabile. «Quante sono le probabilità che abbia una coscienza alderaaniana sotto la sua uniforme imperiale?»

«Non molte», ammise Leia, ma lo disse a Luke.

Han si raddrizzò e si guardò in giro. L’ufficiale dai capelli neri per lui era identico a qualunque altro ufficiale imperiale: e cioè era un bersaglio, con il centro segnalato da quadratini rossi e blu. L’ufficiale si voltò e si diresse verso di loro. Han tenne la mano sul fulminatore.

Luke appese la sua spada alla cintura e infilò il fulminatore nella fondina, poi avanzò per incontrare l’ufficiale alto. Leia seguì Luke, lasciando Chewie con i droidi. «Coprici, Chewie», mormorò Han e seguì gli altri due.

«Vostra altezza», belò l’ufficiale, rivolgendosi a Leia, «che onore poterla infine incontrare. Capitano Doruggan, al suo servizio.»

Han avrebbe saputo che genere di servizio fargli, ma Leia si era calata completamente nel suo ruolo senatoriale. «Capitano Doruggan», disse con un elegante cenno del capo. «Questo è il comandante Skywalker, cavaliere jedi.» Poi si degnò di notare anche lui. «É il generale Han Solo.»

Luke strinse la mano dell’ufficiale, ma Han tenne la sua rigidamente accanto al fulminatore. Lanciò un’occhiata a Chewie da sopra la spalla. Il Wookiee restituì il suo sguardo con un’occhiata espressiva: lo sto tenendo d’occhio e ti copro.

«Ora dobbiamo andare», disse Leia. «Grazie per essersi presentato.»

Il capitano imperiale afferrò la sua mano. Han strinse l’impugnatura del suo fulminatore, riuscendo solo con uno sforzo a tenere il dito lontano dal grilletto. Leia lasciò che l’ufficiale le stringesse la mano e le baciasse le dita. Improvvisamente, Luke guardò in direzione di Han e mosse un dito. Doveva aver fatto qualcosa con quella sua Forza, perché la gelosia di Han scese di un centinaio di gradi, anche se non scomparve. Leia li condusse attraverso il corridoio echeggiante e fino allo scalo sul tetto.

Seguendola accanto a Luke e Chewie, Han lanciò un’occhiata di fuoco a Luke. «Non farmi mai più una cosa del genere», ringhiò. «Non ci provare mai più.» Era stato geloso un’altra volta: di Luke. Si era rivelata una gelosia stupida. Probabilmente lo era anche questa.

«Mi dispiace», sussurrò Luke tenendo gli occhi davanti a sé, «ma ho dovuto. Non ci possiamo permettere quello che stavi per fare.»

«Ci penso io a controllarmi, grazie tante.»

Leia si voltò e si mise a camminare all’indietro. «Che cosa c’è che non va, Luke?»

Non Han. Luke.

«Niente.» Luke scosse la testa. «Devo parlare con... con un paio di quei senatori. E il comandante Thanas ha promesso che ci saremmo incontrati oggi. Andiamo a vedere che cosa c’è di interessante nei dati che ci hanno trasmesso.»

8

La loro guida/autista li accompagnò di nuovo con il tram attraverso il complesso Bakur, poi li scortò a un appartamento al secondo piano. Nello stesso istante in cui la porta si chiudeva dietro Chewie, Han si voltò di scatto. Leia indovinò quello che stava per dire dalla sua faccia scura. Era una faccia che avrebbe fatto cagliare anche il latte di un Bantha.

«Gli hai detto troppo.» Agitò un braccio. «Specialmente sulle truppe di Endor. Quegli Imperiali non hanno nessun bisogno di sapere che le nostre truppe sono esauste. Raccoglieranno ogni nave per un raggio di parsec tutto intorno a Endor e spazzeranno via la flotta.»

«No, non lo faranno. Non riescono a mettersi in contatto con l’Impero. Hanno già provato.» Sollevata, si appoggiò le mani al petto e guardò negli occhi scuri e brillanti di Han. Si era aspettata una predica su quell’alderaaniano rinnegato. Per un istante il suo mondo scomparso era tornato alla vita... memorie dolci e amare. La politica imperiale non era mai stata popolare su Alderaan. Era raro, e sospetto, trovare qualcuno che si offrisse volontario per servire l’Impero.

«Be’, comunque», borbottò, «non raccontargli tutte queste cose.»

«Crederanno...» cominciò Leia.

«Un momento», interruppe Luke. «Anche voi avete sentito l’umano al servizio degli alieni dire che erano venuti ‘dietro invito del vostro imperatore’? Questi Bakurani sembrano non dare alcuna importanza alla cosa.»

«Io l’ho sentito.» Leia si allontanò da Han. «Sto cercando un modo per servirmene.»

«Bene.»

«Ma tu...» cominciò Leia di nuovo.

«Lasciate perdere», suggerì Han. Fece il giro della stanza principale dell’appartamento, guardando in tutti gli angoli, e scrutando ogni parete dal soffitto al pavimento. Rivestita di legno chiaro, la stanza aveva un’unica lunga finestra che guardava su uno dei giardini. Un’area ribassata esagonale fungeva da salotto, tappezzata di tessuto verde e con molti cuscini blu che galleggiavano a diversi centimetri da terra. Han li rovesciò tutti, poi cominciò a battere sulle pareti. «Io vi confesso che preferirei di gran lunga dormire sul Falcon.»

«Io no», sospirò Leia.

3BO era accanto alla porta, con una mano che copriva il bullone di costrizione come se se ne vergognasse. A volte il suo programma pseudoemotivo la divertiva molto. «Signore, i droidi non hanno alcun bisogno di riposare. Posso suggerire a voi umani di dormire un po’? C1 e io staremo di guardia...»

Da sotto un lampadario, C1 lo interruppe con uno strombettio di derisione.

Han si fermò davanti a una lunga parete curva che vantava il murale in tempo reale di una foresta. I rami degli alberi si muovevano spinti da un vento invisibile. Scrutò ogni foglia nel minimo dettaglio.

Leia scosse il capo. Non aveva dubbi che gli Imperiali li stessero ascoltando. Probabilmente dall’altro lato del complesso c’erano sensori vocali puntati su quella stanza. Era del tutto inutile cercare microfoni.

Disse: «É ovvio che la vera autorità qui su Bakura è Nereus. Ma sta cercando di tenere calmi i Bakurani facendogli credere che partecipano al governo».

Han si voltò e si appoggiò al murale. «Puoi scommetterci. Ed è nervoso come una scimmia al pensiero di avere delle navi ribelli nel suo sistema.»

«Ma il popolo non lo è», insistè Leia.

«No», confermò Luke. «Il popolo vuole solo sopravvivere. É così Nereus», aggiunse seccamente.

«E quindi una volta che si sentirà al sicuro», congetturò Han, «ci si rivolterà contro e ci spazzerà via... se non facciamo attenzione.»

«Faremo attenzione.» Luke si girò verso il centro comunicazioni. «C’è un messaggio registrato», aggiunse, sorpreso. Si avvicinò e toccò un comando.

Han sbirciò da dietro le spalle di Luke. Leia si infilò fra di loro. La testa e le spalle di un ufficiale imperiale apparvero sullo schermo tri-D: volto stretto e lungo, corti e radi capelli ricci. «Comandante Skywalker, abbiamo bisogno di parlare, come d’accordo. Quando può raggiungermi nel mio ufficio?» Lo schermo tornò scuro.

«Il comandante Thanas», mormorò Luke.

«Dov’è il suo ufficio?» chiese Han.

«Probabilmente in questo stesso complesso. Adesso vediamo.»

Leia si allontanò dal microfono. «Vieni, Han.» Per un paio di minuti non voleva vedere altri Imperiali. Questo posto cominciava a renderla nervosa. Ogni volta che si voltava le sembrava di cogliere con la coda dell’occhio il roteare di un mantello nero. Vader era morto! Sconfitto! Non doveva lasciare che vecchie memorie la distraessero dal suo lavoro.

Luke disse all’unità incassata nel muro: «Credo che il comandante Thanas abbia lasciato un messaggio per me...»

Silenzio. Poi: «Sì, perfetto. Sarò lì fra un’ora circa». Tornò verso il salotto.

«Be’?» chiese Leia.

Luke unì le mani dietro la schiena. «Abbiamo di nuovo le navi ssi-ruuvi nel cortile di casa. Thanas dice che ha tutto l’aspetto di un blocco, appena fuori della zona di fuoco della rete difensiva. Approssimativamente a una distanza orbitale pari a quella della seconda luna di Bakura. E io sono stato, ehm, invitato al presidio imperiale.»

«Da solo?» esclamò Leia.

Luke annuì.

«Non farlo», disse Han. «Chiedigli un incontro in terreno neutrale.»

Luke scrollò le spalle. «Su Bakura non ci sono terreni neutrali. Probabilmente lassù ha degli strumenti migliori per aiutarci a discutere di quanto si potrebbe trovare qui nel complesso Bakur.»

«Allora porta con te Chewie. Questo Thanas ti potrebbe arrestare solo perché sei un Jedi. E lasciamo perdere il fatto che hai fatto fuori l’imperatore.»

«Ma io non...»

«Non credono neppure che l’imperatore sia morto, ora», interruppe Leia. «Ma porta Chewie comunque. Anche disarmato è un combattente formidabile.»

Han tormentava l’imboccatura del fulminatore. «Quanto tempo ti ci vorrebbe per chiamare aiuto?»

«Ho un comlink. Potrei fare arrivare una squadriglia di caccia Ala-X dalla Flurry in orbita nel giro di... oh, nel giro di un’ora.»

«Potrebbe essere troppo tardi», insistè Leia. Il Wookiee ruggì la sua approvazione.

«Io penso che dovrei restare qui», suggerì 3BO.

«Han, Leia, Chewie... so badare a me stesso.» Luke si lasciò cadere su uno dei sedili nell’area ribassata, facendo volare via i cuscinetti blu in tutte le direzioni. «Più ci comportiamo come se ci fidassimo di loro, più ci daranno retta. Leia ha fatto grandi progressi in senato.»

«Non abbastanza.» Leia strinse le labbra. «Intavolare un dialogo franco è l’unico modo di giungere alla fine a un trattato duraturo con questa gente, che potrebbe poi portare alla defezione di un gran numero di Imperiali scontenti.»

«Avanti.» Han agitò un braccio. «Ditemi pure che vi sentite a vostro agio a lavorare con questa gente, voi due. Ma ditelo guardandomi negli occhi.»

«Be’...» Leia guardò Luke in cerca di sostegno. Luke sollevò un sopracciglio. «No», ammise Leia.

«Mmm, no», rispose Luke. «Non mi sento a mio agio. Mi sento sulle spine.»

«Giusto», disse Leia. «Ma il disagio non deve interferire con i negoziati. Da qualche parte dobbiamo pur cominciare. Facciamo che sia Bakura.»

Luke si schiarì la gola. «Preferirei comunque portarmi dietro C1.»

Dall’angolo in cui era rimasto, ignorato da tutti, C1 fece sentire un trillo interrogativo.

«Per meglio condividere le informazioni che abbiamo.»

«Oh», commentò Leia. Se Luke aveva un suo piano non ci sarebbe stato modo di fargli cambiare idea. «Dimmi dei senatori. Che sensazione hai avuto?» Si sedette accanto a Luke e ritirò le gambe sui sedili. Il campo a repulsione era come un liquido invisibile sulla cui superficie stavano galleggiando.

«Erano ostili», ammise Luke. «‘Chi sono questi e che cosa ci fanno qua e perché si interessano tanto a noi?’ Così almeno all’inizio. Ma quel Belden era contento di vederci. E c’erano anche altri. Altri...» Guardò Han, che era arrivato all’angolo della finestra. «La storia di Leia gli ha fatto abbassare la guardia. È stato lì che il loro atteggiamento è cambiato.»

«Ne sono straordinariamente contento», interloquì 3BO dalla sua postazione accanto alla porta. «Non vedo l’ora di tornare fra la nostra gente.» C1 gorgogliò qualcosa che Leia presumeva essere un caloroso accordo.

«Ecco, vedi?» Leia fissò Han, desiderando intensamente che si voltasse e desse qualche segno di aver approvato il suo discorso. Un muro invisibile era caduto tra loro nel momento in cui quell’alderaaniano l’aveva notata. «Dev’essere duro», concesse, «uscire allo scoperto dopo anni di lavoro clandestino.»

Finalmente Han si voltò, con i pollici infilati nella cintura. «È come mostrare troppo presto la tua mano in una partita di sabacc. Le carte ti possono cambiare in mano. Non mi piace. Non mi piace questa gente. E Nereus mi piace meno di tutti.»

Leia annuì. «È un burocrate imperiale come tanti altri. Ma, Luke, che cosa hai avvertito? La reazione che hanno avuto di fronte a te...»

Si accigliò. «C’era da aspettarselo, non erano stati avvertiti. Perché?»

Leia cercò le parole giuste per esprimere i suoi sentimenti.

Luke le trovò prima di lei. «Stai ancora pensando a Vader, vero?»

Colpita, Leia gli puntò un dito contro. «Non voglio avere niente a che fare con nulla che venga da Vader.»

«Io vengo da Vader, Leia...»

Strinse i pugni, le braccia tese lungo i fianchi. «Allora lasciami stare.»

Luke chiuse la bocca, senza finire la frase nel modo che lei temeva. E anche tu. Avrebbe potuto dirlo, ma cercava sempre di non ferirla con le sue parole. Leia si stava già pentendo del suo sfogo. Non era da lei perdere la calma in questo modo.

«Ehi», esclamò Han. «Tirati su, principessa. Sta solo cercando di aiutarti.»

«Che cosa vi aspettate da me?» Saltò in piedi e si mise a camminare nervosamente. «Che la prenda con calma? Che vada ad annunciarlo a Mon Mothma?»

«Oh, no, non di nuovo», borbottò Han.

Leia si piantò i pugni sui fianchi. Se non fosse stata innamorata di quell’uomo lo avrebbe già strozzato.

«Di nuovo?» mormorò Luke.

«Ascolta», disse Han. «Nessuno vuole rivelare il tuo segreto. Neanche Luke. Vero, Luke?»

«Ci siamo messi d’accordo.» Luke scrollò le spalle. «Almeno per un po’, nessuno saprà che sei imparentata con nessun altro.» Tese una mano.

Leia l’afferrò. Inaspettatamente Han si avvicinò e chiuse la sua mano sopra quella dei due fratelli.

Dietro di loro si udì un ruggito. Un’enorme zampa pelosa atterrò sulla spalla di Leia mentre Chewie continuava a guai-re e a latrare. «Che cosa sta dicendo?» chiese a Han. L’altra zampa di Chewie si appoggiò sulla testa di Han.

«Che siamo la sua famiglia d’onore.» Han cercò di sfuggire alle effusioni del Wookiee. Un braccio peloso gli passò sul viso. «È il fondamento della vita sociale wookiee. È la migliore dichiarazione di fedeltà che ti capiterà mai di ricevere, Leia.»

Niente soprannomi questa volta, niente ironia, solo Leia.

Quella era la migliore dichiarazione di fedeltà che le sarebbe mai capitato di ricevere da Han. «Va bene», disse piano. «Abbiamo del lavoro da fare; vediamo di fare buon uso del tempo che abbiamo prima che Luke debba partire o che ci richiamino in senato.»

Chewbacca grugnì. Luke lasciò andare la sua mano e si diresse verso il centro comunicazioni.

«Bene.» Han si liberò dalla stretta del suo copilota. «E dobbiamo anche controllare le riparazioni. Il nostro gruppo ha costituito un hangar temporaneo allo spazioporto. Piattaforma dodici. Quello è lavoro per Chewie.»

«Ah.» Luke stava già premendo dei bottoni sul pannello di controllo. «Ecco, ho trovato le informazioni che ci hanno inviato. C1, fa’ un controllo. Vedi se c’è qualcosa di nuovo rispetto alle informazioni della nave drone.»

C1 fischiò allegramente.

«Tieni gli occhi aperti, ragazzo», raccomandò Han.

«E stia in guardia, padron Luke!» esclamò 3BO.

Uno shuttle dell’Alleanza prelevò Luke dal tetto del complesso Bakur. Con C1 caricato nel compartimento sul retro, Luke guardò la città che passava sotto di lui, acquattata all’interno della sua rete di cerchi concentrici e su quell’incredibile estrusione di roccia bianca.

Temeva che fosse stato il suo nervosismo a fare agitare Leia, ma non aveva osato dire a lei e a Han tutto quello che sapeva, non ancora. Solo lui capiva quanto disperata e atroce fosse la sofferenza degli umani intecnati, quindi solo lui capiva appieno quale rischio correvano nel momento in cui Bakura fosse caduta. Se fosse successo, le risorse e la popolazione di Bakura avrebbero consentito agli alieni di prendere un altro mondo, dove avrebbero ricaricato altri droidi da combattimento per conquistarne un altro ancora, e così via in una reazione a catena che sarebbe arrivata fino al centro della galassia.

Forse volevano spazzare via del tutto l’umanità, magari creare una serie di allevamenti di schiavi. Non avrebbe affatto sorpreso scoprire che avevano altri tipi di droidi capaci di utilizzare l’energia vitale degli umani, oltre ai caccia. Lui, Thanas, Nereus, non sapevano neppure se quella che si trovavano di fronte era l’intera flotta ssi-ruuvi.

Nel bel mezzo di una crisi del genere non poteva certo permettersi di venire distratto dalla senatrice Gaeriel Captison.

Eppure il solo ricordo delle sensazioni che aveva provato quando la sua presenza aveva risposto alla sua sonda lo faceva ancora rabbrividire. O almeno le sensazioni prima dell’improvviso cambiamento della ragazza. Non aveva mai sperimentato prima un tale e improvviso radicale passaggio dall’attrazione al disgusto. Doveva assolutamente parlarle. Se era tanto veemente nella sua opposizione ai Jedi avrebbe potuto mandare a monte ogni possibilità residua che Leia riuscisse a negoziare un trattato. Comunque, preferiva la sua onesta posizione all’essere ignorato. All’inizio, almeno.

Prima che Luke si sentisse pronto, la sua navetta scese sulla scura superficie artificiale che aveva indovinato essere il presidio. Il pilota alleato molto nervoso aiutò Luke a scaricare C1 e poi ridecollò in fretta verso lo spazioporto. Luke guardò in alto, verso il muro di cinta del presidio. Sopra e oltre una barriera sfrigolante di corrente ad alta tensione, assaltatori percorrevano le passerelle sospese tra enormi reti di osservazione. Un campo di forza iridescente, che sprizzava di tanto in tanto qualche scintilla, chiudeva il varco fra le due torri. Droidi di pattuglia si diressero verso di lui da tre direzioni diverse.

Sì, questo era l’Impero. Luke si avvicinò al cancello, pieno di baldanza. «Vieni, C1.»

Un paio di soldati di Marina protetti da elmetti neri uscirono da dietro una delle torri. Il campo di forza si interruppe. «Comandante Skywalker?» chiese uno dei due, con la mano sul fulminatore.

Io sono la pace. Luke unì le mani davanti al petto. «Sono qui per parlare con il comandante Thanas.»

«E il droide?»

«Deposito dati.»

Il soldato emise una breve risata. «Spionaggio.»

«Probabilmente darò al comandante Thanas più informazioni di quante ne fornirà lui a me.»

«Aspetti qua.» Il soldato scomparve dentro la torre.

Luke guardò il campo oltre la rete. Un camminatore AT-ST gli passò davanti, come una grossa testa di metallo grigio su gambe. L’edificio principale del presidio si levava in lontananza all’interno di un vasto spiazzo. Poteva anche essere un disegno standard, ma da vicino sembrava davvero impressionante. Luke calcolò che doveva essere alto almeno come un edifico a otto piani. A ogni angolo del livello superiore si levavano gigantesche e rilucenti torrette armate di turbolaser, come guardiani del castello di un gigante. Da questa angolazione si intravedevano due grossi trampolini di lancio puntati contro il cielo. Quanti caccia TIE potessero custodire era solo materia di congettura. Non avrebbe mai osato avvicinarsi a questo posto con una squadriglia di caccia Ala-X. Da solo era molto più al sicuro. O così sperava.

Il soldato tornò con un controllore per il comando del bullone di costrizione del droide e un disco a repulsione con due supporti laterali. «Il droide entrerà montato sul disco», ordinò il soldato, «e spento. Se vuole può portare il suo controllore personale, ma la riattivazione non autorizzata di questa macchina verrà considerata un atto ostile.»

C1 emise un bip nervoso.

«Va tutto bene», lo rassicurò Luke. «Non ti preoccupare.» Lasciò che il soldato disattivasse il convertitore di potenza principale di C1. Una volta che il droide, ridotto al silenzio, fu caricato sul disco a repulsione, Luke controllò che fosse assicurato bene ai due supporti laterali, in modo che il suo amico metallico non potesse cadere a terra inaspettatamente. Toccò il suo controllore appeso accanto alla spada laser. Gli ricordava il sogno fatto su Endor.

Non gli erano mai piaciuti i bulloni di costrizione. Era probabile che anche il personale del governatore Nereus avesse dei controllori, con i quali avrebbero potuto comandare C1 e 3BO nonostante il programma personale dei due droidi.

«Mi segua», disse il soldato. Lo condusse a una speeder coperta. Luke si sedette nel sedile centrale e agganciò a un lato il cavo di traino del disco a repulsione. Si inoltrarono velocemente nella base. La superficie che dall’alto era sembrata nera, ora si rivelava banale permacciamento grigio scuro. Tipico della burocrazia imperiale, coprire qualunque cosa naturale si fosse trovata davanti.

Lo shuttle passò attraverso un paio di colossali porte a prova di scoppio, sistemate fra due torri di guardia ed entrò in un garage permeato del familiare odore militare di carburante e polvere. Il soldato parcheggiò la speeder a un molo per speeder bike che era affollato di tecnici per la manutenzione. Luke sentì una terribile curiosità che lo pungeva da ogni parte. Mi dispiace ma non sono un prigioniero. Non ancora. Mentre sganciava C1 la curiosità si trasformò in ostilità. Alzò un dito e mosse una stringa della Forza. Qualcosa di pesante cadde all’altra estremità del molo.

I tecnici corsero verso il rumore. Luke gli passò attraverso, ignorato da tutti, seguendo il soldato che guidava il disco a repulsione di C1. Passarono lungo un corridoio stretto, con pareti nude che si stringevano verso l’alto per incontrare un soffitto ancora più stretto e poi entrarono in un turboascensore ad alta velocità. Lo stomaco di Luke si contrasse mentre acceleravano.

Scesero a un altro livello, trovandosi a un’estremità di una lunga sala rettangolare. Ogni cosa, qui, era grigia: le pareti, il pavimento, il soffitto, i mobili, le facce; i contrasti si notavano facilmente. Un ufficiale vestito di nero uscì da una porta e rientrò in un’altra. Truppe d’assalto stavano di guardia davanti a ogni porta, sentinelle in armatura bianca. Luke camminò rigido davanti a loro, gli occhi fissi davanti a sé, ma i suoi sensi di Jedi aperti a trecentosessanta gradi e la mano sulla spada laser.

In un’area circolare Luke vide un uomo che si dirigeva verso di loro dal corridoio di fronte. Il portamento eretto e il passo misurato gli rivelarono chi era. Il volto stretto e lungo e i radi capelli ricci confermarono la sua ipotesi. Luke si avvicinò. «Comandante Thanas.»

«Comandante Skywalker.» Thanas lo guardò dall’alto, dietro un naso aquilino. «Di qua, la prego.» Si voltò su se stesso e tornò indietro. Alto e magro come un chiodo, emanava una tranquilla sicurezza che ricordava a Luke tutti gli occhi imperiali che lo circondavano... come se ne avesse avuto bisogno. Contando il numero di armi visibili nel corridoio, Luke seguì Thanas tirandosi dietro il disco a repulsione.

Al termine del corridoio, Thanas entrò in un ufficio e Luke lo seguì. A parte un curioso pavimento che ricordava un tappeto di muschio, la stanza era arredata con molta semplicità: evidentemente era un luogo dedicato al dovere, non al piacere. Perfino le pareti grigie erano prive di ricordi o decorazioni, come se Thanas non avesse nessun passato. La sua semplice scrivania rettangolare aveva, per quanto poteva vedere Luke, un’unica serie di comandi inserita nel piano del tavolo.

«Si sieda.» Thanas indicò una sedia a repulsione. Lasciando C1 spento, Luke si sedette. Thanas fece un gesto verso un’unità di servizio. «Gradisce qualcosa da bere? Il liquore locale è sorprendentemente buono.»

Luke esitò. Anche se il liquore non fosse stato drogato, avrebbe potuto essere abbastanza forte da confondergli le idee. E comunque, il suo istinto diceva che non era il caso di accettare. «Grazie, no.»

Thanas rimase seduto senza versare niente per sé. Incrociò le braccia, con le mani sui gomiti. «Le confesserò, Skywalker, che non mi aspettavo di vederla arrivare. Credevo che mi avrebbe chiesto di incontrarci da qualche altra parte.»

Luke scrollò le spalle. «Sembrava più pratico vedersi qua.» Si protese a sentire la presenza di Thanas. Attento, con un pizzico di ammirazione, sospettoso ma senza intenzione di ingannarlo: fiducioso, per ora, con un sottofondo innegabile di onestà.

«Vero.» Thanas toccò un comando sulla sua scrivania. Delle antenne da proiezione retrattili salirono dolcemente dal loro alloggiamento sulla scrivania. Sopra di loro apparve un grosso globo verde-azzurro. «Perché non diamo un’occhiata alla battaglia che avete tanto audacemente interrotto?»

«Eccellente idea. Posso?» Luke indicò C1 con il controllore.

«Ma certo.»

Luke accese il piccolo droide. La cupola di C1 ruotò e si fermò con il fotorecettore blu diretto verso l’ologramma di Thanas.

La battaglia era cominciata con un attacco frontale lanciato dall’intero schieramento ssi-ruuvi. Era come Luke aveva già indovinato, l’offensiva finale contro un avversario indebolito, e l’inizio dell’invasione del pianeta. Le sue forze erano arrivate appena in tempo.

«Posso vederlo di nuovo?» chiese Luke mentre i puntini blu che rappresentavano gli Imperiali si raggruppavano per ritornare all’attacco.

Thanas scrollò le spalle e fece ripetere gli ultimi secondi di proiezione.

«È una manovra standard, quella?» chiese Luke.

Thanas unì le dita delle mani. «Mi dovrà scusare se scelgo di non rispondere a questa domanda.»

Luke annuì e registrò mentalmente la manovra sotto «massima sicurezza».

«Mi dica», domandò Thanas, «è vero che uno dei vostri piloti è intervenuto nella battaglia con un mercantile, o sono i sensori della mia flotta che non funzionano bene?»

Luke riuscì a reprimere un sorriso. Se Thanas non sapeva niente sul Falcon non sarebbe stato certamente lui a illuminarlo. «Lei deve tenere presente che la maggior parte dell’appoggio che l’Alleanza riceve proviene da settori ai margini della legalità.»

«Contrabbandieri?»

Luke scrollò le spalle.

«Probabilmente modificati al di là di ogni standard di sicurezza.»

«É molto difficile procurarsi dell’equipaggiamento a livello di quello imperiale.»

«Solo dopo averlo chiesto mi sono reso conto delle implicazioni della tecnologia HoloNet presente sulla vostra nave ammiraglia.»

Era meglio lasciare perdere quell’argomento. «Vi rendete conto di qual è la posta in gioco qui?» Luke gli raccontò quello che aveva concluso sulle intenzioni degli Ssi-ruuk. «Perché l’imperatore si era messo in contatto con loro?»

Thanas si grattò il collo, cercando di apparire rilassato. Ma le rughe di stanchezza attorno ai suoi occhi erano diventate più profonde. «Se anche lo sapessi, non sarei autorizzato a dirglielo.»

«Ma non lo sa.»

Thanas si limitò a restituire il suo sguardo. Se mai fosse stata conclusa, sarebbe stata una tregua piena di tensioni.

«Abbiamo bisogno di discutere la situazione tattica attuale», suggerì Luke. «Secondo i dati in mio possesso, fra tutti e due abbiamo due incrociatori, sette cannoniere di medie dimensioni e circa quaranta caccia monoposto, due terzi dei quali attualmente schierati sulla rete difensiva e un terzo a terra per riparazioni. Le tornano i conti?»

Thanas concesse a Luke un mezzo sorriso divertito. «Ottimi calcoli. In più voi avete il vostro trasporto irregolare.»

«Certo.» Luke si mosse sulla sedia a repulsione. «Siete riusciti a valutare la forza della flotta ssi-ruuvi?»

Thanas annuì. «All’interno del sistema, qui, tre incrociatori. Due navi di media dimensione sono tenute indietro, oltre l’orbita del quarto pianeta: pensiamo che si tratti di navi d’assalto planetario. Circa quindici navi più grandi o navi vedetta appena fuori della rete difensiva. E nessuno sa quanti piccoli caccia, o quale delle navi li trasporta. Forse tutte.»

Descritta così, semplicemente, la situazione sembrava ancora più brutta. «Da dove provengono le vostre informazioni?» chiese Luke, curioso di sapere che cosa era disposto a rivelare Thanas sulla sua rete informativa all’interno del sistema.

Thanas sollevò un sopracciglio. «Le solite fonti», rispose. «E le vostre?»

«Occhi aperti.»

La loro conversazione fu punteggiata da molti altri frustranti stalli simili a questo, ma quando Luke si alzò, due ore più tardi, aveva una comprensione migliore della situazione tattica, dati precisi sui vettori orbitali della rete difensiva, e qualche altra interessante curiosità di svariato genere, il tutto registrato nella memoria di C1.

«Comandante Skywalker», disse Thanas a bassa voce. «Mi chiedo se mi concederebbe di assistere a una dimostrazione dell’uso di quella spada laser. Ne ho sentito parlare moltissimo.»

«Penso che sia meglio di no.» Luke cercò di mantenere un tono educato. «Non vorrei mettere in allarme le sue truppe.»

«Non si allarmeranno.» Thanas toccò un altro comando sulla sua scrivania. La porta si aprì. Due soldati in armatura bianca entrarono. «Vorrei tenere qui il suo droide astromeccanico. Voi due: prendetelo in custodia.»

«Preferirei tenere C1 con me.» Luke non credeva che Thanas dicesse sul serio, ma sganciò, sollevò e accese la spada laser in un unico movimento. Nonostante tutta la sua disponibilità a discutere, Thanas ragionava da Imperiale. Voleva una dimostrazione. L’avrebbe avuta.

I due soldati spararono a distanza di un millisecondo l’uno dall’altro. Luke fece una piroetta fra i fasci di energia e li deflesse. Piccole fiamme languirono e si spensero sulle pareti grigie dell’ufficio di Thanas.

«Cessate il fuoco.» Thanas sollevò una mano. «Potete andare.»

I soldati uscirono.

«Non capisco.» Luke rimase in guardia, con la spada ancora accesa. «Avrebbe potuto perdere due uomini.»

Thanas stava ancora fissando la ronzante lama verde. «Non credo che lei li avrebbe uccisi. Avrei dovuto arrestarla, se lo avesse fatto. E non credo che lei avesse molta voglia di trovarsi a dover combattere contro tutto il presidio per poter uscire da qui.»

Luke si sforzò di tenersi in contatto con la sua calma interiore. «Sarei stato in grado di farlo.»

Avvertì nell’uomo più anziano una traccia di divertimento. Forse Thanas era ostile più per abitudine professionale che per un’autentica lealtà verso l’Impero, ma Luke ancora non si fidava di lui. Spense la spada. «Devo controllare i danni sostenuti dalle mie navi, comandante.»

Thanas annuì. «Può andare. E porti il suo droide con sé.»

Luke infilò il pollice nella cintura. «Il mio shuttle è tornato al complesso Bakur. Apprezzerei molto un passaggio fino alla piattaforma dodici allo spazioporto.»

Thanas esitò a lungo, poi sorrise. «D’accordo.»

Se Thanas voleva impedire a Luke o ai suoi amici di lasciare Bakura, ne aveva già avuto ampia occasione.

Un sottufficiale accompagnò Luke a un veicolo a repulsione. Tutti i suoi dolori erano ritornati. A quanto pare stava diventando davvero una giornata lunga. Si fece un elenco mentale delle cose da fare: mettersi in contatto con Leia e dirle che era tornato dal presidio sano e salvo, assicurarsi che il Falcon non fosse stato toccato, assicurarsi che i caccia venissero tenuti pronti e che i piloti si riposassero...

Improvvisamente Luke si rese conto che era più di un’ora che non pensava a quella straordinaria senatrice bakurana. Cercò di nuovo di scacciare il ricordo della sua immagine e di come la sua aura nella Forza aveva aumentato la propria. Non era questo il momento né il luogo di farsi distrarre da desideri personali. Certo, era stato molto più facile dimenticarlo mentre era circondato da Imperiali.

Ma nemmeno la prima Morte Nera era stata il posto o il momento giusto per abbandonarsi al romanticismo, eppure il suo disperato amore per Leia aveva messo in moto tante cose. Se solo Gaeriel Captison fosse stata in pericolo e avesse avuto bisogno di aiuto...

Poco tempo dopo il decollo dello shuttle di Skywalker dal presidio, Pter Thanas stava picchiettando sovrappensiero un coltellino a serramanico in madreperla di Alzoc sul ripiano della sua scrivania. Aveva rintracciato la nave da carico fuorilegge; era parcheggiata nella piattaforma dodici dello spazioporto civile. Un’informazione importante, ma non ancora vitale.

Aprì una delle lame del coltello e la soppesò in mano. Non avrebbe mai potuto ammettere davanti al giovane Skywalker da quanto tempo desiderava vedere una spada laser in azione. Quando Vader e l’imperatore avevano spazzato via i Jedi, aveva perso ogni speranza. Era affascinante il modo in cui aveva respinto il fuoco dei laser. Il suo uso in combattimento sarebbe stato limitato, certo, ma innegabilmente faceva impressione.

E lo stesso si poteva dire del giovane che la portava. Ora capiva perché la ricompensa offerta per la sua cattura era stata così alta.

Thanas cercò di immaginare che cosa avrebbe potuto fare con tutti quei crediti. Era stato trasferito qui, in questo pianeta dimenticato da tutti, dopo essersi rifiutato di spazzare via un villaggio di minatori/schiavi Talz su Alzoc III.

Non che stesse cercando di fare l’eroe... Aveva solo aumentato le razioni alimentari dei minatori. La maggior parte delle creature senzienti lavora di più se ben nutrita, e comunque i magazzini erano sempre pieni. Non avrebbe mai potuto sospettare che i pelosi Talz a quattro occhi avessero individuato in lui il loro benefattore. Un giorno, nelle miniere, si era avvicinato troppo a un pozzo. Tre Talz si erano gettati a salvarlo. Era a loro che doveva la propria vita.

Sei mesi standard più tardi, un colonnello dotato più di avidità che di buon senso ridusse di nuovo le razioni alimentari. Il capo del villaggio Talz protestò, in modo molto cauto e rispettoso. Il colonnello ordinò che il villaggio fosse distrutto, come esempio per gli altri minatori. Thanas ignorò l’ordine. Il colonnello mandò le sue truppe, distrusse il villaggio, poi ordinò a Thanas di salire a bordo della sua nave «in attesa di trasferimento ad altra sede».

Thanas sorrise, amaro. Gli avevano detto che doveva considerarsi fortunato: se avesse tentato un trucco del genere con lord Vader sarebbe morto strangolato nel giro di un’ora. Invece, era stato confinato su Bakura, in un mondo isolato, a fare un lavoro malpagato con ben poche speranze di tornare a essere assegnato a un mondo centrale.

Di nuovo pensò a quella ricompensa... e alla possibilità di andare in pensione in anticipo. Accarezzò il manico iridescente. Avrebbe potuto risposarsi e vivere tranquillo su qualche mondo non allineato. La ricompensa per la cattura di Skywalker lo tentava, ma se c’era qualcuno su Bakura che avrebbe intascato quei crediti era il governatore Wilek Nereus.

Thanas si accigliò, ripiegò la lama nel coltello e se lo fece scivolare in tasca. Niente pensionamento anticipato, per lui. Non era nemmeno stato capace di respingere l’attacco degli invasori alieni con l’aiuto... dell’Alleanza Ribelle. Ormai non avrebbe mai più lasciato Bakura.

Leia rimosse il messaggio di Luke dallo schermo e passò al file successivo. Una memoria fotografica adesso le sarebbe stata veramente utile. Tutti questi dati... ci sarebbero volute settimane per memorizzarli tutti. Da C1 già sapeva che Bakura aveva una tecnologia di livello informatico, una manifattura di bobine levitanti (grazie ai ricchi depositi minerali nelle montagne a nord di Salis D’aar), che esportava con successo e inoltre coltivazioni di alberi di namana, un legno tropicale che forniva stupefacenti margini di profitto. Altre notizie interessanti: i discendenti del capitano della prima nave della corporazione Bakur giunta sul pianeta erano sempre stati, almeno di nome, a capo dello stato; ed era il senato, non la piccola popolazione, a eleggere i senatori che avrebbero preso il posto dei loro colleghi defunti o che si erano dimessi.

Ora, rifletté, il senato di Bakura era semplicemente un organo deputato all’approvazione di tutto quello che il governatore imperiale Wilek Nereus faceva. Le sarebbe piaciuto parlare in privato con qualche cittadino e scoprire quanto erano diffusi i sentimenti anti-imperiali su cui i Ribelli avrebbero potuto contare.

Sbadigliò poderosamente, poi si stiracchiò e inclinò la sua sedia a repulsione. I piedi di Han si intravedevano sulla soglia della sua camera da letto. L’appartamento che gli avevano assegnato aveva quattro stanze private, due con una finestra e due con un murale in tempo reale. Se Han si era addormentato sul pavimento mentre cercava di studiare i dati portati da C1, erano affari che non la riguardavano.

Anche vedere quel pezzettino di lui le faceva salire la pressione. Che faccia tosta! Pensare che lei potesse flirtare con un ufficiale imperiale che un tempo era stato un alderaaniano. Un rinnegato, un traditore.

Chewbacca non dava segno di vita. 3BO probabilmente era ancora dove lo aveva lasciato, collegato al centro comunicazioni vicino alla porta e Luke...

Una volta partito Luke era riuscita a calmarsi un po’. Non avrebbe dovuto infuriarsi così ogni volta che qualcosa le ricordava che Vader era loro padre. Perfino Han aveva avuto la sensibilità di non fare commenti o battute quando, su Endor, lei aveva ingoiato il proprio orgoglio e gli aveva detto di Vader. Anzi, non aveva detto proprio niente, si era limitato ad abbracciarla. Con tutto quello che Darth Vader gli aveva fatto... mandargli dietro la peggior feccia della galassia, usarlo come cavia per controllare che l’unità di congelamento a carbonio non uccidesse il soggetto, bruciacchiare e sforacchiare la sua preziosa nave con il cannone laser del suo caccia TIE... be’, sembrava che Han non avesse intenzione di prendersela con lei o Luke per nessuna di queste cose. E quindi, fintanto che evitava tutti e tutto quello che le ricordava Vader o la Forza, era a posto.

Facile a dirsi, in questa missione, circondata com’era da Imperiali. Controllati, si ordinò.

«Padrona Leia?» fece la voce di 3BO.

Andò sulla soglia della sua camera. «Che cosa c’è?»

«Un messaggio per lei da parte del primo ministro Captison.»

«Passamelo sul terminale in camera da letto.» Si affrettò a tornare al suo schermo tri-D. La porta della sua camera si chiuse scorrendo su una rotaia con minima frizione. Non aveva mai visto un uso così esasperato di microunità a repulsione.

Leia si sedette. Avrebbe riconosciuto l’immagine anche senza l’annuncio di 3BO. Composta, lo salutò rispettosamente. «Spero che il senato abbia deciso in nostro favore, primo ministro.»

L’uomo sorrise con la triste e dignitosa autorità che le ricordava tanto Bail Organa. «Non abbiamo ancora raggiunto una conclusione», fece sapere. «Voi e il vostro seguito siete alloggiati comodamente?»

«Sono felice di avere l’occasione di parlare così a lungo con la vostra gente, ma ci aspettiamo qualche difficoltà nel convincere i militari imperiali che siamo qui solamente per fare un lavoro e poi andarcene.»

«Altezza.» Il tono del primo ministro era un gentile rimprovero. «Non è per questo che siete qui, non è vero?» Captison alzò una mano. «Va bene. La nostra gente ha bisogno di qualche distrazione. È più di una settimana che non hanno che gli Ssi-ruuk a cui pensare.»

«Capisco», mormorò Leia. «Che cosa posso fare per lei, primo ministro?»

«Voi e il vostro seguito potreste unirvi a me per cena. Alle diciannove, a casa mia.»

Più di ogni altra cosa avrebbe voluto appoggiare la testa sul cuscino e dormire, ma... «Ne saremo lietissimi», rispose. Avrebbe anche potuto essere una gradevole distrazione e magari segnare il momento di una vera svolta. «Accetto, anche a nome del generale Solo e del comandante Skywalker.» E Chewie? pensò all’improvviso. Non sarebbe certo stato il benvenuto, non con le idee che questa gente aveva sugli alieni. Be’, sperava che il Wookiee avrebbe capito. Almeno così avrebbe potuto dormire, lui. «Grazie di cuore.»

«Manderò qualcuno a prendervi poco dopo le diciotto e trenta. Oh», aggiunse, «ho invitato anche il governatore Nereus. Sarà un’occasione per comunicare apertamente in modo informale.»

Questo sì che l’avrebbe tenuta sveglia. «È stato un pensiero gentile da parte sua, primo ministro. Grazie.» Leia spense lo schermo. Era davvero una splendida opportunità. Era il momento giusto per chiedere agli Imperiali che cosa ne pensavano del fatto che l’imperatore Palpatine avesse invitato gli Ssi-ruuk ad accomodarsi nella loro galassia.

Sperava tanto che Luke tornasse dallo spazioporto in tempo per rimettersi in ordine.

Sperava tanto che Luke tornasse, punto.

9

Quando Dev ebbe finito di togliere l’ultima nauseabonda chiazza di cibo dalla parete era passata già un’ora. Doveva presentarsi all’anziano Sh’tk’ith, cioè Scaglia Blu, prima di fare il bagno di mezzo ciclo. Non che sentisse il bisogno di essere rinnovato, ma se Scaglia Blu pensava che Dev lo stesse evitando, avrebbe scavato più a fondo. Scaglia Blu era incredibilmente sensibile ai cambiamenti dell’odore di Dev. E poi aveva un grande talento per il controllo ipnotico, anche se era cieco alla Forza come il resto degli Ssi-ruuk. Dev avrebbe dovuto essere in grado di resistergli, perché la semplice ipnosi non era niente in confronto al potere della Forza.

Ma purtroppo lui non sapeva come controllarla e servirsene e non c’era nessuno che potesse insegnargli come fare.

Aveva sentito la presenza di un suo simile. E se davvero ci fosse stato un autentico Jedi là fuori? Gli Ssi-ruuk certo sarebbero stati molto interessati a scoprire un altro Jedi, ma Dev non voleva ancora che Scaglia Blu lo sapesse.

D’altra parte, forse non sarebbe stato un male se lo scoprivano. Lo avrebbero cercato e Dev avrebbe avuto un amico umano. No, la Forza... un concetto che sua madre gli aveva insegnato molto tempo prima del fatale giorno dell’invasione... era molto più potente nello straniero. Dev non sarebbe più stato al centro dell’attenzione dei suoi padroni. D’altra parte, lo avrebbero finalmente intecnato. Con passo leggero si diresse su per il largo corridoio. Nel suo percorso incrociava diversi Ssi-ruuk di passaggio, che camminavano in entrambe le direzioni con passo svelto, le teste massicce dondolanti. Alcuni portavano dei proiettori ionici, perché a volte i P’w’eck, per lo stress del combattimento, si rivoltavano perfino contro i loro padroni.

D’altra parte, e Dev rallentò di nuovo, avrebbero potuto intecnare lo straniero. Gli umani urlavano sulla sedia dell’intecnamento. Uno in cui la Forza scorreva tanto potente avrebbe potuto proiettare così forte il suo dolore da uccidere Dev.

No, no. Solo il corpo provava dolore.

E se si fossero trovati davanti a un vero Jedi, un individuo completamente addestrato?

Dev entrò in un turboascensore e si diresse verso il posto dove solitamente lavorava Scaglia Blu, nel ponte dove venivano costruiti i droidi da combattimento. Scaglia Blu però non era lì. Diversi piccoli P’w’eck marroncini erano chini su alcune delle piramidi coperte di antenne, recuperate con il raggio traente. Questa squadra era composta da individui giovani, con la coda corta e che si muovevano a scatti. I droidi recuperati, una volta riparati, sarebbero stati pronti per il nuovo gruppo di prigionieri da intecnare.

Dev rimase a guardare per un po’. I P’w’eck sbrigavano i loro compiti senza alcuna apparente soddisfazione. Erano una razza di stupidi servi che somigliavano solo superficialmente ai loro eleganti, forti padroni. Occhi infossati e pelle raggrinzita mostravano che i giovani P’w’eck non facevano nulla per mantenersi in salute, arrivando perfino a non nutrirsi abbastanza. In confronto a loro i droidi da combattimento apparivano ancora più splendidi.

Salì fino al ponte di comando e mandò uno degli avanzatissimi droidi della sicurezza in cerca di Scaglia Blu. Lui aspettò fuori. Il ponte di comando era circondato da una rete conduttiva che stabilizzava i campi gravitazionali ed evitava gli sbalzi di energia durante la battaglia. Come ogni reattore però, poteva andare a massa e un colpo diretto proveniente da una nave abbastanza potente avrebbe sovraccaricato la rete e trasformato il ponte di comando in una trappola mortale. L’ammiraglio Ivpikkis stava molto attento a non lasciare mai che una nave ostile dotata di sufficiente potenza di fuoco arrivasse ad avere a tiro la Shriwirr.

Nemmeno il droide riuscì a trovare Scaglia Blu. Sentendosi sempre più ansioso, Dev provò ad andare nella sala di intecnamento del padrone Firwirrung.

Scaglia Blu era nel corridoio e stava dando ordini a un gruppo di P’w’eck. Dev rimase a una certa distanza, rispettoso. Una volta allontanatisi i P’w’eck, si avvicinò. «Mi volevate vedere, anziano.»

Scaglia Blu aprì un portello. «Vieni.»

Una volta dentro, Dev si guardò intorno cautamente. Non era uno dei soliti ambienti di lavoro di Scaglia Blu. In un angolo delle ringhiere alte fino al ginocchio e alla vita circondavano uno spazio ribassato di un metro quadro circa. C’era un cancello, che una volta chiuso avrebbe formato un recinto. Sembrava quasi una gabbia per P’w’eck. A volte i piccoli servi venivano portati via e puniti, ma Dev non lo aveva mai visto fare. Cominciò a sentirsi prendere dal panico. «Lì?»

«Sì.» Scaglia Blu scivolò dietro il tavolino. Dev non aveva alternative. Entrò nella gabbia.

Scaglia Blu premette qualche cosa contro la sua spalla. «Puoi appoggiarti alle sbarre, se vuoi.»

Normalmente, Scaglia Blu iniziava le sedute di rinnovamento invitandolo a stendersi a terra e a mettersi comodo. Ma almeno non sembrava che lo stesse per punire... finora. «Che cosa desidera?» fischiò Dev a disagio. «Cosa posso fare per compiacerle, padrone?»

«Parlami.» Scaglia Blu sistemò la sua lucida mole accanto a Dev. «Come va il tuo progetto?»

Improvvisamente euforico per l’attenzione del suo anziano, Dev appoggiò il peso alla sbarra superiore. «Va molto bene. Adesso sto cercando di tradurre l’annuncio che abbiamo trasmesso a Bakura qualche settimana...»

«Basta così», disse Scaglia Blu. Chinò la grossa testa e guardò Dev da vicino con uno dei due occhi.

Dev gli sorrise, contento.

«Sei un umano», gli ricordò Scaglia Blu. «Pensa per un attimo a ciò che significa questo.»

Dev si alzò una manica e guardò il suo braccio, dalla pelle soffice e coperto di leggera peluria. «Vuol dire che sono... inferiore.»

«Ne sei certo?»

Confuso e sconvolto, Dev chiuse gli occhi. Nei recessi più profondi della sua mente qualcosa, qualcosa di controllato e represso ma fetido e odioso, si liberò, e...

L’enorme rettile si avvicinò ancora. Dev urlò e colpì la sua zampa anteriore.

«Più forte», fischiò il mostro. «Puoi fare meglio di così, debole, inferiore umano.»

Stringendo i denti, Dev affondò un pugno nella zampa del rettile con tutta la sua forza. «Avete distrutto il mio mondo. Avete ucciso i miei genitori, la mia gente. Li avete tutti uccisi, assorbiti, assassinati, mutilati...» La voce gli mancò, soffocata dai singhiozzi.

«Niente di nuovo per cui essere arrabbiato?»

Dev alzò i pugni. Che cosa stava cercando di fare il rettile? Estorcergli delle informazioni? Questa volta non ne avrebbe avute.

Il mostro si avvicinò e gli soffiò in faccia il suo fetido respiro da rettile. «Ti piacerebbe colpirmi con un pugno in quest’occhio, scommetto.»

Dev guardò l’occhio. Sembrò crescere, e circondarlo di tenebra, risucchiarlo. Dev cadde nelle sue profondità nere, cercando di aggrapparsi agli ultimi scampoli di libertà.

Cadde.

Sopraffatto dall’orrore, giacque rannicchiato sul freddo pavimento del ponte. Aveva insultato Scaglia Blu. Non osava nemmeno immaginare che cosa gli sarebbe capitato ora.

«Dev», chiamò Scaglia Blu a voce bassa, «non dovresti dire cose come quelle.»

«Lo so», ammise, infelice.

Scaglia Blu trillò, emettendo un soffice e ritmico suono con la gola: «Ci devi molto».

Come poteva aver mai pensato il contrario?

«Dev», fischiò Scaglia Blu.

Alzò lo sguardo.

«Sei perdonato.»

Dev sospirò profondamente e si tirò in ginocchio, afferrando la più bassa delle sbarre.

«Ecco, Dev.» Scaglia Blu gli fece vedere una siringa. Grato, Dev abbassò una spalla e si fece pungere di nuovo. La sua vergogna sparì come per magia.

«Ti ho fatto arrabbiare deliberatamente, Dev. Per mostrarti quanto vicina alla superficie sia la tua rabbia. Non devi mai arrabbiarti.»

«Non succederà più. Grazie. Mi dispiace.»

«Cos’era che ti ha così turbato questo pomeriggio, Dev?»

Ricordava vagamente di essersi ripromesso di non dirlo, ma non riusciva a ricordare perché. Gli Ssi-ruuk lo proteggevano e soddisfacevano tutti i suoi bisogni. Gli davano piacere, anche quando non se lo meritava.

«È stata una cosa insolita», cominciò. «Ho avvertito qualcun altro che usava la Forza, molto vicino.»

«Qualcuno che usava la Forza?» ripetè Scaglia Blu.

«Qualcuno come me. Non che io mi senta solo, ma il simile cerca il simile. Mi piacerebbe poterlo incontrare, ma dev’essere un nemico della nostra flotta, perché è arrivato con quelle navi nuove. Mi ha reso molto triste.»

«Lui? Era un maschio?»

Dev sollevò la testa con uno sforzo e sorrise a Scaglia Blu. Qualunque cosa avesse messo in quella siringa, gli stava facendo venire un sonno terribile. Riusciva a malapena a muoversi.

«Forse me lo sognerò», bisbigliò e scivolò a terra.

Gaeriel era distesa in aria sopra un letto a repulsione circolare, con una coperta di pelliccia che l’avvolgeva da capo a piedi. Il letto era sospeso sopra un tappeto bello, ma piuttosto consunto. Yeorg e Tiree Captison avevano una delle case più eleganti di Bakura, o così aveva sentito dire, ma a mano a mano che le tasse imperiali aumentavano, perfino il primo ministro aveva dovuto rimandare a un altro momento le riparazioni o la sostituzione dei mobili più vecchi. Il nuovo salario di Gaeri aiutava un po’. Non le importava nulla di avere la dimora più elegante di Bakura, ma le importava della felicità di zio Yeorg e di zia Tiree.

Erano mesi che non aveva più avuto bisogno di un sonnellino pomeridiano; in più, non si sentiva affatto riposata. Si era svegliata in preda a un terrore gelido che il letto a repulsione non aveva fatto che peggiorare. Il Jedi Luke Skywalker le era apparso nel corso di un sogno orribilmente inquietante, mentre con l’aiuto di un campo di levitazione generato dai suoi poteri di Jedi si librava sopra di lei. Prima che potesse svegliarsi, la sua pelle e i suoi capelli si erano scuriti ed era diventato l’inviato degli Ssi-ruuk, Dev Sibwarra. Sibwarra si era abbassato lentamente verso di lei attraverso la coperta, succhiandole via la vita...

Frustrata, si liberò della coperta a calci e premette un pulsante sul muro. L’orchestra sinfonica imperiale iniziò a suonare una melodia rilassante tutt’attorno a lei. Quando era tornata dal Centro aveva parlato con entusiasmo dell’ultima conquista della tecnologia imperiale in fatto di riproduzione sonora, un sistema musicale idrodinamico. Come regalo di laurea, lo zio Yeorg aveva ordinato che uno di questi sistemi venisse incorporato nelle pareti della sua stanza. Ogni superficie, anche la lunga finestra, fungeva da altoparlante. La lunga stanza rettangolare era stata trasformata in una ovale, per avere un’acustica migliore.

Purtroppo, Wilek Nereus era l’unico su Bakura a possedere le registrazioni che potevano essere eseguite dal sistema. Tutti i dati, sia letterari sia musicali, dovevano provenire dal suo ufficio. Per adesso il suo interesse nei suoi confronti era rivolto dichiaratamente a contribuire alla sua educazione. Ma Wilek Nereus era un uomo che non faceva mai niente per niente.

Sopra di lei la melodia rallentò e gli ottoni attaccarono. Forse con i rinforzi della ribellione Bakura aveva qualche possibilità in più di respingere l’invasione. Oziosamente, in questo momento di rilassatezza, ripensò a come era stata attratta da Skywalker, il Jedi, prima di sapere che cos’era. Se avesse avuto dieci anni di meno, rifletté mentre si rotolava nel campo a repulsione, avrebbe probabilmente desiderato che lui fosse qualcos’altro e magari che potesse fermarsi un po’ di più sul pianeta... o che lei potesse tornare indietro nel tempo e dimenticare ciò che sapeva.

Ma la ruota cosmica si muoveva solo in avanti, creando scompensi che poi equilibrava, per tornare poi a ricrearli.

Il campanello suonò. Gaeriel si mise a sedere mentre la porta si apriva lentamente. Zia Tiree entrò, molto elegante nel suo abito blu con collare d’oro. «Ti senti meglio, Gaeriel? Ti è passato il mal di testa?»

Si sentì obbligata a dire la verità.

«Sì, Grazie.»

«Bene. Stasera a cena abbiamo degli ospiti. È una cosa importante. Per favore, vestiti bene.»

«Chi viene?» Gaeriel abbassò la musica. Non era da zia Tiree venire di persona. In genere usava l’intercom o mandava un domestico.

Tiree era immobile come un manichino. Come zio Yeorg, anche lei aveva servito per trent’anni Bakura. Il suo portamento impeccabile era diventato una specie di marchio di fabbrica. «La delegazione dell’Alleanza Ribelle e il governatore Nereus devono avere l’occasione di incontrarsi in terreno neutrale per potersi parlare. È nostro dovere fornirgli l’occasione di farlo.»

«Oh.» Accidenti. I Ribelli e Nereus? Per la seconda volta nel giro di due minuti, Gaeri desiderò ardentemente essere più giovane. Non sarebbe stata obbligata a partecipare, se fosse stata una bambina.

«Contiamo su di te perché tu gli impedisca di litigare, mia cara.»

E quindi era per questo che le aveva portato la notizia di persona: per essere sicura che Gaeri capisse l’importanza della situazione. Bakura aveva bisogno dei Ribelli per respingere l’invasione ssi-ruuvi, ma contrariare il governatore Nereus avrebbe potuto causare una nuova ondata di sanguinose rappresaglie. «Capisco.» Appoggiò i piedi nudi a terra. Da quanto tempo non camminava più a piedi nudi nel parco statutario? «Ci sarò. Vestita di tutto punto.»

Con sua sorpresa, la zia Tiree si sedette accanto a lei sul letto. «Siamo anche preoccupati dell’attenzione che Nereus sembra dedicarti», confidò a bassa voce. «Ancora non ha fatto dei passi espliciti, almeno da quanto ci hai detto, ma è venuto il momento di fargli capire che si deve fermare.»

«Sono d’accordo», esclamò Gaeri, sollevata di sentire la zia Tiree che parlava in questo modo.

«Ti ho messo a sedere vicino alla principessa Leia Organa, a meno che qualcosa non intervenga a modificare i miei piani.»

In altre parole, a meno che lo zio Yeorg non avesse delle idee sue su come disporre i posti a tavola. «Forse dovresti invitare il senatore Belden.» Un’altra faccia amica, un’altra voce cordiale, avrebbero reso tutto molto più sopportabile.

«Buona idea, mia cara. Vedrò se è libero. Tu intanto comincia a vestirti.» Tiree le diede un buffetto sulla spalla e uscì in fretta.

Gaeri sbadigliò e tornò a sdraiarsi sul letto, ma solo per un momento. Bakura aveva bisogno di lei. Era figlia del suo mondo, legata dai suoi doveri all’Impero, a Bakura e alla famiglia Captison.

Ma non in quell’ordine e non avrebbe voluto vivere in nessun altro modo. Era tempo di tornare al lavoro.

«Sono già qui, Luke.»

«Sto arrivando!» Luke tuffò la testa sotto il getto d’acqua e si sfregò la faccia alacremente. Mentre aiutava a calibrare le staffe dei motori di un caccia, uno spruzzo di lubrificante lo aveva preso in pieno. Ma non sarebbe mai finita questa giornata?

Si intimò di smetterla di lagnarsi; sembrava 3BO. Ma aveva davvero sperato di potersi immergere a lungo dentro una di quelle vecchie e care vasche da bagno planetarie. Dopo aver abitato per tanto tempo nei deserti di Tatooine, non avrebbe mai più dato per scontata la pioggia, o la possibilità di avere abbastanza acqua calda da poterci fare il bagno. Sfortunatamente, Leia gli era venuta incontro sulla soglia con la notizia del loro appuntamento per cena.

«Cercherò di guadagnare tempo», assicurò Leia attraverso il comlink.

Luke si precipitò a vestirsi con il suo abito bianco, poi raggiunse Han e Leia nella stanza centrale: Leia splendida con un lungo vestito rosso con una spalla scoperta e Han elegantissimo in un’uniforme nera di seta in stile militaresco, con profili argentati. Luke si chiese da dove, e nel corso di quale avventura dei suoi tempi pre-Alleanza, fosse spuntato fuori quel vestito.

Poi Leia tirò fuori la mano destra, che aveva tenuta nascosta dietro la schiena. Dal polso le pendeva un grosso braccialetto, composto da tanti tentacoli intrecciati, di metallo lucido, che catturava la luce e la rifletteva tutt’intorno.

Ruotò la mano. «Me l’ha dato il capo del villaggio ewok. Ho cercato di rifiutare, perché per loro il metallo è prezioso, ne hanno così poco: ed evidentemente questo è uno dei tesori della tribù. In più sembra che venga dallo spazio. Ma hanno insistito.»

Chewie, spazzolato alla perfezione, emerse dalla stanza accanto a quella di Luke. Una delle guardie in attesa accanto alla porta, una ragazza evidentemente appena uscita dall’accademia, fece istintivamente un passo indietro. «Oh», disse. «Il vostro... anche il vostro amico è il benvenuto, naturalmente.»

Luke guardò in direzione di Leia e Han. Da quello che aveva capito, c’era stata un’altra divergenza fra loro quando si era trattato di stabilire se Chewbacca fosse stato compreso o no nell’invito. Evidentemente Han aveva vinto la battaglia ma stava perdendo la guerra, perché Leia, i cui lunghi capelli aderivano al cranio sul davanti ma fluivano lungo la schiena come una creatura selvaggia finalmente libera, evitava accuratamente il suo sguardo. Anche la fondina che Han di solito portava bassa sulla gamba mancava. Nascosta, indovinò Luke. Il massimo dell’eleganza, per Han.

«Andiamo.» Leia fece un cenno con la testa. «Siamo in ritardo. Registra tutti i messaggi per noi, 3BO.»

I loro accompagnatori li condussero al piano terra invece che su, verso il tetto. Un veicolo bianco a repulsione, chiuso, li attendeva con il motore già acceso nel garage che dava sulla strada radiale est. Montarono. L’autista compensò i pesi e poi partì.

Luke guardò fuori del finestrino mentre il veicolo correva sopra il terreno con un ronfare tranquillo. Un paio di fanali bianco-azzurri erano sospesi a un incrocio. Anche la strada sembrava essere della stessa sfumatura bianca-azzurra, ma la pietra bianca di cui era fatta avrebbe riflesso qualunque altro colore. A un certo punto, fra due alte torri, un flusso regolare di velivoli gli passò sopra incrociando il loro boulevard ad angolo retto. Appena passato l’incrocio con il corridoio aereo, la loro macchina girò a sinistra in un viale curvo.

Luke tirò il collo. Le luci qui erano di un giallo caldo, non bianco-azzurre. Proprio mentre notava il loro colore la macchina infilò un vialetto che terminava di fronte a un portico rischiarato da colonne luminescenti. Luke rimase a bocca aperta. Il grande edificio di pietra dietro quel portico era notevolmente più basso dei grattacieli di Salis D’aar: una casa privata nel bel mezzo del centro città, in un mondo dove la norma sembravano essere i condomini. Avrebbe tanto desiderato poter sgattaiolare via durante la cena per vedere come faceva una sola famiglia a occupare tutte quelle stanze.

Un uomo e una donna in tuta militare verde scuro aprirono le portiere: decisamente non Imperiali; probabilmente quello che restava delle forze armate della Bakura pre-Impero.

Luke uscì fuori per primo e si guardò intorno. Tutto sembrava a posto. Annuì a Han da sopra il tettuccio della macchina. A quel punto Leia e Chewbacca erano già fuori.

«Oh, eccovi», esclamò una voce femminile proveniente dal portico. «Benvenuti.»

Avvertì l’improvviso panico di Leia. Tendendo una mano verso la spada laser, cercò di capire quale minaccia si nascondesse nel portico.

Il primo ministro Captison, vestito di una tunica militare verde scuro con sciarpa intorno alla vita e treccia dorata dappertutto, si inchinò a Leia. «Mia moglie, Tiree», presentò. Una figura luccicante con una lunga cappa nera si avvicinò a loro. La signora Captison portava un vestito con cappuccio lungo fino a terra, color ebano e tempestato di perline lucenti; a parte la cappa nera, non somigliava affatto a Darth Vader. «Tiree, posso presentarti...»

Leia si inchinò alla donna, cercando di controllare con tutte le forze il proprio panico. Luke si accigliò. Questa ossessione di Vader la stava veramente trasformando.

Dalle presentazioni che Captison andava facendo era ovvio che la presenza di Chewie era stata una sorpresa per lui. Riprendendosi dal suo spavento, Leia gettò un’occhiataccia a Han, ma la signora Tiree Captison sembrò felice della novità. Infilò un braccio sotto l’alto gomito peloso di Chewie e annunciò: «È quasi pronto. Entriamo».

Leia ignorò Han e prese il braccio del primo ministro Captison. Luke lo notò e sentì che Han si era offeso. «Tranquillo», gli bisbigliò mentre entravano dietro a Leia. «Mostra a questa gente il tuo fascino.»

Han sollevò il mento. «Fascino», borbottò. «Cercherò.»

L’atrio era fiancheggiato sui due lati da alte colonne trasparenti luminose, come quelle del portico del senato, ma più sottili. Dietro le colonne, piante rampicanti in fiore coprivano mura di pietra bianca irregolarmente squadrata.

Leia fece una pausa per toccare una colonna, poi sorrise al primo ministro. «È da quando ho lasciato Alderaan che non vedo una casa così bella.»

«Questa l’ha costruita il capitano Arden, il fondatore della città. Aspetti di vedere il tavolo da pranzo, è un’aggiunta di mio nonno.» Sollevò un sopracciglio bianco.

Luke trattenne Han. «È solo politica.»

«Lo so. Non mi piace. Preferisco una sana sparatoria.»

Raggiunsero Leia all’entrata di una sala da pranzo circondata da alberi in vaso, con rami sottili e penduli. Altre pareti coperte di rampicanti circondavano gli alberi e al centro era una tavola più o meno triangolare, con gli angoli smussati per guadagnare altri posti a sedere.

Luke abbassò lo sguardo. Acque verde e azzurro si muovevano sotto un pavimento trasparente. Luci subacquee gettavano nella stanza le piccole ombre di pesci mobili e l’occasionale sgusciare dì una lunga creatura serpentina.

E infine, nel bel mezzo della tavola c’era una catena montuosa in miniatura, scolpita in un minerale translucido e illuminata da dentro, come le colonne. Minuscoli fiumi azzurri scendevano dai suoi fianchi.

Un’abitudine ormai inveterata lo costrinse a scandagliare la stanza alla ricerca di menti ostili. A metà del tavolo avvertì...

Lei... a meno che non ci fossero su questo pianeta due donne capaci di elettrizzarlo così senza nemmeno dover incontrare il suo sguardo. Era già seduta, con le spalle alla porta.

«Delizioso», mormorò Leia.

La moglie di Captison si girò a guardarla. «Grazie, mia cara.» Entrò maestosamente nella sala, si tolse la mantella con una mezza giravolta e la tese a un domestico, apparentemente camminando sull’acqua. Gli alberi lungo le pareti coperte di rampicanti alzarono i rami come braccia levate al cielo. Luke si chiese se era stato il movimento della donna a far scattare quella reazione, e se davvero erano alberi di natura flessibile e quasi animale, o se erano semplicemente artificiali.

Luke avanzò, attirato quasi controvoglia. Domestici umani (su quel pianeta doveva ancora vedere un droide) si allontanarono in fretta dalla tavola dopo avere, probabilmente, risistemato la tavola per far posto a Chewbacca. Captison accompagnò Leia alla sedia accanto alla sua lungo uno dei lati. La signora Captison occupò l’ultima sedia libera lungo lo stesso lato. Un uomo anziano che indossava un amplificatore vocale sul petto (Luke riconobbe il senatore Belden) era già seduto nell’angolo. «Accomodati dietro il senatore, caro», disse la signora Captison a Chewbacca.

Luke sorrise nonostante tutto. Mai avrebbe pensato di sentire qualcuno che si rivolgeva a un Wookiee con l’appellativo «caro». Chewbacca chinò la testa e guaiolò. Gli avevano lasciato a disposizione quasi tutto quel lato del tavolo. Niente sedie a repulsione qui. L’ambiente era formale e antiquato.

«Avete fatto un buon lavoro», disse l’uomo anziano in direzione di Luke. «Ecco, adesso ho l’occasione di ringraziarvi. Eravamo già pronti a cercare rifugio sulle montagne quando siete arrivati voi.»

Han si sedette accanto a Leia all’altro posto d’angolo. Questo lasciava a Luke una sola possibilità e cioè sedersi alla sinistra di quel bagliore nella Forza. Si sedette, raccolse tutta la sua compostezza e girò la testa verso destra.

Gaeriel Captison si era ritratta da lui quanto possibile. Sul suo vestito verde scuro portava uno scialle dorato che le copriva le spalle snelle.

«Nostra nipote Gaeriel, comandante», presentò il primo ministro. «Non credo che le sia stata presentata in senato. Sa, le cose erano state fatte così di fretta.»

«Non importa, zio Yeorg», rispose la ragazza. Prima che Luke riuscisse anche solo a dirle «buonasera», si era già voltata verso Chewbacca. «Se preferisce sedere accanto ai suoi amici, sarei lieta di fare cambio con lei.»

Luke suggerì subliminalmente a Chewie che gli sarebbe piaciuto molto se fosse rimasto lì dov’era. Chewie emise un ululato soffocato.

«Dice che gli va bene così», tradusse Han. «Faccia attenzione, signora Captison. Quando un Wookiee fa amicizia, è per la vita.»

«Sarei onorata della sua amicizia.» La donna si sistemò una collana di pietre blu a tre fili sul corpetto di pallido oro.

Luke si costrinse a non guardare in direzione di Gaeriel fino a che la questione dei posti non fosse stata risolta. Mentre tutt’attorno al tavolo le conversazioni fra gli ospiti cominciavano, si voltò verso di lei.

Preso di sorpresa, guardò meglio. La senatrice Gaeriel Captison aveva un occhio verde e uno grigio. Entrambi si strinsero. «Come sta, comandante Skywalker?»

«È stata una giornata lunga», rispose piano, cercando di chiudere i suoi sensi alla Forza per impedire che il sapore seducente della sua presenza monopolizzasse la sua attenzione. L’ingresso di un altro gruppo di persone gli impedì di proseguire. Fiancheggiato da due soldati in uniforme nera di gala, il governatore Nereus si diresse verso il terzo angolo della tavola e si sedette. I suoi soldati fecero un passo indietro contemporaneamente, poi si misero in posizione di riposo dietro di lui.

Tutto sembrava così terribilmente formale... e c’era un odore delizioso nell’aria. Lo stomaco di Luke brontolò, facendolo sentire più che mai un ragazzo di campagna. Meraviglioso, pensò. Quello che ci vuole, adesso, è proprio che mi renda ridicolo di fronte a questa gente e metta Leia in imbarazzo. Forse avrebbe dovuto lasciare che sua sorella gli insegnasse a come comportarsi in queste occasioni. C’era una tregua in ballo, quella sera.

«Buonasera, Captison. Vostra altezza. Generale. Comandante.» Lo sguardo di Nereus scivolò, oleoso, lungo la tavola. «Buonasera, Gaeriel.»

L’arrivo del consommé rese superflua una risposta. Quando Luke fu di nuovo libero di rispondere, il senatore Belden aveva coinvolto in una discussione la signora Captison, Leia e il primo ministro (bene: Leia avrebbe avuto l’occasione di coltivarsi sia Belden sia i due Captison). Il governatore Nereus si era sporto all’indietro per lasciare che una delle sue guardie del corpo/aiutanti gli sussurrasse qualcosa in un orecchio. Gli occhi di Han seguivano Leia.

Solo la senatrice Gaeriel Captison sembrava disponibile. Luke trasse un respiro: chi non risica non rosica. «Lei sembra avere dei forti preconcetti sui Jedi», osò.

Gli occhi misteriosi ammiccarono leggermente. Sulla sua fronte comparvero alcune leggere rughe.

«Vede», continuò Luke in fretta, «questa mattina, in senato, facevo il possibile per cercare di capire chi avrebbe potuto provare simpatia per l’Alleanza, non lo nego.»

«Io sono un funzionario dell’Impero, comandante.» Si toccò le labbra con un tovagliolo di stoffa e guardò in direzione di Belden. «È possibile che altri fra noi siano dei simpatizzanti della causa ribelle. Se è così, sono sulla strada sbagliata.»

Decisamente, avrebbe dovuto parlare con il senatore Belden. «Vogliamo aiutarvi a proteggervi dagli Ssi-ruuk», disse piano. «Questa mattina ho passato due ore al presidio, a parlare di strategia con il comandante Thanas. Se lui ha accettato la nostra presenza, almeno temporaneamente, non può farlo anche lei? Per il bene del suo popolo?»

«Siamo grati all’Alleanza per l’aiuto che ci fornisce.»

Deciso a continuare con la sua tattica diretta, posò il cucchiaio. «Forse lei pensa che le possa leggere nella mente, senatrice Captison. Non è così. Posso solo avvertire le sue emozioni e solo quando mi sforzo di farlo. Per la maggior parte del tempo vivo con le stesse limitazioni di tutti voialtri.»

«Non si tratta di questo», protestò lei, ma Luke sentì che si rilassava considerevolmente. Stava giocherellando con un pendaglio smaltato sospeso sul suo petto da una catenina d’oro. «Ho... dei problemi di natura religiosa ad accettare quelli come lei.»

Fu come un calcio nello stomaco. Ben e Yoda gli avevano insegnato che la Forza abbracciava tutte le religioni. «E l’Alleanza?» chiese.

«Lei ha ragione. In questo momento abbiamo bisogno di tutto l’aiuto disponibile.» Strinse la piccola mano a pugno sul piano del tavolo. «Mi scusi se le sembro ingrata. Gli Ssi-ruuk ci hanno terrorizzato, ma a lungo andare accettare il vostro aiuto potrebbe avere delle ripercussioni molto spiacevoli sul nostro futuro.»

«Come è successo ad Alderaan», concluse Luke piano. «Vi capisco. L’Impero governa attraverso il terrore.»

Gaeriel abbassò lo sguardo sul suo piatto. Tendendosi per un attimo, Luke avvertì un turbamento che doveva senz’altro essere il suo tentativo di dare una risposta.

«Mi dispiace», disse, precedendola. «Deve scusare le mie maniere. Non sono stato educato alla diplomazia.»

«Che sollievo sentirlo.» Per un attimo gli rivolse un sorriso sottile, incantevole. Gettò il suo autocontrollo alle ortiche, e si protese al massimo per avvertire appieno la sua presenza. Strati dopo strati: le profondità viventi della foresta tropicale di Endor, il calore avvolgente della notte su Tatooine e le lucenti ipnotiche profondità dello spazio, tutto questo gli venne in mente...

Conversazione! si ricordò. I domestici portarono il piatto principale, un vassoio di piccoli molluschi verdi e di vegetali a lui sconosciuti, dalla consistenza burrosa, serviti con ciotole di grano marroncino chiaro. Luke fece dei commenti sulla vegetazione, i due fiumi che circondavano la città, i pesci che nuotavano sotto di loro e cercò anche di farle dei complimenti per come era vestita. Lei rimase educata (ma di stante finché lui non chiese, mentre i domestici portavano via piatti e ciotole: «Mi piace molto il senatore Belden. È un amico di famiglia?»

«Sì. Da anni, nonostante tutte le sue eccentricità.» Evidentemente si trattava di un amico molto caro. Quella sua smorfia rigida si era improvvisamente dissolta. Gaeriel prese una caraffa che era stata deposta vicino al centro tavola e fece cadere alcune gocce di liquore nel calice davanti a lui. «Provi questo.»

Ecco, finalmente una reazione! Curioso, agitò il calice. Il liquido aderiva alle pareti come sciroppo.

«Avanti.» Gaeriel sollevò un sopracciglio. «Non le farà male. È il nostro miglior prodotto locale. Se rifiuta insulterà tutto Bakura.» Versò un’uguale porzione a se stessa e bevve.

Luke assaggiò il liquore. Il liquido si trasformò in fuoco nella sua bocca e nella sua gola. Poi avvertì il sapore, come fiori della giungla mescolati alla frutta più dolce che avesse mai provato.

Gli occhi della sua vicina scintillavano. Era ovvio che non le era sfuggita nessuna sfumatura della sua reazione. «Che cos’è?» sussurrò lui. Si rinfrescò la bocca con un sorso d’acqua.

«Nettare di namana. Lo esportiamo in grandi quantità.»

«Non mi meraviglia.»

«Ancora?» Tese la mano verso la caraffa.

«Grazie.» Luke sorrise. «Ma no. È un po’ forte per i miei gusti.»

Gaeriel rise e gli riempì comunque il bicchiere. «Probabilmente fra un po’ ci sarà un brindisi.»

Sempre che il governatore Nereus non riuscisse a provocare una rissa. «Spero di sì.»

Gaeriel gli passò un piatto trasparente che conteneva canditi giallo-arancio. «Forse preferirà il frutto di namana sotto questa forma.»

Appoggiò sulla lingua uno dei canditi. Una volta eliminato il fuoco dell’alcol, il sapore esotico fluiva più facilmente in bocca. Fiori tropicali... un certo sapore speziato... Chiuse gli occhi e studiò la sensazione che il dolce gli procurava.

Riaprì gli occhi di scatto.

«Se n’è accorto subito», notò Gaeriel sorridendo. «Se preparato nel modo giusto il frutto di namana induce un certo senso di euforia. La maggior parte della gente non se ne accorge immediatamente. Si sentono solo molto bene, senza sapere perché.»

«Dà assuefazione?»

La donna si risistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Tutti i migliori dolci della galassia danno assuefazione. Stia attento.»

Decise di lasciar stare i canditi, sperando che le sue guance non fossero davvero rosse come se le sentiva. Eppure Gaeriel sembrava essersi molto aperta. «Non dovrei... chiederle informazioni sulle voci che corrono», confidò a bassa voce, piegando la testa vicino a lui, «ma non abbiamo avuto nessuna risposta da sua altezza imperiale da quando abbiamo mandato il messaggio di aiuto e quello che lei ha detto questa mattina è stato ripreso da tutti i media. È certo che sia morto?»

Un’improvvisa ondata di ostilità proveniva dalla destra di Gaeriel. Luke guardò dietro la sua testa china e vide che il governatore Nereus lo stava fissando. Geloso? si chiese. Che Nereus avesse dei progetti su Gaeriel?

Parlò a bassa voce. «L’imperatore era potente nella Forza. E così, fra l’altro, ho sentito la sua morte.» Era vero. Non era tutta la verità, ma era incontestabilmente vero.

Con sua sorpresa, la ragazza impallidì visibilmente. «Non sapevo... che sua maestà...»

Il governatore Nereus si voltò verso Chewbacca. Luke si rilassò. «Allora non sono solo i Jedi?» mormorò a Gaeriel. «La sua religione condanna chiunque abbia un forte controllo della Forza?» Che cosa avrebbe pensato se avesse saputo in che modo l’imperatore aveva tentato di ucciderlo? Più tardi, si promise fermamente. Quando saremo da soli. Si immaginò con piacere nell’atto di scagionare i Jedi e assieme puntare un dito accusatore contro il suo onorato imperatore.

«No, aspetti un momento.» La voce di Han si levò sopra il brusio educato della conversazione da tavola.

Il governatore Nereus si appoggiò al tavolo con entrambi gli avambracci e disse: «Non sono abituato a sedermi allo stesso tavolo con un alieno, generale. Vostra altezza... senatrice Organa, trovo che sia stato di estremo cattivo gusto da parte vostra portare a questa tavola un Wookiee e farlo proprio mentre Bakura sta lottando per difendere la sua stessa esistenza contro una flotta di alieni.»

Luke si tese.

Leia arrossì. «Se...» esordì.

«Ma pensa forse che siano solo gli umani...» cominciò Han, ma una serie di ululati e ruggiti provenienti da Chewbacca ridussero entrambi al silenzio. Luke si rilassò, vedendo che Chewie riusciva a tenere la sua rabbia sotto controllo. Il Wookiee avrebbe potuto far volare il tavolo attraverso tutta la stanza e questo solo per cominciare. «Scusatemi», ringhiò Han con voce che non sembrava affatto contrita. «Il mio copilota non vuole che lo difenda. Ma dice qualcosa che credo tutti dovreste sentire. Sono gli umani che gli Ssi-ruuk vogliono, sapete. Se ci invadono, Chewie corre meno rischi di tutti noi.» Han agitò il cucchiaio in aria in un gesto che comprendeva tutti i commensali. Chewie abbaiò e Han sorrise. «Già. Il peggio che possono fargli è ucciderlo, perché nelle batterie dei loro droidi non gli servirebbe a niente.»

Chewie ululò e abbaiò ancora. «Dice», tradusse Han, «che se avete bisogno di portare un messaggio agli Ssi-ruuk, lui si offre volontario.»

«Oh, come no», dileggiò Nereus. «Ma che idea eccellente, generale Solo. Peccato che la lingua ssi-ruuvi non sia mai stata tradotta e che l’Impero non tratti con... degli alieni.»

Se non per farli schiavi, aggiunse Luke fra sé.

«Mai tradotta?» Han si chinò sopra quello che restava della sua posateria d’argento. «Mai è una parola grossa, governatore.»

Gaeriel parlò. «Non per quanto ne sappiamo», spiegò, «e anche se è stata tradotta in qualche altro angolo della galassia, non ci è di grande aiuto qui.»

«E comunque dubito che un Wookiee saprebbe replicare la loro lingua», concluse Nereus in tono di trionfo, «visto che non sono mai nemmeno riusciti a parlare la lingua umana. E gli Ssi-ruuk parlano soprattutto a gorgheggi e fischi, proprio come un branco di uccellacci. È per questo che li chiamiamo i Flautati.»

«Governatore», interloquì Leia dal suo lato del tavolo.

«Forse posso offrire i servigi del mio droide protocollare, D-3BO. Parla più di sei milioni di linguaggi.»

Nereus fece una risata che sembrava quasi un latrato. «E così, dovremmo mandare come rappresentante dell’Impero un droide o un alieno? Penso proprio che non lo faremo.»

Leia non rispose. Chewie incrociò le lunghe braccia e si appoggiò allo schienale, esprimendo chiaramente con il linguaggio del corpo il messaggio: «Io a questo punto non vado da nessuna parte». Han rivolse un sorriso al centro tavola.

«Un’altra cosa», finì Nereus. «Chiunque cerchi di indurre i Bakurani alla sedizione, in pubblico o in privato, verrà arrestato ed espulso. Sono stato chiaro?»

«Estremamente, governatore», disse Leia in tono glaciale, «ma ho una domanda per lei. A dare retta alle registrazioni che ci avete mostrato davanti al senato, gli Ssi-ruuk sono qui perché il vostro defunto imperatore li ha invitati a venire. Come lo spiega?»

Nereus sollevò la testa. «Non mi azzarderei mai a speculare sulle intenzioni dell’imperatore, vostra altezza.»

«Forse pensava di poterli sconfiggere e conquistare il loro Impero», suggerì Belden ad alta voce.

Han ondeggiò sulla sua sedia ornata. «Forse aveva un surplus di prigionieri da smaltire.»

Luke afferrò un’intuizione improvvisa. «Sì, in parte», rifletté ad alta voce. Diverse facce si voltarono verso di lui, alcune curiose, altre accusatorie. «Che cosa fa un contadino con ciò che produce?»

Gaeriel scrollò le spalle.

«Lo cede a un’industria di raffinazione in cambio di una parte del prodotto finito.» Grazie, zio Owen. «Palpatine voleva dei droidi da battaglia come quelli degli Ssi-ruuk. Sono più manovrabili dei vostri caccia TIE... e con scudi molto più potenti, per navi di quelle dimensioni.»

«È vero», ammise Nereus, «da quello che ho sentito.»

«Be’,  noi li abbiamo visti.» Leia inclinò il mento. «E molto da vicino.»

Per diversi secondi nessuno parlò. Poi, gradualmente, diverse conversazioni individuali ripresero a bassa voce. Han si chinò verso Leia. Luke riuscì appena a sentire un: «... ma qui non si arriva a niente, altezza. Perché non torniamo a casa a dormire un po’?»

Della risposta di Leia, sentì solo alcune parole, sibilate sottovoce. «Devo... ministro Captison.»

Un leggero soffio di aria tiepida nel suo orecchio destro lo fece sobbalzare. «Quell’uomo è il consorte della principessa?» sussurrò Gaeriel.

Da come litigano, si direbbe proprio. «Penso di sì.» Luke lanciò un’occhiata a Han. «È un tipo un po’ brusco, ma è il miglior amico che si possa trovare. Lei ha mai conosciuto persone di quel genere?»

«Be’.» Si aggiustò lo scialle, che era scivolato lasciando scoperta una spalla candida. «Sì.»

Erano giunti a metà dessert (un dolce freddo al cucchiaio composto da sei diversi strati, ciascuno insaporito da una noce diversa) quando un soldato imperiale entrò a passo di marcia. Toccò la spalla del governatore Nereus che si alzò e lo condusse un po’ in disparte, sotto un arco rivestito di rampicanti. «Che cosa pensa che gli stia dicendo?» mormorò Luke a Gaeriel.

Lei seguì la direzione del suo sguardo. «Lo sapremo presto.»

Il governatore tornò cinque minuti più tardi irradiando agitazione e paura come un faro. Luke era certo che perfino Gaeriel se n’era accorta.

«È successo qualcosa di grave, vostra eccellenza?» Luke parlò a voce alta, una voce che risuonò da un capo all’altro della galassia. Tutte le conversazioni cessarono.

Nereus respirò a fondo. Poi lanciò a Luke un’occhiata furiosa. «Era un comunicato personale da parte dell’ammiraglio Prittick della flotta imperiale. Tanto vale che lo sappiate tutti.» La sua voce stridente divenne tagliente come una lama. «Il messaggio conferma quello che questi Ribelli andavano sostenendo. La seconda Morte Nera è stata distrutta e l’imperatore Palpatine è disperso, ma ritenuto morto... e così lord Vader. La flotta si sta riorganizzando vicino ad Annaj.»

Leia annuì. «Adesso ci credete?» domandò. «Il comandante Skywalker l’ha visto morire con i suoi stessi occhi.»

Gaeriel si ritirò bruscamente, in preda all’orrore. «Non sono stato io a ucciderlo», si affrettò a precisare Luke, appoggiando entrambe le mani sul piano del tavolo. «È stato lord Vader a ucciderlo... e ha pagato con la vita. Io ero lì come prigioniero.»

«Com’è riuscito a fuggire?» Il senatore Belden si chinò verso di lui, sorridendo come un veterano di guerra che non vede l’ora di cominciare a scambiare ricordi.

«Dopo la morte di Palpatine, la Morte Nera era precipitata nel caos. Era sotto attacco, fra l’altro. Io riuscii ad arrivare a un hangar navette.» Scoccò un’occhiata a Gaeriel. Dentro di lei ronzavano la repulsione e l’ammirazione e il tentativo disperato di venire a capo di una delle due.

Il primo ministro Captison si alzò tanto in fretta da far cadere la sua sedia. «Dunque non ci possiamo aspettare nessun aiuto da parte dell’Impero?»

Il governatore Nereus fissò Luke attraverso la tavola. Per una volta, Luke non avvertì in lui nessuna doppiezza. Nonostante la sua apparente compostezza, Nereus era un uomo terrorizzato a morte.

«Penso», disse Luke, «che la flotta imperiale sia troppo occupata a rattoppare le sue navi per poter mandare delle truppe qui nei Territori Esterni.»

«Ed è proprio per questa ragione che siamo venuti noi», finì Leia.

«Sì, li abbiamo fatti a pezzi», gioì Han. Tutto il tavolo sembrò infiammarsi di ostilità. Perfino Leia gli scoccò un’occhiataccia. Un domestico raddrizzò la sedia di Captison, che si risedette.

Ma il governatore Nereus scosse la testa. «Principessa Leia», disse mentre si alzava, «se le vostre truppe sono disposte a collaborare con le mie, in cambio di una tregua... abbiamo bisogno di aiuto.»

Leia raddrizzò le spalle. «Una tregua ufficiale, vostra eccellenza?»

«Ufficiale quanto è in mio potere decretare.»

A Luke sembrava una risposta evasiva, ma evidentemente per Leia era sufficiente. Si alzò in piedi e tese la mano. Il suo grosso braccialetto luccicava al suo polso; sembrava che aggiungesse alla sua mano il peso di molti sistemi stellari. Era una bella distanza da coprire per una stretta di mano, sia metaforicamente sia concretamente. Per la prima volta nella storia, i Ribelli e gli Imperiali combattevano assieme contro un nemico comune.

La mano carnosa e guantata di Nereus inghiottì quella di Leia. Poi alzò il bicchiere. «Alle strane alleanze.»

Leia sollevò il suo bicchiere. Belden e Captison la imitarono. Luke trattenne il fiato e afferrò il proprio calice. «Respingere gli Ssi-ruuk non sarà facile», notò. E nemmeno bere un’altra dose di quel liquore. «Le nostre due forze dovranno cooperare completamente.»

«Giusto», confermò Han. «Altrimenti finiremo tutti a motivare un droide ssi-ruuvi. Assieme.»

Gaeriel rabbrividì e toccò con l’orlo del suo bicchiere quello di Luke. Il millilitro di nettare che Luke ingoiò si fece sentire fino in fondo al suo stomaco.

Tutt’attorno al tavolo, i commensali avevano cominciato a salutarsi. Luke, riluttante ad andarsene, respirò a fondo il sapore di Gaeriel. Preoccupata? «Che cosa c’è?» chiese all’improvviso-. Di certo non poteva desiderare che lui si fermasse ancora. Sarebbe stato sperare troppo.

Fissando il centro tavola, Gaeriel mormorò: «Ora che il governatore Nereus non ha più la Morte Nera alle spalle, dovrà ricorrere a qualche altro tipo di minaccia per tenerci in riga».

Una minaccia più concreta. Luke si sfregò il mento. «Se non fosse per gli Ssi-ruuk, ricomincerebbe i rastrellamenti?»

Le guance di Gaeriel sbiancarono. «Come fa a sapere...» Non finì la frase.

Non ce n’era bisogno. «Procedura standard imperiale. L’abbiamo visto fare su tanti mondi.»

Per un momento Gaeriel sembrò ritirarsi in se stessa. Dall’altra parte del tavolo Leia e Han si alzarono e si allontanarono in due direzioni opposte. Nessuno dei due aveva un’aria contenta.

Un’altra piccola spinta. «È sicura di credere nell’Impero?» mormorò Luke.

La ragazza si accigliò. Ammiccò con i suoi occhi spaiati.

Inghiottì un ultimo sorso di liquore di namana e si alzò assieme a lui. «È un equilibrio. Ogni cosa contiene in sé la luce e le tenebre. Anche i Jedi, suppongo.»

«Sì», mormorò Luke. Se solo quella serata avesse potuto durare una settimana. Chiedile se puoi rivederla! Era un suggerimento di Ben o un impulso tutto suo? «Perché non concludiamo questa conversazione domani?»

«Dubito che ce ne sarà il tempo.» Con un’espressione gentile ma sollevata, gli porse la mano.

Non aveva visto quell’ufficiale imperiale baciare la mano di Leia? Era quella la cosa da fare in questo caso?

Decidendo di rischiare, sollevò alle labbra la mano di Gaeriel. Lei non la ritirò. Aveva lo stesso sapore del candito di namana. In fretta, prima che il suo coraggio svanisse, sfiorò le sue nocche con le labbra. Si sentiva uno stupido. Non si sarebbe mai più azzardato a fare una cosa del genere.

Gaeriel gli strinse brevemente la mano, poi si liberò e si diresse verso il senatore anziano Belden. Luke rimase fermo, sfregandosi la mano e cercando di immaginare Gaeriel come parte del suo futuro.

Per la Forza, l’indomani avrebbe trovato il tempo di finire quella conversazione a costo di costruirselo.

10

Dev si mise in piedi barcollando. Si era risvegliato sul pavimento di una cabina rotonda, troppo calda e piena di luci e rumori meccanici. Sopra i banchi di strumentazione le paratie si incurvavano verso l’interno fino a incontrarsi con il soffitto.

Doveva essere sul ponte. Era molto raro che gli venisse permesso di entrare qui. La sicurezza del ponte era una delle priorità massime. Il capitano della Shriwirr e l’ammiraglio Ivpikkis erano acquattati vicino a Scaglia Blu. Tutti e tre lo stavano guardando, sbattendo lentamente le palpebre.

A quanto sembra, l’esistenza di qualcun altro in grado di usare la Forza era una questione di grande importanza.

Lo aveva saputo ma dimenticato. Che razza di giochi stavano giocando alla sua mente? Era in sé, ora, o ingannato dalle loro manipolazioni? Che il contatto con lo straniero, per quanto breve, avesse sconvolto a tal punto le sue facoltà mentali?

«Ripeti quello che hai detto all’anziano Sh’tk’ith», ordinò il padrone Firwirrung dalla sua sinistra. «Hai detto che era qualcuno simile a tua madre, ma un maschio?»

Dev studiò le piastre metalliche che rivestivano il pavimento: era appena in grado di ricordare com’era stato il tocco leggero di sua madre sulla sua mente. Era da quando aveva trovato Firwirrung che non sentiva più tanta nostalgia di casa. Aveva pensato di essere a casa. «Simile», mormorò, «ma diverso.»

«Diverso come?» chiese Firwirrung.

«Questo aveva la... la forma, il senso di disciplina che aveva la mamma, ma la mamma non era... così forte.»

L’occhio sinistro dell’ammiraglio Ivpikkis andò da Dev al capitano. Era un occhio così bello e sembrava roteare. Da un angolo della mente di Dev una sorgente di entusiasmo cominciò a sgorgare. Questa era la sua vera personalità. Li amava. «Be’, se questo è stato addestrato», esclamò Dev, «potrebbe riuscire a mettersi in contatto con altri umani. Anche da lontano!»

La grossa testa di Firwirrung con la sua «V» nera si voltò verso di lui. «Questa sì che è un’idea interessante/Lontano quanto, secondo te?»

Dev si sentiva di nuovo pieno di energia. «Non lo so», ammise, «ma eravamo lontani parecchi anni luce quando io ho avvertito la morte dell’imperatore.»

«È vero», fischiò Scaglia Blu. Toccò la spalla rivestita di squame di Firwirrung. «Se avessi un contatto diretto abbastanza forte, riusciresti a effettuare un intecnamento a distanza?»

«È possibile..» Firwirrung agitò la coda. «Dovremmo modificare l’apparato... sì. Dovremmo modificarlo in modo che possa mantenere questo umano forte in vita, in uno stato di magnetizzazione, per fargli richiamare energie da fuori.»

Anche la coda dell’ammiraglio Ivpikkis cominciò a muoversi in segno di eccitazione. «Un rifornimento diretto di umani. Potremmo appropriarci di tutto lo spazio conosciuto, non solo di questo Impero umano.»

Avvertendo il loro entusiasmo, Dev intrecciò le dita e le strinse forte.

«Faccio osservare», disse l’ammiraglio Ivpikkis, «che a questo punto è necessario un altro cambiamento di strategia. Prima cerchiamo di assicurarci il possesso di questo umano forte. Poi mettiamo alla prova la teoria. Se funziona anche in pratica, possiamo richiamare il grosso della flotta...»

Parlavano in fretta fra loro. Ora che Scaglia Blu lo ignorava, Dev appassì visibilmente. Riusciva a malapena a sentire quello che diceva. Era sempre stata la loro mascotte, il loro amato umano. Lo avrebbero messo da parte con un colpo di coda, adesso?

Si toccò la gola. Avrebbe finalmente avuto il suo droide da combattimento, ma a quale costo? La sua ansiosa attesa era marcita come quel cibo rappreso che aveva pulito dal ponte. L’intecnamento avrebbe dovuto essere la sua ricompensa, non...

Avrebbero finito per intecnarlo solo perché non avevano più bisogno di lui. Voleva il suo droide da combattimento, sì, ma era il loro amore quello che veramente desiderava.

Tutti e tre si voltarono contemporaneamente. Firwirrung accarezzò il braccio di Dev, provocando amorevolmente una irritazione rossastra. «Aiutaci. Tenditi nell’universo invisibile. Dacci un nome, una localizzazione. Aiutaci a trovarlo.»

«Padrone», sussurrò Dev, «sono sempre al primo posto per voi?»

Firwirrung lo accarezzò più forte, facendogli salire delle lacrime agli occhi. «Non abbiamo mai dubitato della tua devozione. Di certo non vorrai farcela mettere in dubbio adesso.»

«No, no.» Dev si sentì impallidire. Aveva fatto di Firwirrung la sua famiglia e della cabina di Firwirrung la sua casa. Aveva rinunciato per lui alla sua umanità. Se Firwirrung lo sostituiva con qualcun altro, che cosa sarebbe stato di lui?

Scaglia Blu si chinò in avanti. «Dev Sibwarra, abbiamo bisogno del tuo servizio ora più che mai.»

Ma Dev non riusciva a distogliere gli occhi da Firwirrung.

Il capo dell’intecnamento gli aveva sempre fatto capire di amarlo, ma l’aveva mai davvero cantata quella parola, amore? Scosso, Dev indietreggiò di un passo.

Un P’w’eck strinse i suoi bruni arti superiori intorno alle spalle di Dev e lo tenne fermo davanti a Scaglia Blu. L’anziano alzò una siringa.

Non potevano fargli questo. La siringa non gli avrebbe fatto molto male, ma lui ricordava ora che cosa sarebbe avvenuto dopo. Come potevano essere così crudeli dopo tutto quello che aveva fatto per loro? Non lo amavano allora? Non lo amava Firwirrung? Ma dalla memoria di Dev filtrò un ricordo. Erano stati crudeli altre volte, e altre volte prima di quella.

Questa era la sua vera personalità. Questo era Dev Sibwarra, umano, riportato alla luce dal tocco dello straniero... ma non poteva fare niente contro le droghe dei suoi padroni o il controllo che Scaglia Blu esercitava su di lui. Stava già scivolando via.

Per quanto lottasse contro la droga per proteggere il suo segreto, l’iniezione lo costrinse a rilassarsi, com’era già successo prima. Firwirrung si chinò su di lui. «Guarda fuori, Dev. Servici, ora. Dove si trova questo umano forte? Come si chiama? Come possiamo trovarlo?»

La testa di Firwirrung divenne una macchia confusa. Dev strizzò gli occhi in preda al dolore e fiumi di lacrime traboccarono. Poi chiuse il suo dolore e ogni consapevolezza del ponte della Shriwirr fuori della sua mente e fuggì nella Forza. Lasciò che il vortice dell’universo lo portasse lontano dalle fioche auree dei suoi padroni.

Lo straniero era altrettanto forte e vicino di prima, innegabilmente maschio e simile a lui, anche se una seconda, diffusa presenza femminile si avvertiva non lontano. La vivida luce concentrata del primo quasi soffocava la seconda: che fosse un’eco? Non capiva. Sapeva solo che amore e sicurezza provenivano da Firwirrung. Evitò di toccare la presenza nella Forza dello straniero. «È nella capitale», mormorò, cosciente solo per metà. «Salis D’aar. Il suo nome è Skywalker. Luke Skywalker.» Lo sforzo di parlare lo distrasse e aprì di nuovo gli occhi. Il respiro affrettato, gioioso di Firwirrung gli faceva male al cuore. Al padrone non importava, forse nemmeno lo sapeva!, quanto la loro attenzione verso lo straniero lo rendesse geloso. Forse gli Ssi-ruuk non conoscevano la gelosia.

«Skywalker», ripetè Scaglia Blu. «Un nome di buon auspicio. Ben fatto, Dev.»

Dev si rilassò nella Forza. La loro avidità e la loro gioia vibravano tutt’attorno a lui. Con un rifornimento illimitato di umani intecnati, l’ammiraglio Ivpikkis avrebbe rapidamente conquistato tutto lo spazio conosciuto. Dev sarebbe stato parte di tutto ciò.

Eppure si sentiva umiliato. Per quanto lo straniero lo avesse ferito, si aprì a un tocco leggero di addio, una carezza nella Forza.

Firwirrung si chinò su di lui e cantò: «Sei infelice, Dev?»

I suoi sentimenti erano cambiati così spesso e così violentemente negli ultimi minuti che era sicuro di una sola cosa: se lo avessero costretto a cambiare idea un’altra volta, avrebbe potuto impazzire. Chiuse gli occhi e annuì. «Sono contento, padrone.» Ti odio, ti odio, ti odio. Non avrebbero più distorto la sua umanità. Non avrebbero più giocato con la sua mente.

Eppure non riusciva a odiare Firwirrung, che era stato la sua unica famiglia negli ultimi cinque anni. L’emozione che lo pervadeva si affievolì. Osò riaprire gli occhi. «Padrone», sussurrò, «il mio maggior piacere è aiutare quelli che mi amano.» Si costrinse a guardare Firwirrung con occhi adoranti.

Firwirrung emise un barrito pensieroso. Era chiaro che l’interesse del capo dell’intecnamento era diretto verso il controllo, ora, non verso la compassione. Toccò Scaglia Blu con un artiglio. «Anziano, Dev ha quasi raggiunto un amore autentico per la nostra razza. Lasciagli un po’ di spazio. Lascia che prenda da sé, spontaneamente, la decisione di servirmi, è quello il vero affetto.»

Dev rabbrividì. Firwirrung lo aveva ridotto in schiavitù, aveva soggiogato il suo spirito e la sua anima. Adesso voleva che fosse Dev stesso a stringere le catene della sua prigionia. Ma forse stava commettendo un errore.

Dev appoggiò la mano sull’arto superiore di Firwirrung, cercando di rendere il gesto più ssi-ruuvi che poteva. «Padrone», tubò. Da un momento all’altro Scaglia Blu avrebbe potuto guardarlo negli occhi e annusare il suo inganno.

«Vedi?» disse Firwirrung. «Il nostro rapporto si sta approfondendo.»

«Prendi il tuo animaletto e vattene via», disse l’ammiraglio Ivpikkis. «Fanne quello che vuoi. Noi abbiamo del lavoro da fare e anche tu. Cerca di occupare la tua mente con le modifiche necessarie... per Skywalker.»

Firwirrung ondeggiò la testa con aria grave e alzò un artiglio verso il portello.

Ogni passo che metteva fra sé e Scaglia Blu era un passo che lo separava dalla schiavitù. Dev raggiunse il portello, poi il corridoio. La porta si chiuse dietro Firwirrung e lui.

Un’ora più tardi, dimenticato da Firwirrung che era impegnato con schemi e disegni, Dev si rannicchiò nel centro tiepido della cuccia. Com’era che sua mamma gli aveva insegnato ad aprire un contatto? Erano passati cinque anni e le prove di quella giornata lo avevano lasciato esausto. Tutto quello che voleva era stare tranquillamente disteso a indugiare sui suoi ricordi più cari.

Ma doveva cercare di mettersi in contatto prima che Scaglia Blu lo rinnovasse di nuovo e non c’era molto tempo. Alla fine gli Ssi-ruuk lo avrebbero preso. Lo «rinnovavano» comunque ogni dieci o quindici giorni anche se lui non ne sentiva il bisogno. Avrebbe pagato la sua ribellione con il rinnovamento più profondo della sua vita, ma doveva un ultimo sforzo alla razza umana.

Chiuse gli occhi e si lasciò svuotare dalla speranza, dal sentimento e dall’amarezza. La paura non riuscì a scacciarla. Dava al suo controllo una tinta particolare, ma attraverso di essa riuscì a toccare la Forza.

Quasi immediatamente avvertì di nuovo quella luce brillante. Lampeggiò ai suoi confini cercando di attirare la sua attenzione, poi diede forma nella sua mente a un avviso disperato.

Nell’oscurità, Luke gettò da parte le coperte termiche. Una di esse scivolò giù oltre il bordo del campo a repulsione. Per un istante, infreddolito e sonnolento, non riuscì a ricordare che cosa lo aveva svegliato. Poi, un oscuro senso di paura gli tornò alla memoria assieme a un avvertimento. L’umanità era in pericolo a causa sua. Gli alieni volevano farlo prigioniero e...

Oh, accidenti!

Sospirando, tornò a stendersi. C1 ciangottò ai piedi del letto. «Tutto a posto», lo rassicurò. Che razza di sogno! Doveva stare in guardia contro la superbia. Poteva anche essere l’ultimo, o il primo, dei Jedi, ma non era certo da lui che dipendeva la possibilità che tutta la razza umana venisse ridotta in schiavitù.

Eppure la memoria non svaniva come avrebbe fatto un sogno. Forse qualcuno aveva davvero cercato di avvertirlo di qualcosa.

Ben? chiamò. Obi-Wan? Perché mi sta succedendo tutto questo ?

Dimentica le domande, si raccomandò. Non c’è nessun perché. Cerca nei tuoi sentimenti.

Gettò da parte la paura e la finta umiltà e riconsiderò l’avvertimento alla luce di quello che sapeva delle intenzioni e dei metodi degli Ssi-ruuk. In quel contesto il concetto che gli era stato trasmesso appariva come un rischio reale e agghiacciante.

Che razza di terribile errore aveva commesso Ben Kenobi mandando qui proprio lui? D’altra parte i maestri Jedi non erano infallibili. Yoda aveva creduto che Luke sarebbe morto su Cloud City. Ben aveva pensato di essere in grado di addestrare Anakin Skywalker.

Si circondò le ginocchia con le braccia. Se Yoda e Ben potevano sbagliare, anche Luke Skywalker poteva fare degli errori. Errori che avrebbero potuto rivelarsi fatali.

Se l’avvertimento era reale, il futuro avrebbe pur dovuto rivelare qualche traccia di un pericolo imminente. Come navi viste in lontananza, le visioni del futuro a volte cozzavano l’una contro l’altra, ma qualunque suggerimento che lui potesse essere di aiuto agli Ssi-ruuk nella loro guerra avrebbe confermato la genuinità di quello strano avviso.

Si calmò, controllò il respiro e il battito del suo cuore e si tese in avanti per scandagliare, nella mente, il futuro. Alcune cose gli erano nascoste, altre che pure vedeva, erano decisamente improbabili. Secondi, minuti, mesi dopo, vide la possibilità: una mappa del futuro che mostrava l’impero ssi-ruuvi addentrarsi fino al cuore della galassia. Come Han aveva temuto, erano capitati nel bel mezzo di una trappola... ma era una trappola molto più pericolosa di quanto avessero mai sospettato.

E gli Ssi-ruuk stavano per invadere Bakura.

Dev si voltò nel letto, afferrandosi ai cuscini. Quello là fuori era davvero un Jedi. Questa volta aveva avvertito l’inconfondibile controllo di una mente addestrata... perfino quando non era del tutto sveglio.

La cabina di Firwirrung era illuminata da luci brillanti, ma lui non si sentiva affatto riposato. «Padrone?» mormorò. «È già ora di alzarsi?»

Firwirrung uscì dal nido. «È la porta», fischiò. «È per me, torna a dormire.»

Dev si rannicchiò nel letto ma tenne un occhio aperto. Il portello scivolò di lato e rivelò una massiccia sagoma bluastra. «Accomodati.» La voce di Firwirrung era alterata dalla sorpresa. «Benvenuto.»

Scaglia Blu marciò verso il letto. Dev cercò di distendersi, ma tutti i suoi muscoli erano tesi allo spasimo. Aveva indovinato che cosa lo aspettava: l’anziano aveva cambiato idea e così lo aveva perduto. La cocca tonda di un proiettore ionico sporgeva dalla borsa che portava in spalla.

«L’ammiraglio Ivpikkis ha ideato una nuova missione per il nostro giovane alleato umano», cantò Scaglia Blu. «Ma dev’essere rinnovato di fresco per poterla cominciare.»

In preda al panico, Dev avrebbe voluto alzarsi e fuggire. Ma fuggire dove?

Firwirrung ammiccò piano con le tre palpebre pesanti. «In questo caso è un onore per me, anziano, consegnarti Dev.»

Scaglia Blu chiuse uno dei suoi enormi artigli attorno al braccio destro di Dev e lo tirò su per aria. Dev scalciò e cercò di trovare con i piedi il contatto solido del ponte.

Scaglia Blu lo lasciò andare. «Incamminati davanti a me», fischiò. «Firwirrung ci seguirà.»

Dev trascinò i piedi fuori del portello e su per il corridoio illuminato da fioche luci notturne, perché era in corso il turno di riposo. Avrebbe potuto combattere, sopravvivere ancora per un po’, libero di pensare se non di agire... ma solo per qualche minuto. E se Scaglia Blu fosse riuscito con le minacce, l’inganno e l’ipnosi a fargli confessare quello che aveva appena fatto, gli Ssi-ruuk avrebbero potuto (ucciderlo subito, gettando via nella loro giusta ira la sua energia vitale. Più volte li aveva visti picchiare un P’w’eck a morte con le loro grosse code.

Peggio ancora, se gli Ssi-ruuk avessero capito che Skywalker sapeva delle loro intenzioni ed era pronto ad affrontarli, avrebbero trovato un modo per catturarlo comunque: impiegando più forza, o una tecnologia nuova. In questo caso nemmeno un Jedi avrebbe potuto sfuggirgli. La galassia sarebbe caduta in loro potere.

Dev riusciva a pensare a un solo modo per sfuggirgli. Usando quel poco che aveva di abilità nella Forza avrebbe potuto immergersi volontariamente nella trance del rinnovamento, evitando così la coscienza ipnotizzatrice di Scaglia Blu.

L’idea lo rivoltava. Il rinnovamento avrebbe voluto dire che Dev Sibwarra, l’umano, sarebbe morto di nuovo. Avrebbe dimenticato tutto ciò che lo rendeva libero.

Ma libero per quanto? Lasciando cadere la testa, fece una smorfia di disperazione. Era già morto innumerevoli altre volte, e sempre per nulla. Questa volta, almeno, avrebbe salvato dozzine di milioni di umani... e un Jedi. Era un piccolo, oscuro sacrificio, il suo, ma avrebbe comprato molte vite. Se poteva, avrebbe cercato di aiutarli. Avrebbe fatto onore alla memoria di sua madre.

A schiena ritta, più di quanto lo fosse stata negli ultimi cinque anni, Dev precedette Scaglia Blu attraverso un portello anche troppo familiare.

«Sei sveglia, piccola creatura?»

Dev sbatté le palpebre. Giaceva su un pavimento tiepido cosparso di protuberanze accanto a un paio di enormi zampe dotate di artigli. Conosceva bene quel canto sibilante e l’odore di quel fiato. Una testa blu dal volto stretto e lungo si chinò su di lui. Si sentiva fresco e nuovo come un cucciolo appena uscito dall’uovo.

«Ti ho guarito», disse...? Dev lottò per ricordare il nome. «Benvenuto alla tua nuova, piena gioia.»

Dev si alzò e abbracciò... abbracciò... Scaglia Blu!... e nel farlo una imbarazzante quantità di liquido salato uscì dai suoi occhi. «Grazie», sussurrò.

«Adesso hai solo i pensieri, le emozioni e i ricordi che possono renderti più forte. Non ti è rimasto niente della cianfrusaglia di emozioni che tanto complica la vita dei tuoi padroni.» Scaglia Blu intrecciò gli snelli arti superiori sul petto.

Dev respirò a fondo, felice. «Mi sento così pulito.» Non ricordava come avesse fatto Scaglia Blu a renderlo così. Non riusciva mai a ricordarlo. Era ovvio, quindi, che si trattava di un ricordo che non poteva aiutarlo nella sua vita di servizio altruistico. Ma qualunque cosa gli procurasse tanta pace non poteva che essere bene. E chiunque glielo procurasse non poteva che essere buono. Doveva trattarsi di un lavoro lungo, faticoso.

Il padrone Firwirrung aspettava fuori dalla camera di Scaglia Blu, con la coda possente che si muoveva nervosa. Dev si sentì male nel contemplare la preoccupazione che faceva contrarre quei begli occhi neri. Evidentemente Firwirrung si era preoccupato per lui. Questo gli fece capire di essere stato ripulito da qualcosa di molto malvagio. «Mi sento meglio, padrone», annunciò Dev. «Ho già ringraziato il nostro onorevole anziano. Grazie anche a lei.»

Firwirrung gli toccò una spalla con l’artiglio destro e fece ondeggiare la grossa testa, con le lingue nasali che saettavano. «Prego», rispose.

«Ora andiamo dall’ammiraglio Ivpikkis», cantò Scaglia Blu.

Sì, la missione! Adesso ricordava: avrebbe avuto il supremo privilegio di aiutare la causa dell’Impero ssi-ruuvi. Dev s’incamminò fra l’anziano e il suo padrone con la testa china e le mani prive di artigli serrate l’una sull’altra. Aveva occhi bianchi, pelle pelosa, e un piccolo corpo puzzolente privo di coda. Chi era lui per meritare tutte queste gentilezze da parte loro? Per meritare tanta felicità al loro servizio e un lavoro così importante in cui impegnare la sua vita?

Una serie di clangori discordanti svegliarono Luke da un sonno agitato. Accanto al suo letto c’era una luce intermittente, ma per il resto la sua camera era immersa nell’oscurità. «Che cosa c’è?» farfugliò, ancora assonnato. Aveva fatto un sogno macabro... no, era stato un avvertimento. «Che cosa succede?»

«Comandante Skywalker?» disse una voce maschile dalla consolle accanto al letto. «È sveglio?»

«Quasi», rispose. «Che cosa c’è?»

«Qui è la capitaneria di porto di Salis D’aar. Abbiamo avuto dei problemi con alcune sue, uh, truppe. Al complesso Bakur ci dovrebbero essere degli speeder a disposizione degli ospiti. Tra quanto tempo pensa di poter arrivare sul tetto dell’edificio?»

Che fosse una trappola? Aveva qualcosa a che fare con l’avvertimento del suo sogno? Saltò fuori dal suo caldo, confortevole letto. Si sentiva riposato, almeno, e le ossa non gli dolevano più. «Sto arrivando.»

Si vestì in fretta e decise di svegliare Chewbacca e di portarlo con sé. Chewie non avrebbe perso tempo a vestirsi e avrebbe fornito un paio di occhi, un cervello e soprattutto, tanti muscoli in più. Han doveva restare con Leia, però. Le aveva sentito dire qualcosa a proposito di una colazione di lavoro con lo zio di Gaeriel.

Problemi. Non riusciva a immaginare che delle truppe ribelli potessero causare dei problemi...

Be’, no, in realtà ci riusciva. Agganciò alla cintura la sua spada laser.

Uscì di corsa dalia sua stanza ed entrò in quella di Chewie, fece per accostarsi al letto, ma poi cambiò idea. Non voleva avere a che fare con un Wookiee svegliato di soprassalto. «Chewie», bisbigliò, «svegliati. Abbiamo dei problemi.»

«Rallenta, Chewie.»

Chewbacca stava conducendo il landspeeder lungo la strada curva che portava allo spazioporto. Luke guardò davanti a sé, sulla destra. La piattaforma dodici, la temporanea base a terra dell’Alleanza, era proprio oltre l’ultima strada radiale che si dipartiva dalla torre di controllo. Da questa parte della strada le luci dello spazioporto erano accese, ma al di là la notte era illuminata solo dai lampi occasionali che avevano tutta l’aria di colpi di fulminatore. O qualcuno aveva sparato ai riflettori della piattaforma dodici oppure erano stati spenti. E dov’era la sicurezza dello spazioporto?

Svoltarono a sinistra, oltre la piattaforma dodici e verso la strada d’accesso che passava attraverso un cancello nella rete metallica. Il cancello era aperto. Nessuna traccia di sentinelle, notò Luke. Forse erano entrate per sedare i disordini. Riassestò l’orlo del suo parka, che tendeva a salire. Lì fuori, fra i due fiumi, di notte, e con l’aria così umida non era per niente caldo.

Quattro piattaforme di atterraggio/lancio erano raggruppate fra le strade d’accesso e i confini dello spazioporto e in mezzo c’era un piccolo, squallido posto di ristoro che aveva l’aspetto di due case unite ad angolo retto. Qualcuno, in piedi lì accanto, gli fece segno di scendere.

Chewie fece atterrare il landspeeder nell’angolo fra i due edifici. Con il motore a repulsione spento, un silenzio sinistro regnò per circa dieci secondi. Poi un’altra scarica di fulminatore fece rizzare i capelli in testa a Luke e illuminò la sagoma di una gru di carico. La persona che li aveva fatti scendere corse verso di loro. «Manchisco!» esclamò Luke. «Che cosa succede?»

Il capitano della Flurry scosse le trecce nere. «I nostri alleati, quelli laggiù, insistono a dire che hanno intrappolato un paio di Ssi-ruuk dietro una delle nostre navi. Non sono riuscita ad avvicinarmi abbastanza per poterlo confermare. Sparano a tutto quello che si muove.»

«C’è qualcuno che ha un macrobinocolo?» Han ne aveva un paio sul Falcon, duecentocinquanta metri più in là.

Manchisco scosse la testa.

«Be’, muoviamoci. Anche tu, Chewie!» Luke corse verso la gru, afferrando la sua spada laser. Prima che potesse raggiungerla una voce gridò: «Voi tre! Mettetevi al riparo! Tornate indietro! Gli alieni sono atterrati! Hanno ucciso due dei nostri!»

Manchisco si mise al riparo dietro il dubbio rifugio di un’unità di ricarica grande più o meno come C1. Chewie continuò ad avvicinarsi con prudenza alla gru.

«Gli Ssi-ruuk non uccidono», mormorò Luke. «Prendono prigionieri. Chewie, coprimi.» Se gli Ssi-ruuk erano qui, preferiva averci a che fare in prima persona... nonostante l’avvertimento che aveva ricevuto.

Ma aveva un brutto presentimento. Afferrò e accese la spada laser. La sua luce fioca gli mostrò Chewbacca che puntava la balestra nel buio. «Fermati lì», disse Luke piano. «Va bene così.»

Di nuovo quel silenzio sinistro. «Cessate il fuoco, tutti quanti!» urlò Luke. Passo dopo passo, avanzò tenendo la spada laser davanti a sé. Anche se la luce che mandava era fievole, specie in confronto ai riflettori che illuminavano il resto dello spazioporto, era l’unica luce disponibile nella piattaforma dodici.

Superò l’angolo di una cannoniera alleata. Due corpi umani erano distesi sulla strana superficie vitrea dello spazioporto, Li superò, ascoltando attentamente nel tentativo di percepire tracce di intenzioni ostili. Ma tutto quello che sentiva erano panico e paura.

Davanti a lui vide una serie di barbagli geometrici: le strutture metalliche di un’altra gru che riflettevano la luce della spada laser. «Chi va là?» gridò Luke. «Fatevi vedere!»

Un Calamariano con la grossa testa oblunga apparve da dietro la gru. Poi ne spuntò un altro.

Luke gemette e corse verso di loro. «Che cosa ci fate qui?» volle sapere.

«Siamo in licenza», ansimò uno dei due, stando molto dritto nel suo alto colletto rotondo.

«Autorizzata?» chiese Luke. Di certo il loro ufficiale superiore doveva aver avuto il buonsenso di capire...

Il Calamariano agitò una mano pinnata. «Ma certo, comandante. Era il nostro turno. Siamo stanchi come tutti gli altri. Ma questi stranieri ci hanno visti.»

«E così li avete uccisi?»

«Comandante, ci stavano attaccando! Dieci di loro! E hanno sparato per primi, comandante.»

Luke avrebbe tanto voluto tornare a Endor. «Uno di voi venga con me.»

«Signore?» Il Calamariano fece un passo indietro, stringendo il suo fulminatore.

«È un ordine», confermò Luke, secco. «Seguitemi da vicino, in modo che vi possa coprire.»

Lentamente uno dei due alti alieni si districò dal suo nascondiglio dentro la gru. Un colpo di fulminatore arrivò da lontano. Luke girò su se stesso e lo respinse, poi urlò: «Cessate il fuoco! Chewie, sbattigli la testa l’uno contro l’altro se non trovi altro modo di convincerli!»

Un ruggito wookiee echeggiò nello spazio vuoto fra la nave e la gru. «Va bene», rassicurò Luke. «Vieni con me.»

Camminando un po’ più piano, questa volta (i Calamariani non potevano muoversi molto in fretta Luke ritornò sui suoi passi fino alla cannoniera. Evitò di passare vicino ai cadaveri. «Chewie, dove sei?»

Un altro colpo di fulminatore gli passò vicino e poi un altro. Luke saltò e si girò, parando i colpi senza pensare.

Improvviso com’era cominciato, il fuoco cessò. Uno strano scricchiolio venne dalla gru più avanti... e il ruggito inconfondibile di un Wookiee furioso. Luke alzò la spada laser per vedere meglio. La torre metallica oscillò violentemente. Su in alto diverse sagome scure erano aggrappate ai sostegni, nere contro il cielo blu notte. Diversi fulminatori caddero a terra con un rumore di ferraglia.

«Benfatto, Chewie», gridò Luke. Afferrò meglio la spada laser. «D’accordo», urlò, «scendete a terra tutti quanti. Guardate bene. Questo è un Mon Calamari. Non uno Ssi-ruuk. Guardatelo!» Sentì dei rumori nell’oscurità, ma nessuna faccia apparve nel cerchio di luce verdastra gettato dalla spada laser. «Avanti», esortò, perdendo la pazienza.

Dopo tre secondi di silenzio, sentì un latrato di Chewie.

A questo punto dieci umani, otto uomini e due donne, vestiti in un assortimento confuso di cappotti ampi e berretti di lana, uscirono allo scoperto. Nessuno di loro sembrava più essere armato. Uno dei maschi, più basso e magro degli altri, indicò il Calamariano. «Ha ragione... non è un Flautato», ammise. Luke riconobbe la voce. Era lo stesso che lo aveva avvertito di mettersi al riparo.

Un uomo più alto e grosso si aprì un varco fra gli altri e avanzò strizzando gli occhi. Il chiarore verde della spada laser non avrebbe reso giustizia a nessuna faccia, ma Luke indovinò che in qualunque altra luce questo tizio avrebbe conservato le stesse borse scure sotto gli occhi sporgenti. «Sta’ zitto, Vane!»

L’uomo magro chiuse la bocca ma si avvicinò sensibilmente a Luke e al Calamariano. Tessa Manchisco entrò nel cerchio di luce. Nei suoi occhi si rifletteva una collera verdastra.

«L’ingresso a questa piattaforma è riservato agli equipaggi delle navi alleate», ricordò Luke severamente. «Che cosa ci fate qui?»

L’uomo con le borse sotto gli occhi incrociò un paio di grosse braccia. «È il nostro pianeta, ragazzo. Vi saremmo tutti grati se ci terrete fuori dai piedi mostri come quel pesce... e questa montagna di pelo.»

Chewbacca si avvicinò al gruppetto di umani.

Luke aveva bisogno di informazioni e ne aveva bisogno alla svelta. Erano stati mandati dall’Impero questi delinquenti o agivano per conto proprio? Il Bakurano magro era abbastanza vicino perché Luke potesse tentare una breve sonda mentale su di lui. Si sentiva abbastanza certo delle proprie buone intenzioni da non rischiare di scivolare verso il lato oscuro con questo atto di prevaricazione.

Eppure, esitò prima di concentrare la sua attenzione sull’uomo, aprendosi per percepire i suoi sentimenti (confusione, paura, imbarazzo, sospetto...). Passò oltre e si tuffò nella sua memoria.

Non dovette andare troppo in profondità. «Un piccolo presente, proveniente dall’ufficio del governatore», gli era stato promesso se avessero pattugliato la piattaforma dodici e si fossero accertati che gli alieni non si stavano infiltrando attraverso l’area riservata all’Alleanza.

Luke ruppe il contatto e abbassò la spada laser. «Andate a casa.» Sperava che il disgusto che provava trapelasse dalla sua voce. «Dite al governatore Nereus che ci pensiamo da soli a pattugliare la piattaforma dodici.»

Nessuno si mosse.

Un ringhio basso e profondo risuonò nella gola di Chewbacca. Approfittando del momento, Luke incitò: «Avanti, sgombrate. Ancora non avete visto un Wookiee veramente arrabbiato».

L’uomo magro uscì a testa bassa dal cerchio di luce, dirigendosi verso i corpi dei suoi compagni. Uno dopo l’altro lo seguirono tutti. Presto un piccolo gruppo coperto di stracci varcava il cancello della piattaforma dodici, portando i corpi dei propri caduti.

Nel momento in cui l’ultimo di loro attraversò il cancello le luci si riaccesero. Qualcuno li stava di certo guardando dal presidio imperiale, che si trovava dopotutto solo un paio di chilometri più a sud. E la sicurezza dello spazioporto senz’altro sarebbe risultata occupata alla piattaforma due, o sei, o nove. Impegnata in affari imperiali della massima importanza.

Sospirò profondamente. «Andiamo ad accertarci che il Falcon sia a posto, Chewie.»

Quando 3BO svegliò Leia, la mattina presto, le riferì un messaggio di Luke: era andato con Chewbacca allo spazioporto per controllare come procedevano le riparazioni delle loro navi. Leia andò in bagno dove si vestì in fretta e intrecciò i capelli. Mentre usciva, notò un uomo alto in piedi accanto alla parete con il murale. Fece un balzo di sorpresa e si fermò di botto. Nella luce fioca della stanza l’uomo luccicava debolmente, oscurando in parte la visione in tempo reale di una grande città raffigurata sul murale.

Luke le aveva detto che a volte Ben Kenobi appariva in questo modo. Indietreggiando, Leia guardò meglio. Quest’uomo non sembrava il vecchio generale, né assomigliava a nessun altro che conoscesse.

Chiunque fosse, le sue stanze non erano posto per lui. Leia lanciò un’occhiata al suo fulminatore, posato sul letto a repulsione appena fuori portata. Probabilmente, come minaccia, non avrebbe avuto una grande efficacia contro un’apparizione, sempre che questa fosse un’apparizione. «Chi sei?» chiese. «Che cosa ci fai qui?»

«Non aver paura di me», esortò la figura a bassa voce. «Di’ a Luke che anche la paura appartiene al lato oscuro.»

Chi era questa persona che veniva a portare messaggi per Luke in quelli che in teoria erano i suoi alloggi privati? Un Bakurano? Un Imperiale? «Chi sei?»

Lo straniero si mosse verso un angolo più scuro, dove la sua immagine risplendeva più chiaramente. Era molto alto, con una faccia larga e piacevole e capelli scuri. «Sono tuo padre, Leia.»

Vader. Un brivido le salì dai piedi fino alla cima dei capelli. La sua sola presenza suscitava in lei tutti i sentimenti più oscuri di cui era capace: paura, odio...

«Leia», ripetè la figura, «non avere paura di me. Sono stato perdonato, ma ci sono ancora molte cose per cui voglio fare ammenda. Devo liberare il tuo cuore e la tua mente dalla collera. Anche la collera appartiene al lato oscuro.»

Decisamente, il fulminatore non le sarebbe servito. Anche da vivo, era stato capace di respingere le scariche di energia a mani nude. L’aveva visto farlo su Cloud City. «Voglio che tu te ne vada.» Quel brivido scuro gelava la sua voce. «Scorporati, svanisci, fa’ quello che fate di solito voi spiriti.»

«Aspetta.» L’apparizione non si allontanò dalla parete. Sembrò anzi diminuire in grandezza e allontanarsi. «Non sono più l’uomo che temevi. Non puoi vedere in me un estraneo e non un vecchio nemico?»

Aveva vissuto troppo a lungo nel terrore di Darth Vader. «Non puoi ridarmi Alderaan. Non puoi riportare indietro quelli che hai assassinato, o dare conforto alle loro vedove e orfani. Non puoi disfare quello che hai fatto all’Alleanza.» Un vecchio dolore le bruciava come una ferita ancora fresca.

«Ho rafforzato l’Alleanza, anche se non era mia intenzione.» Tese un braccio splendente. Quella voce dolce le sembrava terribilmente fuori posto. E quella nuda, mite faccia non poteva essersi nascosta per decenni dietro un nero respiratore. «Leia, le cose stanno cambiando. Potrei non poter tornare mai più da te.»

Leia distolse lo sguardo. Forse con il fulminatore non poteva fargli del male, ma di certo le avrebbe dato conforto averlo in mano. Se si tendeva, poteva quasi toccarlo. «Meglio così.»

«Non ci sono giustificazioni possibili per... quello che ho fatto. Ma tuo fratello mi ha salvato dalla tenebra. Devi credermi.»

«Ho sentito che cos’ha raccontato Luke.» Incrociò le braccia e si strinse i gomiti con le mani. «Ma io non sono Luke. O il tuo maestro. O il tuo confessore. E sono tua figlia solo per un crudele scherzo del destino.»

«Della Forza», insistè l’apparizione. «E anche quello ha avuto le sue ragioni. Sono fiero della tua Forza. Non chiedo assoluzione. Solo che tu mi perdoni.»

Leia sollevò il mento, sempre tenendo le braccia strette l’una sull’altra. «E quello che hai fatto a Han? Chiederai anche a lui di perdonarti?»

«Solo attraverso di te. Il tempo che ho è troppo poco.»

Inghiottì. Aveva la gola secca. «Ti posso quasi perdonare per avermi torturato.» L’apparizione chinò il capo. «E per il male che hai inflitto ad altre persone... perché tutte queste cose hanno fatto sì che molti mondi entrassero nell’Alleanza. Ma la crudeltà che hai mostrato verso Han... No. Se vuoi passare attraverso di me, allora il suo perdono non l’otterrai mai.»

La figura sembrò allontanarsi ancora. «Mai è una parola troppo grossa, bambina mia.»

Darth Vader che le faceva la predica sul valore dell’eternità e della virtù? «Non ti perdonerò mai. Vattene. Sparisci.»

«Leia, forse non potrò più parlarti, ma se mi chiami ti sentirò. Se cambi idea, io sarò lì, a guardarti.»

Leia lo fissò. Come osava, dopo tutte le sue crudeltà e perversioni? Forse Luke poteva avere a che fare con lui. Ma lei no.

Come faceva Luke a sopportare la conoscenza che questo essere era loro padre?

Uscì di corsa dalla stanza. La luce mattutina entrava obliqua dalla lunga finestra della sala centrale, illuminando le pareti gialle e il pavimento scuro. Han si alzò dal sedile più vicino. «Saremo in ritardo, vostra grazia.»

3BO barcollò verso di lei. «È pronta padrona L...?»

Leia aveva afferrato il controllore e spento 3BO. Ora si voltò a guardare la porta della sua stanza da letto. Non ne emerse nessuno. «Non mi può fare questo», mormorò. «Non può continuare anche adesso a rovinarmi la vita. Non può!»

Han degnò di un rapido sguardo il povero droide, raggelato in una posa piuttosto comica, poi la sua bocca s’increspò in un sorrisetto. «Chi non può? Hai ricevuto un messaggio da quel capitano?»

Spalancando con violenza le braccia Leia cominciò a camminare freneticamente su e giù davanti alla finestra. «Oh, meraviglioso. È solo a questo che sai pensare, alla tua misera», afferrò un cuscino, «volgare», lo stritolò fra le mani, «gelosia! Vader è stato qui e tutto quello a cui tu sai pensare è... acc!»

«Ehilà, principessa.» Han le mostrò le mani aperte. «Vader è morto. Luke lo ha bruciato. Ho preso una speeder bike e sono andato a vedere con i miei occhi. Ho visto le ceneri.»

A Leia faceva male lo stomaco. «Tu hai visto il suo corpo. Io ho appena visto il... il resto di lui.»

«Oh, cominci a vedere cose anche tu, adesso?» Han aveva le mani in tasca e le sopracciglia sollevate. «O stai diventando più forte in questa faccenda della Forza o Luke sta avendo una brutta influenza su di te.»

«Forse entrambe le cose», ritorse lei, amara. «Se proprio devo vedere dei fantasmi, avrei potuto sopportare quel suo Yoda. Mi avrebbe fatto piacere parlare con il generale Kenobi. Invece chi mi deve capitare?» Lasciando cadere il cuscino colpì la parete gialla con un pugno.

«Calma», mormorò Han. «Non è colpa mia.»

«Lo so.» Adesso le faceva anche male la mano. Frustrata, si girò su se stessa per accasciarsi contro il muro. Lanciò un’occhiataccia alla porta della sua camera, attraverso tutti i cuscini blu e verdi del salottino incassato.

«Che cosa voleva?»

«Oh, questa sì che ti piacerà. Chiedere scusa.»

Con una breve risata incredula, Han si passò una mano sugli occhi.

«Già», commentò Leia. «È quello che ho pensato anch’io.»

«Sai, è un po’ di tempo che tutto quello che ti ricorda lui ti fa fare dei balzi di un metro e mezzo. Adesso lo hai affrontato. Forse il peggio è passato.»

«Non direi.» Lasciò cadere le spalle. «Han, lui è ancora in me. Io sono...» Incapace di finire la frase, chiuse gli occhi.

«E allora?» Han si avvicinò e appoggiò una mano sulla sua spalla. «Ehi, nessuno diventa un pezzo grosso dell’Impero com’era lui senza avere un bel po’ di qualità. Tu le hai ereditate. Solo che le usi in modo diverso.»

Come poteva essere così insensibile? «Oh, grazie tante, Han.» Considerò seriamente l’opportunità di colpirlo.

«Leia?» Allargò le braccia. «Anch’io devo farti le mie scuse. Credo. Mi dispiace di aver fatto tanto chiasso per quel tizio di Alderaan.»

Leia trasse un profondo, tremante respiro e rimase appoggiata alla parete. «Oh, va’ via.»

«Va bene», sbottò Han, «okay! So riconoscere una sottile allusione quando ci sbatto il muso contro.» Si allontanò dal salottino a lunghi passi.

«Han, aspetta.» Che cosa stava facendo? Scaricava la sua rabbia sull’unica persona che non avrebbe dovuto ferire? Han aveva oltrepassato 3BO e il centro di comunicazioni inattivo, aveva quasi raggiunto la porta d’ingresso. «Han, è... è il Vader in me. Non posso fare a meno di essere come sono.»

Mentre l’impatto di quello che aveva appena detto si faceva sentire dentro di lei, Han si fermò accanto alla consolle nera del centro di comunicazioni. Si voltò lentamente. «No», corresse. «È lo Skywalker in te.»

Quel nome, il nome di Luke, non la faceva rabbrividire nello stesso modo. Un pensiero fuggevole le attraversò la mente: Che uomo era stato Vader... prima di diventare Vader?

«Ti dirò una cosa.» Han arrivò sull’orlo del salottino infossato. «I governi hanno bisogno del sostegno l’uno dell’altro. Sì. E anche i pianeti. E le diverse specie. Ma soprattutto le persone hanno bisogno l’una dell’altra.»

I governi. Sarebbero arrivati in ritardo alla colazione con il primo ministro... «Già.» Leia lo raggiunse. «Giusto. In ogni caso, ormai se ne è andato. Non mi ha fatto del male, questa volta. Forse non può più farmi del male.»

«Questo è un bene.» Han fece scorrere un dito sulle scure trecce avvolte intorno al suo capo.

Leia tolse le mollette e sfilò i fermagli che trattenevano i capelli. Han rimase con le sopracciglia sollevate mentre lei faceva scorrere le dita attraverso i lunghi capelli e scuoteva la testa. Le trecce si sciolsero. «Ma non lo perdonerò, comunque», bisbigliò.

«Sei sicura di stare bene?» Han accarezzò la chioma scura, poi avvolse un braccio attorno alla sua vita.

La sua spalla era un cuscino tiepido e fermo. «Ti amo.»

«Lo so.»

«Davvero?»

Le accarezzò la nuca. «Che cosa ti fa pensare di no?»

«Mi dispiace», sussurrò lei, raddrizzando il collo. Tenne le labbra vicine a quelle di lui.

Accettando quell’invito, Han si chinò a baciarla. Leia sentiva che la sua energia vitale saliva verso quel bacio finché non esistette altro per lei che i movimenti impercettibili della bocca di Han. Appoggiò le mani alle sue spalle. Le loro gambe si avvicinarono. Tutte le percezioni scomparvero, tranne il gusto e il respiro. Nelle orecchie sentiva un pulsare sempre più intenso.

Un cicalino improvviso eruppe dal centro comunicazioni.

«Mmm!» gridò Han prima che potesse staccarsi da lui. Una volta che si fu liberata articolò più estesamente: «Ma no! Non è giusto!»

Ridendo della propria disperazione, Leia spinse i capelli dietro le spalle. «Vai tu? O preferisci che ci pensi io?»

«Be’, tu sei...» La scrutò da capo a piedi e fece un sorriso storto. «Bellissima.»

«Ma non presentabile.»

«Non è la tua solita immagine», concordò con un triste cenno del capo. «Ci penserò io.»

Leia indietreggiò. Han toccò un bottone e sbatté le palpebre. «Luke!» esclamò. «Che cosa succede?»

«Ci sono stati dei problemi», disse la voce di Luke.

Leia tornò di corsa a fianco di Han. Luke sembrava calmo. Cercò di espandersi nella Forza per sentire la sua presenza, ma non ci riuscì. Doveva essere ancora troppo agitata. «Pensavo che tu fossi andato lì per controllare le riparazioni», disse.

«Non mi sembrava che fosse abbastanza sicuro lasciare dei messaggi precisi. Due membri di un nostro equipaggio di Mon Calamari sono scesi sul pianeta in licenza. Alcuni Bakurani che si trovavano nella parte sbagliata dello spazioporto, su suggerimento di Nereus, li hanno notati e hanno pensato che gli Ssi-ruuk fossero atterrati. Quando sono arrivato qui i Calamariani avevano già sparato a due di loro, per legittima difesa.»

«Oh, no!» Con gli occhi della mente Leia vide i trattati bruciare.

«Mi dispiace di essermelo perso.» Han sogghignò. «Ma sembra che tu te la sia cavata.»

Luke annuì. «Era ancora così buio che una spada laser riusciva a illuminare tutta l’area. Una volta che Chewie e io siamo riusciti ad attirare l’attenzione di entrambi i contendenti, i Bakurani hanno guardato bene i nostri e hanno dichiarato un cessate il fuoco.»

Han sollevò un sopracciglio. «Non male per un ragazzo di campagna.»

«Ma, Luke.» Leia si spinse di nuovo i capelli dietro le spalle. «Dei Bakurani feriti che ne è stato?»

Luke strinse le labbra e scosse la testa. «Ho detto che erano rimasti feriti? Mi dispiace. Sono morti. Bisognerà porgere le scuse formali alle loro famiglie. Potresti pensarci tu? Sei più brava di me in questo genere di cose.»

A Leia l’idea non piaceva affatto, ma Luke aveva ragione... bisognava farlo nel modo giusto. «Ci penserò io.» Cercò di nuovo di raggiungerlo attraverso la Forza. Quello che toccò le gelò il sangue. Questa crisi poteva essere passata, ma c’era un’inquietudine nera nel profondo dell’animo di suo fratello. «Luke, che cosa c’è che non va?»

Luke arrossì. «Dai, Leia. Lo sai che non possiamo parlare su questo canale.»

Era profondamente spaventato. Che cos’altro era successo quella notte? Han sollevò un sopracciglio. Lei scosse la testa. «A più tardi, dunque», disse. «Han e io andremo subito dal primo ministro. Faremo le nostre scuse a lui, tanto per cominciare. E porterò anche 3BO e C1, per tentare di tradurre la lingua degli alieni.»

«Bene. C1 dovrebbe essere ancora in camera mia, collegato al computer. Han, ho intenzione di lasciare Chewie qui perché mantenga la calma. Poi cercherò di parlare a Belden, se riesco a trovarlo.»

«Belden?»

«Il decano dei senatori. Ho una sensazione», confidò a bassa voce.

«Sulla sparatoria?» chiese Han.

«Esatto. Ci vediamo più tardi.» L’immagine svanì.

Han intrecciò le braccia. «Suppongo che prima ci diamo una mossa, e prima possiamo portare via la pelle da questa palla di fango.»

Leia tese una mano verso la consolle di comunicazione. «Manderò al primo ministro Captison un messaggio per dire che ritarderemo.» Be’, meno male che avevano già ritardato un po’. Altrimenti il messaggio di Luke non li avrebbe raggiunti.

Accigliata, formò il numero di codice del primo ministro Captison. Forse un giorno si sarebbe pentita di non aver accettato le scuse di Vader. Di Anakin. Di chiunque fosse. Almeno era stato educato.

La stava guardando, eh? Di nuovo furiosa, agitò un pugno in direzione dell’aria vuota.

11

Luke uscì dal posto pubblico di comunicazione vicino alla piattaforma dodici, contento di non aver usato il sistema di comunicazioni non visivo della sala di ristoro. Quando aveva visto le facce di Han e Leia si era reso conto che fra loro andava di nuovo tutto bene. Meglio che bene. Visto che si trovavano in linea aveva approfittato per fare un rapporto ufficiale sull’incidente allo spazioporto e per cercare un indirizzo.

Chewie era di guardia. Luke afferrò un ciuffo di pelo del suo braccio e disse: «Grazie, amico mio». Il Wookiee diede una grossa pacca sulle spalle a Luke in risposta, poi si diresse oltre la sala di ristoro, verso il Falcon. Una indagine approfondita aveva tranquillizzato tutti e due: nessuno ci aveva messo le mani.

Il capitano Manchisco era appoggiata contro il muro rugoso del posto di ristoro. «Esce, comandante?» Doveva essersi vestita bene per la sua licenza a terra, ma la grigia polvere onnipresente in ogni spazioporto era cosparsa generosamente sulla sua tuta color panna. Tre nere trecce però le pendevano ancora, baldanzose, da ciascun lato del viso, spolverate di paglia e di piccole foglie.

A bordo del Falcon aveva spiegato che, dimostrando secondo Luke molto buonsenso, aveva offerto al suo navigatore Duro un doppio straordinario purché accettasse di restare sulla nave. Magari il capitano Mon Calamari si fosse fatto venire la stessa idea, pensò Luke. L’Alleanza era povera, ma i suoi capi avrebbero volentieri pagato un po’ di straordinari in più pur di evitare incidenti che potevano costare vite bakurane. «Mi dica, come sta la Flurry?»

Manchisco si accigliò. «C’era un piccolo problema al deflettore di babordo. È risolto ora, ma ho dovuto permettere a una squadra di riparazioni imperiale di salire a bordo. A quest’ora tutte le specifiche della mia nave saranno nel computer di Thanas.» Infilò la mano in una tasca profonda.

«Però hanno lavorato bene?»

«Sembra che sia tutto a posto.» Scrollò le spalle. «Non so se gliel’ho detto, ma è stato un piacere fare la sua conoscenza.»

«Anche a me è piaciuto lavorare insieme. Ma non è finita qui, mi sembra.»

Il volto duro della donna, un volto che aveva visto tante battaglie, perse un po’ della sua baldanza. «È lei l’esperto di queste cose, ma ho una strana sensazione, come se non dovessimo incontrarci più.»

Un altro avvertimento. O forse Manchisco aveva avvertito una premonizione che riguardava solo lei? «Non lo so», rispose onestamente. «Il futuro è in continuo movimento.»

La donna agitò la mano sinistra in aria. «Non importa. Si fa quello che si può, finché si può. Non è così, comandante?»

«Proprio così.» Uno speeder a due posti attraversò il cancello della piattaforma dodici, con quattro soldati alleati arrampicati sopra. Proprio quello di cui avevano bisogno. La capitaneria dello spazioporto si era ripresa lo speeder con cui era arrivato.

«Notti calde, quaggiù», sospirò Manchisco. «Speriamo che non abbiano causato altri guai.» I soldati sembravano stanchi ma pacifici. «Credo che sia tutto a posto. La Forza sia con lei, capitano.» Luke requisì lo speeder e uscì sulla strada che circondava il perimetro dello spazioporto.

Cinque minuti più tardi era parcheggiato sopra una torre residenziale. Individuò l’appartamento del senatore anziano Belden vicino all’ascensore, si passò una mano fra i capelli e si sistemò la tuta grigia, poi toccò il campanello.

Mentre attendeva risposta, guardò a destra e a sinistra lungo il corridoio. Questo androne un po’ ammuffito, con il rivestimento che si staccava da più di una porta, era quanto di più diverso riuscisse a immaginare dalla residenza dei Captison. Forse la famiglia Belden possedeva da qualche parte una casa più elegante, o forse il governatore Nereus faceva sì che i crediti dei dissidenti fossero sempre in rosso.

La porta si aprì e lui fece un passo indietro. Gaeriel, anche qui? «Io...» balbettò, «eh, buongiorno. Speravo di poter parlare al senatore Belden.»

«È fuori.» La ragazza stava per scivolare in corridoio quando una voce malferma dietro di lei chiamò: «Fallo entrare, Gaeri. Fallo entrare».

«È la signora Belden», bisbigliò Gaeri, «non sta molto bene.» Si toccò il capo. «Venga dentro un momento. Clis, la sua governante, ha avuto un’emergenza in famiglia e così stamattina prendo il tè qui con lei.»

«La saluterò e basta», mormorò Luke. «Non volevo disturbare.»

Una vecchina rugosa e rattrappita era seduta su una poltrona di broccato con ampi braccioli, sostenuta da numerosi cuscini. Vestiva di un color giallo-arancio, simile a quello dei canditi di namana e i suoi radi capelli erano tinti di color mogano. «Roviden, sei tornato! Perché sei stato via tanto?»

Luke gettò un’occhiata perplessa a Gaeri. «Pensa che lei sia suo figlio», gli bisbigliò Gaeri all’orecchio. «È rimasto ucciso durante i rastrellamenti, tre anni fa. Ogni volta che vede un uomo giovane pensa che sia suo figlio. Non cerchi di convincerla del contrario. È meglio così.»

C’erano vie d’uscita? Luke vide vecchi mobili aggraziati di legno, probabilmente tutti pezzi d’antiquariato; una scatola grigia che probabilmente era un elettrodomestico di qualche tipo; e i piedi nudi di Gaeriel sotto una gonna e una camicia blu notte... ma nessun modo di sfuggire con grazia al dovere di impersonare un figlio perduto. Esitante, prese la mano della signora Belden. «Mi dispiace», mormorò. «Ho avuto tanto da fare. Per la ribellione, sai», aggiunse, tirando a indovinare. Suo figlio è rimasto ucciso durante i rastrellamenti, aveva detto Gaeriel. La vecchina strinse la sua mano. «Lo sapevo che eri da qualche parte a lavorare per la ribellione, Roviden. Mi avevano detto... oh, ma non importa. Gaeriel è sparita, sai, e...»

«No, è...» cominciò Luke.

«Sono qui, Eppie.» Gaeri si sedette su un poggiapiedi di pelliccia a repulsione.

«Tu...?» La vecchia signora Belden girò gli occhi da Luke a Gaeri, scuotendo la testa confusa. «Io...» Chiuse gli occhi e chinò la testa.

Gaeriel scrollò le spalle. «Va tutto bene, Eppie. Vuoi fare un riposino?»

«Riposo», ripetè la donna con voce stanca.

Luke seguì Gaeriel verso la porta. «Mi parli della signora Belden. Da quanto tempo è in questo stato?»

«Da tre anni.» Gaeriel scosse la testa tristemente. «Purtroppo era molto coinvolta nella resistenza contro l’Impero. Crollò con la morte di Roviden. La... distrusse.»

«Forse è per questo che l’hanno lasciata vivere», ipotizzò Luke.

Il mento appuntito di Gaeri si alzò, rabbioso. «Non può...»

La signora Belden cominciò ad agitarsi nella sua poltrona. «Non andartene senza salutarmi», supplicò.

Sentendosi troppo imbarazzato per poter semplicemente scappare via, Luke tornò indietro e si inginocchiò accanto alla signora Belden. Ripulì la sua mente da preoccupazioni e desideri e si concentrò, esaminando nel profondo le sensazioni della signora Belden. Il palpitare della sua mente per essere quello di una vecchia demente che necessitava di cure continue. Il suo intelletto era ancora intatto e influenzava la Forza... creando una pulsione vitale tanto forte da far sospettare a Luke che la donna possedesse un certo grado di potenza, anche se non addestrata. Ma alcuni degli anelli che avrebbero dovuto unire la mente ai sensi e alla possibilità di comunicare erano inattivi. Erano stati tagliati. È stato l’Impero a ridurla così, comprese.

Alzò lo sguardo e incontrò due occhi acquosi e molto tristi. Gaeriel l’osservava da dietro. Se lui adesso avesse usato la Forza, avrebbe potuto buttarlo fuori di casa. O magari, d’altra parte, avrebbe cominciato a rispettare le sue capacità.

Ma a prescindere da quello che Gaeriel poteva desiderare, Eppie Belden aveva bisogno di essere guarita. Luke accarezzò la mano scheletrica, cosparsa di macchie di vecchiaia. Doveva continuare a fingere di essere suo figlio? Sembrava un inganno pericoloso, se desiderava usare la Forza. «Voglio mostrarti qualcosa», mormorò, ignorando Gaeriel, il che non era facile. «Se riesci a copiare quello che faccio io, potresti guarire da sola.»

La sua presenza divenne più brillante e piena di speranza.

«No», corresse. «Sii calma e tranquilla. Ascolta profondamente.» La costrinse a svegliarsi e le mostrò come si era guarito, mentre viaggiavano nell’iperspazio... il silenzio, la concentrazione, la forza... e fece sì che lei vedesse, anche se non capiva, che non era stato in grado di portare a termine l’opera perfettamente. Poi girò la sua coscienza all’interno, verso se stessa. Qualcosa è stato danneggiato, le disse. Penso che sia stato l’Impero a farlo. Cercalo, trovalo. Guariscilo. Combatti, Eppie, che la Forza sia con te. Yoda avrebbe detto che era «troppo vecchia per imparare», ma questo non era un addestramento Jedi. Non esattamente. E poi, Yoda, non se ne andrà in giro a inseguire i guai come ho fatto io.

Un’ondata di gratitudine lo trascinò via dalla sua mente. Respirò a fondo e si rimise in piedi. Eppie Belden era appoggiata contro i suoi cuscini, gli occhi chiusi e respirava tranquillamente.

«Che cosa le ha fatto?» Gaeriel aveva assunto inconsciamente una posizione aggressiva.

Luke studiò i suoi occhi. Gli sembrava che quello grigio stesse ancora considerando la situazione, mentre quello verde sembrava già molto arrabbiato. «C’è ancora una mente molto sveglia lì dentro», disse sottovoce. «Non credo che il suo problema sia di origine naturale. Penso che le abbiano fatto qualcosa.»

Gaeriel esitò. «Deliberatamente, vuole dire?»

Luke annuì. Avvertendo l’ostilità della donna che si allontanava da lui, rimase in silenzio ancora un po’ per darle modo di capire tutte le implicazioni di quello che aveva detto. Qualcuno le aveva fatto del male. Chi, se non l’Impero? Poi continuò: «So qualche cosa delle arti dell’autoguarigione. Le ho mostrato qualcosa che potrebbe provare su se stessa. Questo è tutto».

«Ed è tanto poco, per lei?» chiese la donna con amarezza.

Un non Jedi ovviamente non lo avrebbe potuto fare. «Non le ho fatto niente. Le do la mia parola di... di uomo d’onore.»

Dopo un attimo, Gaeriel scrollò le spalle, accantonando l’argomento. «Venga, si sieda qui fuori.» Uscì da una porta ad arco e passò in una sala da pranzo rivestita di piastrelle bianche, riassettandosi la veste blu con entrambe le mani mentre camminava. Gli indicò una poltrona dietro a un tavolo trasparente accanto a una teiera che fumava e spandeva tutt’intorno un odore fragrante. «Se può fare tutto questo con la Forza», disse, «perché semplicemente non sale su un caccia, si apre la strada fino all’ammiraglia ssi-ruuvi e ci libera di loro una volta per tutte?»

Ci potrei anche provare, se me lo chiedi tu. Sospirò per allontanare l’impulso e spiegò: «Se usassi i miei poteri in preda alla collera o all’aggressività, invece che per la difesa e l’aumento della conoscenza, il lato oscuro mi conquisterebbe. Ha già conquistato...» Soffocò la terribile tentazione di dire tutto. Un giorno, sarebbe stato costretto ad ammettere la sua discendenza. E quasi desiderava che quel giorno fosse già arrivato. Ma non era ancora giunto il momento in cui la sua umiliante, provocatoria rivelazione sarebbe potuta servire a qualcosa. Dirlo ora a Gaeriel avrebbe potuto essere disastroso. «Ha già conquistato molti Jedi. Essi sono diventati agenti del male, che dovettero essere combattuti e distrutti.»

«Avrei dovuto indovinarlo.» Gaeriel lo guardò da capo a piedi, poi inclinò la testa verso la porta aperta.

Attraverso Eppie forse sarebbe riuscito a conquistarla. «Se mette in pratica quello che le ho mostrato, potrebbe sembrare profondamente addormentata per... be’, per diversi giorni.»

«Questa sarebbe comunque una benedizione.» Rilassata, Gaeri incrociò le caviglie sotto il tavolo. «Di che cosa voleva parlare con Orn?»

Oh, maledizione. Comandare la Flurry era più facile che ammettere questo. «Alcuni dei vostri concittadini hanno attaccato alcuni dei miei uomini allo spazioporto, questa mattina. C’erano degli alieni alleati con loro, e la vostra gente ha pensato che fossero Ssi-ruuk. Io sospetto che il governatore Nereus abbia scovato un po’ di Bakurani che amano i guai e abbia fatto in modo che ne trovassero di bell’e pronti.»

Avvertì il suo sospetto. «Ci sono stati dei feriti?»

«Due morti. Bakurani. La principessa Leia sta facendo proprio adesso le sue scuse formali», aggiunse in fretta. «Vorrei che potessimo fare altro. Non avrebbe dovuto succedere.» Guardò fuori da una grande finestra. Il sole mattutino ora era brillante, ma lui si sentiva ancora gelato fino nelle ossa. Sì, era stato avvertito. Da qualche parte, là fuori, gli Ssi-ruuk presto si sarebbero messi a cercarlo. Non pensava di essere ancora in grave pericolo, ma non era ancora certo del perché lo volevano. Che cosa ci faceva qui? Sarebbe riuscito soltanto a esporre Gaeriel e la signora Belden al pericolo. «Se il senatore Belden ha qualcosa da suggerirmi a proposito di questo incidente, la prego, gli dica di mettersi in contatto con me.» Si alzò. «Spero che la signora Belden migliori. Quello che ho sentito, sotto le sue ferite...» Cercò le parole per dirlo. «Penso che mi sarebbe piaciuta. Era una donna che sapeva combattere, vero?»

Gaeriel sollevò il sopracciglio sinistro.

Ottimo. Le aveva di nuovo ricordato i suoi poteri jedi. Guardare il pavimento non lo avrebbe aiutato, perché i piedi nudi della ragazza suggerivano uno spirito leggero e allegro. Tranne quando ci sono io nei dintorni. «Grazie. Sarà meglio che vada.»

Mentre si dirigevano verso la porta lanciò un’occhiata alla signora Belden. Non si era mossa. Gaeriel uscì dietro di lui nello squallido pianerottolo. «Luke», mormorò, «grazie per averci provato.»

«Luke»... finalmente aveva usato il suo nome. Si diresse verso il parcheggio sul tetto con il cuore molto più leggero.

Leia si sorprese ad affrettare il passo mentre conduceva 3BO oltre un portone sorvegliato da guardie bakurane nella vecchia ala corporativa del complesso Bakur. C1 le veniva dietro in silenzio scivolando sulle sue rotelline e Han chiudeva la retroguardia. L’ufficio privato del primo ministro Captisori era rivestito di legno rossastro. La sua scrivania era stata ricavata dalla radice nodosa di un gigantesco albero proveniente da qualche foresta pluviale. Il primo ministro era seduto al centro, dove una parte della superficie irregolare era stata spianata e levigata; aveva un cipiglio piuttosto scuro.

Erano tanto in ritardo? Improvvisamente si rese conto che la sua smorfia era diretta a 3BO e C1, non a lei. Agitò il controllore del bullone di costrizione per mostrare a Captison che entrambi i droidi erano sotto il suo controllo. Aveva anche programmato 3BO in modo che non parlasse finché lei non toglieva l’inibizione. Chiedergli semplicemente di tenere la bocca chiusa non le era sembrato giusto... o possibile. «Mi dispiace di essere stata trattenuta», esordì.

Captison non era un uomo fisicamente imponente, ma come Luke, irradiava fiducia in se stesso. «Spero che abbiate potuto risolvere il vostro piccolo problema personale.»

«Sì, grazie.»

Indicò due sedie a repulsione con il braccio teso. Han ne spinse una verso di lei e si sedette sull’altra. Di traverso. Ti amo, contrabbandiere, ripetè silenziosamente Leia mentre si accomodava sul sedile oscillante. «Devo porgervi le mie scuse formali per le morti avvenute questa mattina. Sarebbe possibile per lei mettermi in contatto con le famiglie dei combattenti che sono rimasti uccisi?»

Un angolo della bocca di Captison vibrò mentre guardava Han. «Penso che verrebbe molto apprezzato. Sì, farò in modo che voi possiate farlo. C’è anche stato un cambiamento nello schieramento della flotta ssi-ruuvi appena fuori della nostra rete di sicurezza», aggiunse Captison. «La nostra rete a sua volta ha modificato il suo schieramento per compensare la situazione. O almeno così mi dice il comandante Thanas.»

Leia colse l’occhiata obliqua di Han. «Vuol dire che il comandante riferisce sia a lei sia al governatore Nereus?» chiese Han.

Captison scrollò le spalle. «Gliel’ho chiesto io. Mi sembrava il minimo che potesse fare.»

Leia sospirò. «Forse non vi rendete conto di quanto sia insolito per un ufficiale imperiale degnare della minima attenzione la gente che in teoria è chiamato a difendere.»

«Ma no?»

Forse, invece, Captison lo sapeva perfettamente. Forse aveva lavorato a lungo e duramente per ingraziarsi il comandante Pter Thanas. «A ogni modo, ecco i droidi che le ho offerto. Possiamo provare a tradurre le vostre registrazioni?»

«Non vado pazzo per i droidi», disse Captison secco. «Ma a questo punto sono disposto a usarli, se c’è la minima possibilità che siano di aiuto.»

Leia puntò il controllore verso 3BO. Il droide ronzò sommessamente.

Come se non fosse mai stato zittito, 3BO intervenne. «Conosco sei milioni di forme di comunicazione, signore.»

Leia aveva sentito quella frase talmente tante volte che aveva dimenticato quanto era impressionante. L’improvviso interesse di Captison glielo ricordò. «È vero, sua altezza me lo ha detto ieri, a cena.» Toccò un comando della sua consolle da scrivania. «Zilpha, mandaci quelle registrazioni di trasmissione internave che abbiamo raccolto dai Flautati.» Si appoggiò allo schienale della sedia e spiegò: «Ne abbiamo a volontà dei loro ciangottii. Sembrano uno stormo di uccelli... uccellacci grossi e brutti, con voci profonde.»

«Be’, se c’è qualcuno che è bravo a parlare è il nostro ferraglia dorata.» Han diede un colpetto con le nocche della mano sulla spalla metallica di 3BO.

La testa di 3BO si voltò di scatto verso di lui. «Grazie, generale Solo.»

Una lucetta cambiò di colore accanto al gomito di Captison. «Eccoci. Fate ascoltare questo al vostro droide.»

«Può parlargli direttamente», intervenne Leia. «La sua designazione ufficiale è Di-Tre-Bi-O e risponde al nome di 3BO.»

«Va bene», disse Captison. «Ascolta, 3BO. Dimmi di che cosa stanno parlando.»

La consolle emise una serie di fischi, schiocchi e grugniti, in una gamma che andava da uno stridulo contralto a un basso sinistro. I Flautati suonavano uno strumento dall’estensione notevole. Mentre Leia ascoltava, osservava l’ufficio di Captison. Le sue due finestre guardavano su un parco rotondo ornato di figure in pietra. I vetri chiari delle finestre erano incorniciati da inserti di vetro colorato raffiguranti alti alberi frondosi con il tronco dritto. Alberi di namana, pensò.

3BO chinò la testa, la scosse. «Mi dispiace, primo ministro Captison, ma non riesco a ricavarne niente. È totalmente al di là della mia comprensione, anche se sono in servizio da molti anni e posso comunicare in ogni lingua che sia mai stata usata nello spazio repubblicano o imperiale.»

«I nostri Flautati vengono da fuori lo spazio repubblicano e imperiale», commentò Captison. «Come credo di avere fatto presente.»

Han si sfregò il mento. Leia non sapeva che cosa dire.

Da dietro di loro venne un sibilo altissimo. Sorpresa, Leia si voltò. C1 era al suo posto in un angolo rivestito di legno e fischiettava quella che sembrava un’imitazione perfetta della registrazione del primo ministro Captison.

«3BO», disse quando C1 ebbe finito, «non era esattamente così che si sono espressi gli Ssi-ruuk?»

«No di certo», rispose 3BO fermamente. «Ha sbagliato una nota di ben quattro cicli.»

C1 fece una pernacchia elettronica.

«Lubrifica i tuoi transistor, mucchio di ferraglia», ritorse 3BO. «Non ti permetto di usare questo linguaggio con me.»

Captison sollevò un sopracciglio bianco. «Li può duplicare con questa esattezza?»

«Se C1 ritiene di sì non ho ragione di dubitare di lui, anche se non mi era mai venuto in mente che ne fosse capace», ammise Leia. «Signore, sono sicura che se gli diamo abbastanza tempo e materiale su cui lavorare, 3BO potrebbe fare un valido tentativo di decodificare questo linguaggio.»

«Se ci riesce», disse Captison indicando il piccolo droide azzurro, «abbiamo qualcuno che lo può parlare come se fosse la sua lingua madre. Portate i vostri amici metallici nell’ufficio del mio assistente. Zilpha gli darà abbastanza registrazioni da tenerli occupati fino a domani notte.»

Il governatore Wilek Nereus addentò un’estremità di un bastoncino di namana e masticò pensierosamente. In quel vialetto circondato da vegetazione, con alte felci e piante di frutto della passione tutt’intorno, poteva dimenticare per il momento la minaccia che pendeva su Bakura e pensare alla sua carriera. Con Palpatine e Vader morti, l’Alleanza Ribelle, la cui pericolosità nei comunicati ufficiali veniva doverosamente e sprezzantemente minimizzata, costituiva una minaccia da non trascurare.

Ma tutti i pronostici erano ancora in favore dell’Impero e qui a portata di tiro lui aveva due importanti capi della ribellione. Lui, personalmente, poteva sensibilmente indebolire l’Alleanza.

Respinse questa distrazione. Mentre passeggiava lungo il vialetto i suoi pensieri ripresero a percorrere il cammino originale. Di certo qualche nuovo personaggio sarebbe salito sul trono imperiale. Nereus era tentato di calcolare i rischi e le opportunità di vittoria se avesse azzardato lui stesso quel salto, ma da dove si trovava, lì in periferia, non aveva nessuna possibilità sostanziale di riuscita... e chi tentava quel salto e non riusciva era un uomo morto. Dunque avrebbe dovuto attendere che un nuovo imperatore emergesse, adularlo ed esaltarlo, e nel frattempo fare di Bakura una testimonianza eloquente delle sue capacità di governare in modo produttivo e pacifico.

Sempre che gli Ssi-ruuk non gli portassero via tutto. Li disprezzava per principio, li avrebbe disprezzati anche se non ci fosse stata quella complicazione dell’intecnamento. Da giovane aveva avuto due hobby: la parassitologia aliena e la xenodentizione. L’Impero aveva avuto l’occasione di sfruttare, con molta discrezione, entrambi questi suoi interessi. Gli alieni erano creature da dissezionare o da combattere... non con le quali allearsi.

Il suo aiutante si mise sull’attenti a qualche passo di distanza dalla fontana centrale della parte sud-est del parco. Nereus aveva dato ordine di non essere disturbato per nessun motivo e lasciò che il messaggero aspettasse il suo comodo. Era andato lì per godersi un paio di minuti di pace e, per tutte le forze e gli equilibri adorati da questi sciocchi, non aveva intenzione di lasciarseli rubare.

Morse di nuovo la barretta dal sapore fruttato e guardò nel cuore della fontana, crogiolandosi nel piacevole calore che il dolce produceva in lui. Controllava bene la sua dipendenza da namana: nettare solo la sera e solo due pause al giorno per mangiare il candito, di solito passate lì, vicino alla fontana. L’acqua saltava, spinta da motivatori sonici, in dozzine di diverse, vorticose sfide alla gravità, finché Bakura non la ricatturava e la trascinava nella turbolenta vasca azzurra sottostante.

Anche l’Impero sapeva sopravvivere alle turbolenze. I colleghi di Nereus avevano fatto della burocrazia imperiale un animale che si autoperpetuava, e al servizio dell’Impero Wilek Nereus avrebbe fatto carriera più in fretta, acquisendo più autorità ed esercitando un maggior potere, che in qualunque altro sistema di governo. E quindi era disposto a vendere tutto e tutti pur di mantenere il controllo imperiale su Bakura. La perdita della seconda Morte Nera lo aveva molto deluso. La paura era il sistema migliore per tenere in riga Bakura. Be’, di certo, ora gli indigeni erano spaventati. Sospirando, si voltò verso il suo aiutante. «Confido che si tratti di qualcosa di grave.»

«Signore.» L’aiutante salutò. «C’è un messaggio personale diretto a lei sulla rete olografica, proveniente dalla flotta ssi-ruuvi.»

I Flautati avevano catturato diverse navi imperiali da quando avevano ricevuto il messaggio di Sibwarra: ora avevano accesso alla rete olografica. «Idiota», proruppe Nereus, «perché non me lo hai detto prima? Passamelo sulla mia scrivania.»

L’aiutante si tolse un comunicatore dalla cintola per riferire l’ordine ricevuto. Nereus s’incamminò lungo il sentiero muschioso. Due guardie in uniforme tenevano aperte delle porte a vetri nell’angolo di un tunnel sotterraneo che univa il viale boscoso con il successivo. Nereus girò a sinistra, poi di nuovo a sinistra per arrivare agli uffici del suo staff e al suo ufficio privato con le ampie finestre.

Sopra la plancia ricevente dell’HoloNet accanto alla sua scrivania, pulsava una luce verde. Si raddrizzò il colletto e si passò una mano sulle insegne che portava sul petto per assicurarsi che non fossero sporche di polline, poi voltò la sedia a repulsione in modo da trovarsi di fronte al trasmettitore. «Sono pronto», disse alla scrivania. Strinse le dita attorno ai braccioli. Che cosa mai potevano volere ora i Flautati?

Una figura translucida alta un metro apparve sopra la piattaforma ricevente: un umano vestito con una tunica a righe. «Governatore Nereus.» La figura s’inchinò profondamente. «Forse si ricorderà di me, io sono...»

«Dev Sibwarra», ringhiò Nereus. Quello sì che era un parassita alieno. «Sì, ti conosco quanto basta. Quali notizie gioiose ci porti, questa volta?»

Sibwarra scosse la testa. «Meno gioiose di prima, temo, ma forse del tipo che per ora le procureranno un piacere maggiore. I potenti Ssi-ruuk, avvertendo la vostra esitazione a unirvi all’Impero nella sua ricerca dell’unità galattica, della libertà dalle limitazioni fisiche...»

Nereus afferrò un lungo dente di Llwelkyn che era appoggiato su una pila di fogli. «Vieni al punto.»

Sibwarra tese una mano. «L’ammiraglio Ivpikkis è disposto a ritirare la sua flotta dal vostro sistema solare, se acconsentirete a soddisfare una nostra richiesta.»

«Continua.» Nereus fece correre un dito sul lato tagliente del dente. Se l’ologramma fosse stato di carne, lo avrebbe potuto trafiggere...

«Fra i nuovi visitatori del vostro sistema c’è un uomo che si chiama Skywalker. Se lo consegnerete a una delegazione di Ssi-ruuk, noi ce ne andremo immediatamente.»

Nereus fece un suono scettico. «E perché lo volete?»

Sibwarra inclinò la testa e strinse gli occhi, acquistando l’aspetto di un rettile. «Vogliamo solo liberarvi da una presenza sgradevole.»

«Non ci credo nemmeno per un istante.» Certo che se gli alieni si fossero trasferiti altrove alla ricerca di ricariche umane per i loro droidi... e lui sarebbe stato felicissimo di suggerirgli una destinazione, che so, Endor... allora Bakura sarebbe tornata al suo status quo, lui sarebbe rimasto al potere e avrebbe potuto avvertire l’Impero del pericolo che si avvicinava.

Sibwarra disse: «Mi dicono di ammettere che ci sarebbe utile in alcuni esperimenti».

«Oh, certo.» Hah! Qualunque fosse il vero motivo per cui avevano bisogno di Skywalker, doveva avere a che fare con l’intecnamento. Non si fidava di Sibwarra e nemmeno dei suoi padroni rettili. Se volevano Skywalker, doveva fare in modo che non ci mettessero le mani sopra.

Ma doveva esserci un modo di far tornare questa proposta a proprio vantaggio. «Ho bisogno di tempo per sistemare le cose.» Avrebbe potuto uccidere Skywalker subito. Oppure... sì, avrebbe potuto aiutare gli Ssi-ruuk a catturare il giovane Jedi, ma accertarsi che morisse prima che potessero usarlo, prendendo due piccioni particolarmente pericolosi con una fava.

Ma chissà se gli ufficiali ribelli avrebbero obbedito a Thanas, una volta che il loro comandante fosse svanito, rapito dalla flotta nemica? Picchiettò il lungo dente d’avorio sul suo tavolo. Sì, se fosse stata la loro unica speranza di sopravvivenza.

Guardandolo con i suoi occhi stretti, Sibwarra premette le mani l’una contro l’altra e si toccò il mento con le dita unite. «Un giorno sarà sufficiente per completare i suoi preparativi?»

Oh, quanto lo disprezzava. «Penso di sì. Chiamatemi di nuovo domani, intorno a mezzogiorno.»

Tre rapidi colpi alla porta dell’ufficio di Gaeriel interruppero il suo tentativo di recuperare il lavoro della mattina. L’allusione di Luke Skywalker al fatto che fossero stati gli Imperiali a rubare la mente di Eppie l’aveva tormentata per tutto il tragitto fino al complesso Bakur. Subito dopo essere arrivata aveva controllato la fedina penale di Eppie. Tutti quelli che erano stati arrestati durante i rastrellamenti ne avevano una, perfino suo zio Yeorg (per un reato minore).

Ma non Eppie. O era svanito o era sottoposto a un codice di estrema sicurezza. Ma perché l’Impero avrebbe dovuto disturbarsi a nasconderlo?

Fermò e sigillò il suo programma di controllo delle entrate fiscali e gridò: «Avanti».

Una donna magra e vestita con una tuta verde scuro si guardò alle spalle ed entrò dalla porta.

Gaeriel si raddrizzò sulla sedia. «Aari. Che cosa c’è?»

«Intercettazione», lesse sulla bocca di Aari, silenziosamente. «Ufficio di Nereus.»

Gaeriel le fece segno di avvicinarsi. Il suo staff era riuscito ad aggirare diversi sistemi di sicurezza che proteggevano l’ufficio di Nereus, ma, di sicuro, anche lui aveva orecchi nell’ufficio di Gaeriel. «Che cosa hai sentito?»

Le labbra di Aari sfiorarono l’orecchio di Gaeriel mentre sussurrava: «Gli Ssi-ruuk hanno appena fatto un’offerta a Nereus se avesse accettato di consegnargli il comandante Skywalker».

Gaeri sentì un blocco di ghiaccio nello stomaco. Luke Skywalker aveva visto l’imperatore morire. Era ovvio che non era semplicemente un giovane Jedi. Doveva essere un individuo cruciale per l’Alleanza... per l’intera galassia che stava così rapidamente cambiando.

E allora perché loro volevano tanto averlo? Gaeri sentì le dita dei piedi che si arricciavano nervosamente nelle sue scarpe. Luke aveva rischiato consapevolmente di giocarsi la sua benevolenza quando aveva usato i suoi poteri per aiutare Eppie e, francamente, era una decisione che lei aveva ammirato. Se i Jedi erano davvero tanto egoisti, come mai aveva agito secondo ciò che dettava la sua coscienza nonostante la disapprovazione di Gaeri, quando era ovvio che desiderava tanto disperatamente e spaventosamente diventare suo amico?

Evidentemente gli Ssi-ruuk pensavano di poterlo manovrare. Se fosse stato così, qualunque essere umano, perfino Wilek Nereus, avrebbe avuto interesse a tenerlo lontano da loro. O Nereus non capiva che cosa avrebbe potuto significare per l’umanità consegnare Skywalker ed era talmente ossessionato dal desiderio di scacciare l’Alleanza da questo pianeta da non pensarci, oppure...

Oppure avrebbe tentato di uccidere Luke prima che gli Ssi-ruuk potessero catturarlo per conto loro. Questo voleva dire che per Luke Skywalker, qualunque cosa egli fosse, non c’era più molto tempo...

Doveva avvertirlo? Non fare niente avrebbe voluto dire portare peso al piatto di Nereus nella bilancia dell’equilibrio cosmico. Aiutare Skywalker poteva voler dire alleggerire il peso di tutto il resto dell’universo.

Ma era difficile pensare in termini così universali quando un pericolo concreto e immediato minacciava la gente di Bakura. Luke l’aveva convinta, se non altro, che avrebbe fatto tutto quanto era in suo potere per aiutare Bakura a respingere gli Ssi-ruuk. «Grazie, Aari.» Si alzò in piedi e controllò il suo cronografo. A quest’ora la gente per bene stava già cenando. «Ci penserò io.»

12

Luke s’incamminò con passo stanco lungo il corridoio di pietra bianca verso il loro appartamento. Dopo aver parlato con Gaeriel e la signora Belden, aveva passato il resto della mattina e metà del pomeriggio a discutere con i responsabili della manutenzione allo spazioporto. La sua reputazione di Jedi si stava diffondendo, evidentemente. Gli avevano concesso il loro riluttante rispetto quando avevano visto che era disposto a sporcarsi le mani accanto a loro (era stato quello il momento migliore) poi gli avevano promesso che tutti i rimanenti caccia Ala-A sarebbero stati riparati in giornata. Luke sospettava che i migliori meccanici di Bakura stessero già lavorando a tempo pieno sull’incrociatore imperiale Dominant.

Poi, senza il tempo di lavarsi e vestirsi, aveva dovuto aiutare il suo furiere con l’approvvigionamento della flotta, spendendo l’equivalente del bilancio di quello che forse un giorno sarebbe stato il (per ora inesistente) governo alleato. Avrebbe dato parecchio per avere Leia al suo fianco, in quell’occasione. E tutto questo durante una giornata passata a guardarsi dietro le spalle sempre credendo di vedere degli Ssi-ruuk e a chiedersi che cosa voleva dire in realtà quell’avvertimento ricevuto in sogno. C’era da stupirsi che il suo corpo ancora convalescente avesse ripreso a dolere?

Un paio di soldati imperiali erano di guardia nell’ampio corridoio su cui dava l’appartamento, con i fucili blaster sul petto. Stanco com’era sentì comunque che il suo corpo pompava adrenalina nel sangue. La sua mano, precedendo sul cervello, corse alla spada laser.

Poi la ragione sopraggiunse. Lasciò cadere le mani lungo i fianchi, a dita allargate. «Scusate», mormorò alla guardia più vicina. «Non sono abituato a queste cose.»

«Capisco, signore.» L’Imperiale fece un passo indietro. Luke entrò, poi attraversò di corsa il soggiorno e si buttò sul suo letto a repulsione, scaricando la tensione in una risata sonora. Non avrebbe mai immaginato una situazione tanto ridicola. Il suo appartamento sorvegliato da due soldati imperiali «alleati»?

Guardò fuori dalle enormi finestre della sua camera e si chiese quanto avrebbe dato lo zio Owen per la pioggia scrosciante che era appena iniziata là fuori. Quella che su Bakura era una normale estate, su Tatooine sarebbe stato il paradiso.

Una luce ammiccava sulla sua consolle personale: un messaggio. Sospirando lo ascoltò. Il senatore Belden lo invitava a cena.

Luke gemette. Gaeriel doveva avergli dato il suo messaggio, ma lui era tornato troppo tardi. Non avrebbe nemmeno avuto il tempo di lavarsi se decideva di correre subito là. Aveva bisogno di parlare con l’anziano senatore... se non altro per discutere della salute di sua moglie.

Luke compose un messaggio in cui chiedeva educatamente di rimandare il loro incontro al giorno dopo, lo mandò e si chinò per togliersi gli stivali. Il campanello suonò. «Oh, no!» bisbigliò, irritato. Gli avevano mostrato come usare la consolle personale per vedere chi c’era alla porta. Pigiò diversi bottoni ma non riuscì a farla funzionare. Desiderando ardentemente di non sentirsi tanto sporco di grasso, attraversò di corsa il soggiorno e andò ad aprire di persona.

Gaeriel era girata rispetto alla porta, dando l’impressione che avrebbe preferito continuare a camminare piuttosto che parlare con lui. Portava una borsetta di corda sulla gonna blu e, come prima, la sua sola presenza nella Forza lo faceva tremare tutto. «Comandante?» chiese in tono esitante. «Posso parlarle per un paio di minuti?»

Luke indietreggiò sotto lo sguardo curioso delle sentinelle imperiali. «Prego.»

Una volta che la porta si fu chiusa, Gaeriel avvicinò le mani a coppa alla sua bocca e bisbigliò: «Ci ascoltano. Lei sta per sparire». Aprì e sollevò la borsetta. Dentro c’era una scatola grigia simile a quella che avevano visto nell’appartamento dei Belden. Fece scattare un interruttore e poi disse a voce un po’ più alta: «Generatore di campo distorsivo. Non posso lasciarlo in funzione per più di un paio di secondi. Lei è in pericolo».

«Che cosa c’è che non va?»

«Gli Ssi-ruuk si sono fatti avanti con il governatore Nereus.» Tornò a infilare la mano nella borsetta. «Siete comodi qui, comandante?» chiese a voce alta.

Luke dovette pensare velocemente. «La situazione è un po’ scomoda per me», rispose. «Ho una reazione allergica all’armatura dei soldati imperiali.»

Bravo, disse con le labbra Gaeriel. Sollevò un sopracciglio, quello sopra l’occhio verde, poi un’altra torsione del polso e, piano: «Hanno chiesto al governatore Nereus di consegnarla a loro; se lui lo farà, lasceranno Bakura».

L’avvertimento del sonno gli tornò in mente d’un tratto. Quindi avevano intenzione di muoversi attraverso Nereus. «E naturalmente, il governatore è molto tentato.»

«Non penso proprio. Non è stupido. Se la vogliono, farà in modo che non riescano ad averla vivo.» Abbassò lo sguardo e mosse di nuovo la mano. «Tutti noi dobbiamo cercare di dominare le nostre reazioni istintive, suppongo», confidò.

E pensare che Leia era tanto sicura che Nereus non avrebbe fatto loro del male. Adesso sì che comincia la festa. «Ma i nostri appartamenti sono bellissimi.» Fece un gesto verso il salottino. «Sono stato in piedi tutto il giorno. La prego, si sieda, così posso farlo anch’io.»

«Non penso che sarebbe opportuno.»

Luke rivestì la sua voce con l’aiuto della Forza di vibrazioni tranquillizzanti. «Vorrei tanto che lei si fidasse di me.»

Gaeriel fece scivolare di nuovo la mano nella borsetta. «Suppongo che la mia reazione ai Jedi sia simile alla sua per i soldati imperiali.»

«Io sto imparando a dominarla.»

«Anch’io. Eppie dormiva ancora quando sono tornata.» Distolse lo sguardo, poi borbottò: «Grazie. Ora... la mia aiutante e io abbiamo intercettato una trasmissione degli Ssi-ruuk. Il governatore Nereus ha chiesto un giorno di tempo per organizzarsi».

«Un giorno.» Luke annuì. «Grazie.»

Piccolo movimento. «Il vostro alieno ha qualche necessità speciale? Che cosa ha detto che è, un Wook?»

«Un Wookiee. No, niente di speciale, solo doppia razione di qualunque cosa mangiamo noi.»

«Capisco.» Accese di nuovo il generatore. «Non possono semplicemente prelevarla, come farebbero con noi gente comune, sa? Nemmeno il governatore Nereus può farlo. Si guardi le spalle. Si guardi dalle guardie. Stia attento a quello che mangia, che beve e che respira.»

«Che cosa vogliono gli Ssi-ruuk da me?»

Gaeriel scosse le spalle.

«Starò attento», promise a voce bassa. Nereus probabilmente avrebbe cercato di giocare su più tavoli, cercando di convincere gli Ssi-ruuk che aveva l’intenzione di cooperare.

E forse l’aveva davvero.

«Già cenato, stasera?» chiese Gaeriel. «Posso far mandare una cena leggera al mio alloggio e poi farla dirottare quassù.»

Commosso, Luke cercò di togliere una macchia di grasso dalla sua tuta, poi si limitò a coprirla con una mano. «Farebbe questo per me?»

Una volta che Gaeriel ebbe ordinato al centro comunicazioni un piatto il cui nome lui non sarebbe riuscito né a pronunciare né a ricordare, scese un silenzio imbarazzato. Luke rimase zitto, chiedendosi che cosa avrebbe detto lei alla fine se aspettava. Alla fine, la ragazza smise di passeggiare su e giù, di guardare fuori della finestra e sul soffitto. Gli lanciò un’occhiata. «Sta ascoltando i miei pensieri?» chiese bruscamente.

La sua borsetta di corda era appoggiata sul divano. «Non posso farlo», disse Luke, prudente. «Alcuni dei suoi sentimenti filtrano attraverso la Forza, ma questo è tutto.» Non proprio tutto.

«Non è comunque giusto. Io non posso sapere che cosa sta provando lei.»

Luke tolse la scatola grigia dalla borsetta e l’accese. «Le piacerebbe sapere che cosa sto provando?»

«Sì.»

Luke respirò a fondo. Una cosa era l’onestà e una cosa l’idiozia. Se solo avesse avuto il dono di Leia con le parole. «Io la conosco già più profondamente di chiunque altro. Naturalmente, questo peggiora le cose, perché tutto quello che lei sa di me è quello che pensa di credere.» Era stato chiaro? Continuò, imperterrito. «I suoi sentimenti verso di me sono forti. E di una forte ambivalenza.»

Gaeriel si avvicinò al salottino. «Non è che io abbia paura di lei, comandante...»

«Luke», insistè lui.

«Ho delle obiezioni di carattere religioso per quello che lei è. Per quello che è diventato. Lei non è nato Jedi. E sarà meglio spegnere quell’affare per un paio di secondi, o saremo nei guai tutti e due.» Fu allora che lui lo percepì: un flusso di attrazione intensa che non proveniva da lui. Cinque anni prima, avrebbe potuto prenderle la mano e lasciare tutto, la flotta, l’Alleanza, la Forza, per seguirla.

Ma quei cinque anni avevano cambiato il suo destino. Forse avrebbe potuto farle cambiare idea.

Un momento, si disse. Che diritto aveva di contestare la sua fede? Partecipava anche lei, come chiunque altro, della Forza, anche se non voleva accettarlo.

Spense velocemente il generatore. «Da quanto tempo è una senatrice?» chiese. Quella certo sarebbe stata considerata una domanda innocente.

«Il senato mi ha eletto cinque anni fa. Da allora ho studiato, qui o al centro imperiale. E non sia troppo impressionato dal titolo.» Picchiettò i pollici l’uno sull’altro. «Più che altro consiste nel trovare nuovi e più ingegnosi metodi per succhiare tasse ai Bakurani. Adesso però otteniamo dall’Impero informazioni e cultura, in cambio. Alcuni sono ottimi», aggiunse, «ma altri hanno qualche attrattiva solo per gente che la pensa come il governatore Nereus.»

In ognuno dei pianeti soggiogati c’era sempre qualcuno che dava il benvenuto all’Impero perché era già in fondo al cuore un Imperiale. «Non credo che lei sia tra questi.»

Gaeriel lanciò un’occhiata al generatore. Forse la conversazione stava diventando troppo personale. «Piove sempre così?» chiese Luke. «Io sono cresciuto su un pianeta desertico.»

Dopo qualche altro generico commento sul tempo, riaccese il generatore. «Rispetterò le sue paure», promise. «E la sua fede.»

Il campanello suonò.

Gaeri saltò in piedi e andò ad aprire, grata dell’interruzione. Non aveva nessun diritto di giocare così con il destino e nessuna speranza di convincere Skywalker a vedere l’universo come lo vedeva lei.

Uno dei suoi aiutanti spinse un carrello a repulsione attraverso la porta. Gaeri fece cenno al ragazzo di parcheggiarlo fra i sedili. Una volta che se ne fu andato, scoprì l’unico piatto. «Spero che le piaccia il pesce.» Cresciuto su un mondo desertico... e questa era la seconda volta in due giorni che gli servivano pesce.

«Resta con me?»

«Perdoni la mia vigliaccheria, Luke, ma...»

Senza dire una parola Luke sganciò dalla sua cintura un oggetto cilindrico e lo appoggiò sul carrello. Era lungo quanto basta per poterlo impugnare a due mani e sembrava la metà di un’arma.

«È quello che penso che sia?» chiese a bassa voce.

«Probabilmente lei sarebbe più al sicuro qui che a casa sua.» La sua faccia divenne tutta rossa. «Mi dispiace», aggiunse. «Sembro uno di quei soldati spacconi delle truppe d’assalto.»

Almeno sapeva ridere di se stesso. Gaeriel esitò. Sarebbe probabilmente stata al sicuro per un paio di minuti. «Ci sono due di loro là fuori nel corridoio», gli ricordò, «e se fossi in lei, io non mi fiderei più molto di loro. Però... questo ha l’aspetto di essere molto fresco. Sì, le farò compagnia.»

Evidentemente il pesce gli piaceva perché mangiò come se stesse per morire di fame. Lei si limitò a prenderne qualche morso. Dopo pochi minuti, Luke tornò ad allungare la mano verso il generatore, che ora giaceva sul carrello accanto alla spada laser. «La sua fede è condivisa da molti Bakurani?»

Sollevata dal fatto che fosse stato lui a sollevare l’argomento, rispose: «Molti sono più ortodossi di me. Mia sorella è un’asceta. Vive quasi di nulla, per lasciare di più agli altri. Io sono meno... devota. Siamo una minoranza, ma l’universo intero potrebbe stare in equilibrio su un atomo, se disposto nel modo giusto».

«Sento attraverso la Forza che lei è una donna profonda. Di sentimenti profondi.»

«E io che credevo di aver convinto tutti di essere una carrierista senza scrupoli.»

«Tutti gli altri ne sembrano convinti.»

«Bene», disse in tono leggero. Non devo guardare nei suoi occhi... ma sono di un azzurro così delicato.

«Là fuori ci sono gli Ssi-ruuk.» Fece un gesto con la forchetta. «E ho un giorno al massimo per prepararmi ad affrontarli.»

«Di meno.»

«Una volta che avrò sistemato questa faccenda con loro, tornerò... per parlarti, per vedere se c’è qualche speranza che tu cambi idea su di me. Sui Jedi. Avevi ragione solo in parte quando hai detto che non sono nato Jedi. La Forza scorre potente nella mia famiglia.»

Sorpresa, Gaeriel prese un sorso d’acqua dal suo bicchiere. Con la mente si era quasi aspettata di sentirgli dire qualcosa del genere, con il cuore lo aveva quasi sperato.

Perché non ammetterlo? si chiese. Vediamo come reagisce. «Grazie per essere stato... onesto. Non c’è tempo per l’educazione. E io sono molto attratta da te, il che è pericoloso.»

Luke scosse la testa. «Io non...»

«Sì, lo faresti. Se solo ti incoraggiassi.» Abbassò lo sguardo sulle mani intrecciate. «Sarebbe facile per te manipolare una persona, se volessi.»

«Non lo farei mai», rispose lui, arrossendo. «Sarebbe disonesto. Non ci sarebbe futuro per una relazione basata su simili inganni.»

Gaeriel toccò il suo pendente. «Chi sei, Luke Skywalker? Chi ti dà il diritto di avere questi poteri?»

«Sono un...» esitò. «Un ragazzo di campagna, suppongo.»

«Una famiglia di campagnoli nei quali la Forza scorre tanto potente?» chiese lei, sarcastica.

Il colore svanì dal suo volto. Doveva aver toccato un nervo scoperto. «Mettiamola così», mormorò Luke, finendo il piatto. «Ci saranno sempre persone forti e malvagie. Se il solo modo di proteggere gli altri è che alcuni di noi divengano potenti nella Forza per fare del bene, non sarebbe giusto farlo? Anche se le tue convinzioni sono giuste, questo significa che qualcun altro ne verrà diminuito? La gente si sacrifica continuamente per una buona causa. Io non ho chiesto a nessuno di morire per me.»

Quasi persuasa, Gaeriel cercò di resistere a quella che sembrava la sua genuinità. «Il cosmo deve restare in equilibrio.»

«Sono d’accordo. Il lato oscuro è sempre in agguato, e chiede violenza, vendetta, tradimento. Più si diventa forti, più è grande la tentazione.»

Gaeriel sentì che la mano le tremava. «Allora se tu, tu amassi qualcuno, diventerebbe ancora più facile per te odiarlo.»

Luke abbassò gli occhi sul generatore e sollevò un sopracciglio.

Gaeriel si obbligò a non vedere la ferita nei suoi occhi. «Non c’è bisogno di spegnere il generatore», disse. «Per quanto ne sanno, potremmo mangiare in silenzio.»

«Ecco un altro equilibrio.» Si appoggiò una mano sulla fronte sporca di grasso. «Come le montagne del mio mondo natale sono equilibrate dalle gole che le attraversano. Io ho perso degli amici, dei parenti, dei maestri. L’Impero ha ucciso la maggior parte di loro. Se non avessi mai cominciato il mio addestramento di Jedi, sarebbero morti comunque.» Si accigliò. «E sarei morto anch’io. Il giorno in cui ho incontrato il primo dei miei maestri, l’Impero ha colpito la nostra fattoria. Hanno ucciso mio zio Owen e mia zia Beru mentre io ero lontano. Tutti quelli che si trovavano a casa sono morti. Non hanno fatto lo stesso qui? Ti piace l’impero?»

«É una domanda sleale.»

«Ti piace?» incalzò.

Ma certo. Non era così? «L’Impero ha più potere di quanto sia necessario a qualunque governo», ammise. «Eppure la sudditanza che impone è compensata da molti vantaggi. Uno dei vantaggi del vivere sotto l’Impero è che le possibilità di avere un’educazione sono molto aumentate. Gli studenti migliori possono proseguire gli studi al centro imperiale.»

Luke fece una smorfia. «Mi hanno detto che quelli più brillanti non tornano più a casa.»

Come lo sapeva? Certo, molti restavano, perché gli venivano offerti impieghi allettanti. Altri svanivano. Lei aveva preferito tornare a casa. «Diciamo che abbiamo tutti imparato a tenere qualcosa per noi. Ma su Bakura il governo imperiale è stato un bene. Ha riportato l’ordine quando eravamo vicini alla guerra civile. Ha degli svantaggi, ma sono sicura che la vostra gente ti dirà che anche l’Alleanza ha dei problemi.»

«Sono i problemi della libertà.»

Questo faceva male. «Ci avete spaventati quando è arrivata la vostra forza d’attacco. La reputazione che ha l’Alleanza Ribelle è di essere una forza che distrugge, non che costruisce.»

«Suppongo che da un punto di vista imperiale, sia vero. Ma non siamo dei distruttori. Lo giuro.»

Di certo non è un diplomatico. «Grazie per averne parlato con me», disse. «Adesso mi sento meglio...»

«Vorrei sentirmi meglio anch’io.»

«... E più sicura di me stessa», mentì con fermezza. Infilò la mano nella sua borsa, mosse il polso e si passò la borsetta su una spalla. «Combatteremo insieme contro gli Ssi-ruuk.»

Luke fece un gesto con il polso. Gaeriel accese il generatore un’ultima volta. «Sarebbe possibile che noi... che io... possa procurarmi qualcuno di quegli aggeggi?» Indicò la borsetta.

Scosse la testa. «Questo è di Eppie. Ce ne sono solo pochi su Bakura, e sono di proprietà delle famiglie che arrivarono qui per prime. Siamo riusciti a tenere segreta la loro esistenza al governatore Nereus.»

«Peccato.»

«Sì, peccato», assentì, Gaeri. «Porterò fuori io il carrello.»

Luke tornò ad agganciare la spada laser alla sua cintura.

La accompagnò alla porta. Voleva accarezzarle la mano, ragionare con lei, usare la Forza per erodere le sue difese. Perfino supplicarla gli sembrava un corso d’azione ragionevole. Invece aprì la porta e si infilò i pollici nella cintura.

«Grazie», disse lei. I soldati rimasero a guardare mentre lei spingeva via il carrello e si incamminava per il corridoio senza voltarsi indietro. Una volta che fu scomparsa dietro un angolo, Luke lasciò cadere le mani lungo i fianchi. Le strinse a pugno, le rilassò, le strinse di nuovo. Il suo talento gli aveva aperto delle porte: porte che portavano a terribili pericoli, sia nello spazio sia negli angoli più luminosi, più tenebrosi, più vasti della sua anima, ma era sempre stato libero di scegliere di varcarli.

Gaeriel aveva cercato di chiudergli una porta in faccia, ma non c’era riuscita. Aveva sentito il conflitto che si svolgeva dentro di lei. Non lo avrebbe rifiutato per sempre.

Ma d’altra parte, forse l’avrebbe proprio fatto. Esausto, chiuse la porta dell’appartamento dietro di sé e si diresse lungo il corridoio nella direzione opposta. Sulla sua sinistra si apriva un portello di accesso al tetto. Spinse il portello e salì sul tetto.

Di notte, il giardino pensile avrebbe potuto essere una io-resta, impenetrabile e primitiva. L’aria ferma gli rinfrescò il viso. Famiglie di alberi dal tronco bianco spuntavano da nodosi ammassi di radici, per poi salire e terminare in una chioma di ramoscelli giallo-arancio, ancora umidi ma non più gocciolanti. Due piccole lune rotonde e diverse dozzine di stelle molto brillanti illuminavano con il loro fioco chiarore un sentierino che serpeggiava fra i muschi.

Poco lontano dall’ascensore il sentiero si divideva. Luke si fermò a pochi metri dall’estremità appuntita del complesso. Si inginocchiò su una panchina e appoggiò i gomiti sul parapetto di pietra, guardando giù. La città si allargava sotto di lui nei suoi cerchi concentrici, illuminata da lampioni bianco-azzurri al centro, poi giallo pallido, poi rossastro...

Come un diagramma di tipi stellari, capì all’improvviso. I fondatori di Salis D’aar dovevano aver progettato la città in modo che ricordasse la sequenza dei tipi di stelle, con le case più belle, come la residenza dei Captison, nella zona dei gialli soli ospitali.

Averlo capito lo tirò su di morale. Non era male per un essere umano imparare a sfruttare al meglio i suoi talenti naturali. Se la religione di Gaeriel fosse stata portata alle logiche conseguenze, avrebbe portato tutti indistintamente a diminuirsi e limitarsi da soli.

E poi, la sua vita non era più sua.

Gli parve di riuscire a vedere i puntini di luce in lento movimento sopra di lui, che erano navi impegnate nella rete difensiva orbitale. Erano lassù legate le une alle altre in posizioni prestabilite, unite da ordini comuni, e da un comune nemico.

Molti di quelli lassù avevano dei compagni da cui ritornare, o che almeno, se la loro vita fosse stata reclamata in quest’ora di estremo bisogno, li avrebbero pianti. Più diventava potente nella Forza, più sarebbe diventato difficile trovare una donna disposto ad accettarlo.

Aprì le mani vuote. «Ben?» sussurrò. «Ben, vieni da me, ti prego. Ho bisogno di parlare con qualcuno.»

Nessuno gli rispose, nemmeno la brezza. Lungo la superfide del muro una creaturina lunga quanto il suo mignolo sgattaiolò via su venti frenetiche zampette. Luke si concentrò sul ritmo di quelle zampette, espandendo il suo spirito. Quando fu svanita in una crepa, chiamò di nuovo. «Maestro Yoda? Sei qui?»

Che domanda stupida. Yoda era nella Forza e di conseguenza dovunque. Ma non gli rispose.

«Padre?» chiamò, esitante, poi ripetè, «padre», chiedendosi se Anakin avrebbe capito. Cercò di mettersi nei panni di Gaeri. Con la sua casa minacciata e la sua vita in pericolo, chi arrivava? Un uomo che la spaventava profondamente, un Jedi.

Sentì qualcuno che si avvicinava. Ben? pensò, ma l’intensità non era quella di un maestro e portava con sé l’inquieto perpetuo lottare di una persona vivente. Passi leggeri vennero verso di lui sul sentiero. Leia esitò al bivio, il vestito bianco luminoso fra i tronchi bianchi e le liane scure.

«Sono qui», chiamò Luke.

Leia si diresse verso di lui in fretta. «Stai bene?» Si tirò sulle spalle uno scialle bakurano di lana blu. «Ho sentito... be’, ho pensato che mi stessi chiamando attraverso la Forza.»

Anche a Bespin lo aveva trovato nello stesso modo. Luke si mise a sedere sulla panchina. «È stata una giornata lunga e dura. E la tua?»

«Ah», rispose lei, «buona. Ho lasciato C1 e 3BO con il primo ministro Captison.» Qualche cosa in lei sembrava supplicarlo di non notare quanto era eccitata. Sembrava tutta soffusa di euforia.

Invidioso, Luke disse: «Lascia che fluisca, Leia. Lui ti ama».

Leia gli lanciò un’occhiataccia. «Non ti si può nascondere mai niente, eh? Siamo andati a fare una passeggiata. Abbiamo parlato. Abbiamo... be’ è difficile trovare un momento per stare da soli.»

Luke sorrise, intimidito. «Dunque questo è quello che mi sono perso. Crescendo come figlio unico, voglio dire.»

Leia agitò le punte dello scialle. «È bello avere un fratello. Qualcuno con cui parlare.»

«Be’, tu hai anche Han. Qualcuno che ti permetterà di trasmettere ad altri le doti di famiglia», aggiunse, cupo. «Non sembra proprio che io avrò quest’occasione.»

Leia gli appoggiò una mano sulla spalla. «Che cosa c’è, Luke? È quella senatrice?»

«Un Jedi non sente il richiamo della passione.» Chiunque potesse manipolare le sue emozioni poteva metterlo in pericolo, rendergli impossibile calmarsi... impossibile controllarsi. «Ma a volte è la Forza a controllare me, e non viceversa. Ed evidentemente, favorisce la vita.»

«Allora è proprio lei. Cominciavo a preoccuparmi per te, Luke. Sei stato così... assente.»

La sua intuizione lo metteva terribilmente a disagio. Il modo migliore per distrarla era farla arrabbiare. «Tu e Han», esplorò. «Lascia che ti chieda qualcosa che non ho nessun diritto di chiederti. Voi non siete... contrari ad avere dei figli, vero?»

«Ehi!» Leia ritirò la mano come se fosse stata scottata. «Non è neanche il caso di parlarne!»

«Mi dispiace.- È solo che ultimamente ci ho pensato tanto.» Davvero? Erano incredibili le cose che il suo inconscio rivelava a qualcun altro prima di sentirsi in dovere di informare lui. Per il momento si immaginò a capo di un clan di piccoli apprendisti Jedi con occhi spaiati in tutti gli assortimenti del verde, azzurro e grigio. «Ma un figlio che fosse potente nella Forza avrebbe anche una grossa potenzialità per il male.»

«Ma certo.» Leia si sedette e ritirò in grembo le punte dello scialle. Poi colse una campanella blu-porpora da un rampicante e l’annusò. «È un rischio che gli umani devono correre. È sempre un pericolo mettere al mondo una creatura intelligente.»

«Non ti viene da chiederti dove trovò nostra madre il coraggio di farlo?»

Improvvisamente Leia si infiammò di rabbia, sorprendendolo. «Oh», aggiunse, in tono leggero. «Questo mi ricorda che ho un messaggio per te. Ho visto Vader.»

«Vader?» Per un momento Luke non capì. «Hai visto... nostro padre? Anakin Skywalker? Vader non esiste più.»

«Come vuoi, allora, Anakin. Comunque sia, l’ho visto.»

Un terribile senso di perdita lo assalì. Perché suo padre era apparso a Leia e non a lui? «Che cosa ti ha detto?»

Leia distolse lo sguardo. «Dovrei ricordarti che anche la paura fa parte del lato oscuro. Mi ha chiesto scusa, o almeno ci ha provato.»

Luke guardò la città. «Io l’ho visto solo una volta. Per un momento. Non mi ha parlato.»

«Be’, io non voglio niente da lui, e non voglio che mi venga a trovare.»

Luke meditò il messaggio di suo padre. Anche la paura appartiene al lato oscuro. La paura che Gaeriel aveva di lui: anche quella veniva dal lato oscuro. «L’odio appartiene al lato oscuro, Leia.»

«Non c’è nulla di sbagliato nell’odiare il male.»

«Il suo, mmm, quello che ha detto aveva, insomma, qualcosa a che fare con... ah!» Inciampò sulle parole e si fermò. «Oh. Ho interrotto qualcosa questa mattina quando ho chiamato, vero?»

Perfino il chiarore delle stelle la vide arrossire. «È stato difficile trovare il tempo per noi due», ripetè.

«Mi dispiace. Ma forse nostro padre ha fatto qualcosa di buono, se ti ha mandato da Han in cerca di conforto.»

«Be’, a me proprio non sembra. Quando l’ho visto, con quell’aspetto così normale, io... mi sono resa conto che chiunque può diventare quello che era lui. Che anch’io potrei.»

«Come lui, ma per il bene», insistè Luke. Sfiorò la sua guancia con un bacio. L’aveva amata moltissimo, tanto tempo prima, prima di sapere quello che lei ora rifiutava di accettare. «Ci vediamo domani mattina.»

«Ehi, aspetta!» Si raddrizzò. «Non mi starai mandando via!»

«Solo per un po’, Leia. Vai da Han», mormorò. «Vi lascerò soli.»

Leia lo fissò negli occhi e respirò profondamente. Era evidente che era irritata. Finalmente balzò in piedi e se ne andò.

Luke guardò in basso, verso i cerchi di luce della città e un pullman a repulsione di passaggio, poi strinse le mani l’una sull’altra e si piegò in avanti. «Padre?» bisbigliò. Ma lui, pensò, era in pace con la memoria di Anakin. Forse questo spiegava perché fosse comparso a Leia.

Cominciò una delle meditazioni di Yoda, concentrando la sua volontà sempre più profondamente su se stesso. I problemi personali svanirono in lontananza e la forza dell’universo gli passò attraverso. Aveva una sorella: non era solo. Un giorno, quando sarebbe cresciuto abbastanza nella Forza, l’amore lo avrebbe unito a qualcuno simile a lui. Ogni emozione sua o della sua compagna, ogni ondata di gioia o di dolore, avrebbe riverberato fra loro due, risuonando fino a che l’ultima dolce eco fosse scomparsa.

Aprì gli occhi e le mani. Non aveva ancora perso Gaeriel. L’avrebbe aiutata come poteva, e se lei lo rifiutava, avrebbe lasciato Bakura con pochi rimpianti.

Due occhi ridenti e spaiati e una gonna blu vorticarono nella sua mente. Chi credeva di prendere in giro?

E che cosa stava facendo quassù da solo? Si alzò e si diresse a un ascensore.

Dev accarezzò la nuova, bellissima sedia da intecnamento... o forse avrebbe dovuto chiamarla in qualche altro modo? Tre dozzine di nuove sedie erano in corso di realizzazione, per affiancare il flusso di energia che Skywalker gli avrebbe fornito, ma questa era speciale. Era più simile a un letto disposto in verticale che a una sedia e un motore la poteva reclinare da zero a trenta gradi. Invece di un arco di intecnamento era fornita di una serie di circuiti incorporati capaci di attrarre energia, situati sotto la schiena di Skywalker. Diverse solide, morbide cinghie, per il momento aperte, pendevano ai lati e vicino al piede del lettino, mentre altri strumenti medici sottolineavano che la posizione era stata disegnata per garantire la sopravvivenza a lungo termine dell’occupante (ieri avevano provato la funzionalità di quegli apparati). Tutta nera e d’argento, luccicava sotto le forti luci della cabina. «È bellissima, padrone Firwirrung.»

«Mi dispiace, Dev», cantò Firwirrung a bassa voce. «So che questo ferirà i tuoi sentimenti...»

«Vorrei tanto che fosse la volta buona, padrone. Ma so che avete bisogno di provare l’apparato. Cominciamo.»

Firwirrung annuì con la sua enorme testa dalla cresta nera.

Dev stesso aveva suggerito la maggior parte delle specifiche per l’installazione iniziale e la costrizione del soggetto. Sopra il letto non c’era nessun arco di intecnamento, inoltre il letto era inclinato indietro di alcuni gradi rispetto alla verticale. Cautamente Dev si avvicinò, camminando all’indietro. Il suo piede sinistro tirò un legaccio, che si chiuse con uno scatto. «Funziona!» esclamò Dev.

«Prova quell’altro», tubò Firwirrung.

Dev fece attenzione, questa volta. Da una scanalatura del lettino sporgeva un arco di materiale flessibile. Avvicinò la caviglia sinistra... Snap. Il secondo legaccio attivava un altro meccanismo che Dev aveva suggerito. Questo faceva sì che il lettino si inclinasse all’indietro di dodici gradi. Dev si rilassò e assecondò il meccanismo, con le braccia incrociate sul petto. Appena la sua schiena toccò un altro cannello, un legaccio più ampio gli imprigionò la vita. In questo modo era trattenuto con molta più sicurezza di quanto accadesse nella vecchia sedia.

«Bellissimo.» Firwirrung si avvicinò e accarezzò il legaccio attorno alla vita con un artiglio. «È abbastanza stretto?»

Dev cercò di piegare e torcere il corpo. «Sì. Ma non tanto da impedire la respirazione.»

«La forma umana è così peculiare», fischiettò Firwirrung felice. Dev rise con lui. «Sei comodo, Dev? Possiamo solo indovinare quali siano le sue misure.»

«Oh, sì.»

«Mano sinistra, ora.»

Dev protese la mano sinistra. Un altro legaccio scattò e assicurò fermamente il suo polso. In quest’ultimo legaccio erano incorporati dei sensori che, attraverso la sua pelle sottile e priva di scaglie, che non avrebbe opposto nessun ostacolo, avrebbero rilevato le funzioni vitali. Dietro Firwirrung, su un pannello nero inserito nella paratia, luci pallide cominciarono a lampeggiare. Firwirrung girò su se stesso e le osservò.

Oh, quanto avrebbe desiderato Dev che questo fosse davvero il giorno del suo intecnamento. Immaginava già il momento in cui la sua vita si sarebbe accesa dietro occhi che non si sarebbero mai chiusi, ma che vedevano tutto. Dentro un corpo nuovo che avrebbe potuto fare di tutto, ma sceglieva di fare solo ciò che piaceva ai suoi padroni. Ieri, in preparazione dell’assalto, avevano cominciato a intecnare P’w’eck troppo giovani o troppo vecchi prelevati da altre navi. I P’w’eck intecnati non sarebbero durati tanto quanto gli umani, ma avevano un disperato bisogno di droidi da battaglia... per ora.

Firwirrung toccò un pulsante rosso. Qualcosa punse Dev alla schiena. «Anche questo funziona», confermò. Quel meccanismo era essenziale in vista di un confinamento a lungo termine, come il proiettore ionico sistemato verso la parte alta della spina dorsale. Ora non sarebbe più stato necessario neutralizzare, come prima cosa, il sistema nervoso di Skywalker.

«Puoi muovere i piedi?»

Dev guardò in basso. L’angolo con cui il letto era inclinato li teneva sospesi oltre il pavimento di metallo. «Non li sento nemmeno», annunciò, tutto contento.

«Bene.» Firwirrung si avvicinò. «Ah, Dev.» Sganciò un tubicino trasparente dal lettino all’altezza della spalla sinistra di Dev. «So quanto desideri che tutto questo sia reale. Mi dispiace tormentarti così.»

«Verrà anche il mio momento.» Dev chiuse gli occhi. Avvertì una leggera pressione alla gola, poi una puntura molto leggera. Si rilassò, assaporando la sensazione, mentre Firwirrung si muoveva sull’altro lato del lettino e ripeteva l’operazione. Lo desiderava certo. Oh, come lo desiderava...

Eppure sotto il suo desiderio si nascondeva una paura strisciante. La sua mano destra premuta sul petto tremava.

Sentì un sibilo e aprì gli occhi per vedere entrare Scaglia Blu e l’ammiraglio Ivpikkis, seguiti da due P’w’eck che trascinavano un prigioniero umano tenendolo per le braccia. Seguendo la nuova procedura ideata da Firwirrung lo avevano già preparato con un colpo di proiettore ionico. Lui era quello che sarebbe stato intecnato. Dev cercò di nuovo di muovere le dita dei piedi e non sentì nulla. Perfetto. Per il bene del povero umano spaventato, sperava di riuscire a fare la sua parte.

«Ripetetemelo un’altra volta», intimò l’ammiraglio. «In che cosa differisce questa procedura dall’intecnamento standard?»

Firwirrung unì gli artigli anteriori davanti al petto. «Noi crediamo che un individuo dotato di un grande talento nell’uso della Forza sia in grado di attirare energia dall’esterno a distanza... una distanza limitata, nel caso di Dev. Se Dev viene collegato nel modo giusto con i circuiti di intecnamento le energie dell’altro soggetto scorreranno attraverso di lui, ma Dev rimarrà non intecnato e sarà in grado di ripetere la procedura all’infinito.»

«Non è come la... sedia, allora.» Ivpikkis la guardò. Dev si ricordò di quanto si erano divertiti gli Ssi-ruuk quando per la prima volta avevano loro descritto i mobili umani. I P’w’eck venivano stesi per terra per essere intecnati.

«No», confermò Firwirrung. «Non ci sarà nemmeno bisogno di catturare materialmente il soggetto. E con Skywalker, non dovrà neppure essere a portata di un raggio traente, così ci auguriamo.»

«Ma, tanto per comodità, abbiamo catturato e preparato questo qui. È tutto pronto?» Le lingue nasali di Scaglia Blu saettarono in direzione del prigioniero. Il povero umano probabilmente non era troppo pulito.

«Sì.» Firwirrung girò la sua testa ornata dalla cresta nera a forma di «V» verso Scaglia Blu, il suo occhio destro verso Dev e quello sinistro verso i P’w’eck e il loro prigioniero. Poi accese l’interruttore principale.

La gola di Dev cominciò a bruciare. Questa volta le pompe servomeccaniche non iniettavano semplicemente soluzione magnetizzante ma anche altri fattori. In teoria ciò avrebbe dovuto orientare l’intero sistema nervoso verso il circuito di intecnamento incorporato nel lettino, che a sua volta attirava a sé energia. Questo eliminava la necessità dell’arco. Prima il suo collo, poi la sua testa, poi il petto e gli arti avvertirono la trazione, diventando rapidamente sempre più pesanti, come se la Shriwirr si fosse riorientata o la gravità avesse cambiato direzione. Improvvisamente gli parve che il lettino inclinato si fosse capovolto. Firwirrung e gli altri sembravano in piedi su una parete. L’illusione creata dalla biogravità riusciva a trarre completamente in inganno i suoi occhi. «Mi sento», disse, «come se ogni fibra del mio corpo fosse tirata verso il punto focale. Fa un po’ male», ammise.

«Questo non dovrebbe ostacolare la funzionalità del circuito. Sei pronto a cercare di indirizzare le energie di questo umano in un droide?»

«Cercherò.» Se non poteva essere intecnato lui stesso, sarebbe stato quasi altrettanto felice di concedere quel dono a qualcun altro. Dev chiuse gli occhi e cercò di raggiungere, nonostante il disagio che provava, il suo centro di controllo. Era profondamente, umilmente conscio dei propri limiti, e annaspò nella Forza come un cieco verso l’altra presenza umana. Sembrò che fosse passata un’infinità di tempo prima che riuscisse a toccarlo e a circondarlo. Lasciando che il circuito di intecnamento tirasse attraverso di lui, usò la Forza per succhiare l’energia in se stesso. Per un istante si sentì enorme e pesantissimo, elefantiaco. Il dolore nelle sue fibre nervose raddoppiò. Poi il peso in eccesso svanì. Respirando affannosamente, spalancò gli occhi. Il prigioniero era abbandonato sul ponte, senza vita.

L’ammiraglio Ivpikkis si sfregò un artiglio con l’altro. «Ponte sedici?» chiamò.

Dalla paratia vennero le parole che Dev aveva tanto desiderato di sentire. «Funziona.» Gli Ssi-ruuk, i P’w’eck e Dev manifestarono tutti la loro gioia.

«Al prossimo test», cantò Firwirrung, «vedere se possiamo obbligare Skywalker a fare quello che gli ordiniamo. La Forza in lui è molto più potente se è vero quello che dice il nostro Dev.»

«Sarà meglio per lui che lo sia.» Scaglia Blu sembrò scendere lungo la paratia/ponte per avvicinarsi a lui. La mano destra si strinse involontariamente a pugno mentre l’enorme testa blu si chinava su di lui. L’occhio nero sembrò vorticare. Dev cadde nelle sue profondità nere.

Poi, con sua grande sorpresa, Scaglia Blu si allontanò. «Proviamo», mormorò.

Firwirrung scese lungo la paratia e gli porse un coltello a tre lame che veniva usato per togliere gli artigli alle piccole lucertole commestibili chiamate Fft. Inserì il manico nella mano destra, libera, di Dev.

«Sì?» Dev non provava più paura, solo curiosità.

«Colpisciti l’altra mano.»

Che cosa c’era di più naturale? Cercò di torcere il corpo sotto i legacci, mise il coltello in posizione e lo piantò nella sua carne più profondamente che potè. Si sentì un rumore di ossa spezzate e rosso sangue umano uscì lungo la lama. Ci fu dolore, «Lascialo lì», ordinò Firwirrung.

Dev si raddrizzò, pronto e in attesa del prossimo comando.

«Mano destra.»

Dev mise in posizione il braccio destro, che fu immediatamente immobilizzato.

Firwirrung tolse il coltello dalla mano di Dev, lo pulì sulla tunica dell’umano e applicò un pezzo di pelle sintetica proveniente con tutta probabilità da una cassetta di pronto soccorso imperiale, su entrambi i lati della ferita. Poi girò la testa in alto per guardare l’ammiraglio Ivpikkis. «Pensi che funzionerà con Skywalker?» chiese Ivpikkis.

«Non c’è ragione di credere altrimenti. L’istinto di auto-conservazione è forte in tutti gli umani e hai visto come lo abbiamo completamente sopraffatto in Dev. L’ultimo e più vitale test, naturalmente, è sapere quanto a lungo un soggetto può restare in vita in questo stato. Abbiamo solo il tempo di effettuare una breve simulazione, ma qualche ora dovrebbe bastare perché appaiano eventuali segni di degradazione delle funzioni vitali.»

L’ammiraglio Ivpikkis mosse la coda e guardò il pannello controlli sulla paratia, poi guardò Dev. Dev riuscì a sorridere. Scaglia Blu seguì l’ammiraglio fuori dalla stanza. Firwirrung ordinò a uno dei P’w’eck di rimuovere il cadavere dell’umano e all’altro di restare con Dev. «Avvertimi subito se uno di questi numeri cambia.» Toccò la paratia con un artiglio ritratto.

Poi uscì.

Diverse ore. E lui le avrebbe passate lì, vicino all’intecnamento ma impossibilitato a raggiungerlo.

Così scomodo. Il naso gli prudeva e non poteva grattarselo, perché nessuno gli aveva detto di farlo. La mano gli pulsava dolorosamente, abbastanza da aiutarlo a ignorare il dolore soffuso che gli tormentava tutto il corpo. Per passare il tempo cominciò a recitare delle poesie che aveva imparato da bambino. Le tradusse mentalmente in ssi-ruuvi, poi se le raffigurò nel suo speciale alfabeto ssi-ruuvi.

Ma le poesie finirono troppo in fretta. Gli sembrava che i suoi occhi stessero per venire risucchiati attraverso il teschio, fino a finire nei circuiti di intecnamento. Povero Skywalker: costretto come Dev a sopravvivere senza poter mai ottenere il suo droide da combattimento. Condannato dai suoi talenti, proprio come Dev.

Dev sospirò e cominciò a contare le pulsazioni del suo cuore, amplificate dal dolore della sua mano sinistra.

Tra quattro e cinquemila perse il conto. Passò dell’altro tempo. La scomodità si era ormai da tempo trasformata in dolore e Firwirrung non era ritornato a controllare come stava. Dolorante e confuso, ricominciò a contare.

Non poteva ancora grattarsi il naso. Nessuno glielo aveva detto...

E tu fallo lo stesso, cretino! Ora che poteva provarci, l’impossibilità di raggiungere il suo naso lo faceva impazzire. Perché Firwirrung non era rimasto lì con lui? Era una crudeltà, questa. Forse se avesse trattenuto il respiro abbastanza a lungo sarebbe svenuto e lo stupido P’w’eck avrebbe notato un cambiamento nei suoi segni vitali. Si riempì i polmoni finché il legaccio intorno alla vita glielo consentì, poi espirò. Svuotato, serrò la gola e aspettò.

Una dolorosa scossa elettrica attraversò l’arco formato dalle sue braccia, dal legaccio che imprigionava il polso destro a quello che imprigionava il polso sinistro. Dev trasse un respiro involontario.

Aveva suggerito lui quel meccanismo. Irritato, cercò di liberarsi il polso destro. Unì il pollice al mignolo e tirò il polso attraverso il legaccio. Non usciva. Continuò a tirare. Trecento battiti cardiaci più tardi, si arrese. Si riposò. Provò di nuovo.

Il portello si aprì con un sibilo. Sorpreso, Dev spinse in tutta fretta il polso in avanti, perdendo i tre millimetri che aveva guadagnato. Firwirrung entrò per primo. Senza nemmeno guardare Dev, oltrepassò la guardia P’w’eck e si diresse verso il pannello degli strumenti. Scaglia Blu era seguito da un altro P’w’eck, che trascinava con sé un altro prigioniero.

«Eccellente.» Firwirrung si voltò. «Tutti i segni vitali sono stabili. Descrivi le tue sensazioni, Dev.»

«Fa male», disse con voce spessa.

Scaglia Blu ammiccò e si avvicinò al punto che Dev riusciva a sentire il suo odore. «Anche le gambe?»

Tirò le caviglie attraverso i legacci. «Adesso riesco a muoverle. Ma fanno male. Sono troppo pesanti.»

«Ah!» Firwirrung esaminò la lettura di uno strumento e fece un sibilo di contentezza. «Il controllo neuromuscolare è tornato, come previsto, dopo due ore e sette dodicesimi. Eccellente.»

Dev inghiottì. «Fa male», ripetè con voce rotta.

«Questo non dovrebbe interferire con la funzione di intecnamento. Intecnaci questa donna, Dev.»

«Non mi state ascoltando.» Dev strinse le labbra. «Fa male.»

«Male?» lo canzonò Scaglia Blu. L’alieno si girò leggermente. Dev riconobbe improvvisamente la posizione e si rannicchiò in se stesso. Una coda potente si abbatté sulle sue gambe così forte da fargli vedere le stelle. «Bene», cantò Scaglia Blu. «Abbiamo bisogno che tu faccia resistenza, umano.»

Firwirrung si mosse verso di lui, portando con sé una siringa dall’aspetto strano. «Hai ragione», cantò a Scaglia Blu. «Il Jedi non coopererà di certo. Ora che l’intera guerra dipende da una serie di ridondanze attraverso cui controllare Skywalker, proveremo con questo... invece di usare i tuoi talenti. Così la vittoria della nostra gente non dipenderà dalla sopravvivenza di nessuno di noi.»

«Lo potrebbe uccidere.» La punta della coda di Scaglia Blu vibrò pericolosamente.

«O lo ucciderà o lo costringerà a obbedire. Non è meglio mantenere la propria obiettività professionale eseguendo l’esperimento su questo soggetto di minor valore?»

Di minor valore? Padrone, che cosa stai dicendo? In preda al panico, Dev cercò di sottrarsi alla siringa. Per un momento la coscia gli bruciò. Aspettò. Poi...

«Intecna quella donna», ordinò Firwirrung.

Dev ammiccò. A che cos’altro servivano gli umani? Si tese verso di lei. Mentre la sua essenza si tuffava attraverso di lui, ci fu altro dolore. Udì un urlo. Un urlo maschile che gli fece dolere la gola. Poi aprì di nuovo gli occhi, in attesa di ordini.

Scaglia Blu tolse dalla borsa che aveva in spalla il coltello Fft. Firwirrung barrì. «Non è necessario», disse. «Vorrei lasciarlo qui per alcuni giorni, per mettere alla prova le altre funzioni di sostentamento vitale...»

«Ma hai sentito quello che ha detto l’ammiraglio», cantò Scaglia Blu attraverso il naso. «Vuole cominciare immediatamente con Skywalker.»

Alcuni giorni? Dev tremò e strinse i pugni. La mano sinistra gli doleva. Probabilmente si era fratturato le ossa e tagliati dei tendini.

Le lingue nasali di Firwirrung saettarono. «Come puzzano quando hanno paura.»

«A volte esibiscono un comportamento quasi intelligente Non sarebbe buffo se avessero un’anima, a differenza dei nostri P’w’eck?»

«Non c’è pericolo.» Il cinismo di Firwirrung scandalizzò Dev. «Finiscila.»

«Guardami», ordinò Scaglia Blu. Il suo occhio era nero, bellissimo e rotondo, e girava...

La mano gli faceva un male incredibile. Mentre il suo cervello annebbiato riconosceva le sensazioni tipiche di una rigenerazione appena avvenuta, ma parziale, il padrone Firwirrung sciolse i legacci del suo nuovo magnifico lettino di intecnamento. Sbattendo le palpebre Dev cercò di rimettersi in piedi. Barcollava fra due P’w’eck, lottando contro un’inesplicabile debolezza. Qualcosa mandava cattivo odore. Qualcosa di umano. Si annusò. Puah!

«È andato tutto bene?» chiese a Firwirrung. Parlare gli faceva male alla gola. «Perché... rinnovamento, proprio adesso?»

«Ah, Dev.» Firwirrung gli accarezzò il braccio con l’artiglio aperto. «Ti renderebbe troppo triste ricordare che sei andato così vicino all’intecnamento e che la sua gioia ti è stata negata.»

La loro gentilezza e premura lo commuovevano fino alle lacrime. «Ma ha funzionato? Sono riuscito a dare all’umano il suo droide?»

Firwirrung avvolse la testa di Dev in un artiglio e lo attirò contro il suo petto ruvido. «Ha funzionato. Ora ci manca una cosa sola.»

«Skywalker», bisbigliò Dev.

Firwirrung lo spinse lontano con affetto. «Ti prego, va’ a fare il bagno, umano.»

13

Il governatore Wilek Nereus entrò a passo di marcia nella sala operativa, esercitando un fermo controllo sul suo senso di vittoria. Il soffitto, le pareti spoglie, il pavimento e il mobilio della sala operativa erano tutti neri, per facilitare la visione delle proiezioni olografiche. In piedi, di fronte alla corta tavola nera, accanto al cosiddetto «generale» Solo e di fronte al comandante Thanas, trovò Luke Skywalker, cavaliere Jedi composto e tranquillo nella sua certezza di essere invulnerabile.

«Tutto bene, signori?» Nereus si accomodò nella poltrona a repulsione a capotavola e mandò nel retro della sala, con un gesto, le sue guardie del corpo. Gli altri sedettero.

Il comandante Thanas aveva l’aria grave propria di un uomo la cui carriera dipenda interamente dal prossimo rapporto biannuale di Nereus. Probabilmente sperava di redimersi da quell’incidente su Alzoc che aveva rovinato il suo stato di servizio. «Tutti i caccia sono stati riparati», disse Thanas. «E sono pronti a partire al nostro segnale.»

L’attacco, se gli Ssi-ruuk mantenevano la loro parola, non sarebbe mai arrivato. Non che Nereus si aspettasse davvero questo. Ma se una volta preso Skywalker avessero attaccato comunque, lui e il comandante Thanas avevano messo a punto una nuova arma che avrebbe potuto costare cara ai loro droidi da battaglia.

«E che cosa mi sapete dire dei nuovi, ah...»

«Cannoni DEMP, signore», suggerì Thanas. Preso ovviamente di sorpresa, Skywalker gettò un’occhiata a Thanas e poi al suo amico contrabbandiere. «Dovrebbe mettere fuori uso i droidi da lontano, usando un impulso elettromagnetico», spiegò Thanas. «Abbiamo installato due prototipi di super-DEMP sulle navi vedetta che pattugliano il sistema, ma non sono mai stati sperimentati.»

Solo chiese immediatamente che dei cannoni DEMP venissero installati sulle cannoniere ribelli. Nereus si sfregò il mento e lasciò a Thanas il compito di spiegare che per ora non ne avevano altri. Mentre il battibecco proseguiva, estrasse dalla sua cintura un sensore medico in miniatura, che appoggiò sulla superficie lucida del tavolo e puntò verso Skywalker.

Dopo un attimo una smorfia attraversò il suo viso: non di rimorso, ma di preoccupazione. Tutti i segnali indicavano una salute pressoché perfetta. Quell’uomo aveva ingerito, così gli avevano assicurato, un baccello ovarico vecchio di cinque anni. Nereus doveva assicurarsi, e in fretta, che le uova fossero vive e vitali, ma un esame medico completo avrebbe insospettito Skywalker e il fatto che il Jedi non sospettasse nulla era essenziale per la riuscita dell’operazione.

Un proiettore olografico si alzò ronzando al livello del tavolo. Un’immagine comparve a metà della tavola fra Thanas e Skywalker: attorno a una sfera azzurro pallido una serie di puntini argentei e dorati rappresentavano la rete difensiva che proteggeva Bakura. Un po’ più in là le navi ssi-ruuvi brillavano, rossastre.

«Anche voi usate il rosso per rappresentare la minaccia», osservò Solo.

«Probabilmente è lo stesso per chiunque in battaglia versi sangue rosso», ricordò Skywalker, piano.

Oh, sì, sangue rosso. Nereus sorrise e si appoggiò allo schienale della sua poltrona, premendo discretamente sul suo quadro comandi dei tasti che lo avrebbero messo in contatto con il suo staff medico.

Quindici minuti più tardi, mentre gli altri stavano ancora discutendo di strategia, i suoi tecnici avevano agganciato i potenti sensori medici del complesso al suo modello portatile, che era ancora sul tavolo. Usando i tasti direzionali sul suo quadro comandi mise a fuoco una piccola zona compresa fra la cintura di Skywalker e la sua clavicola...

Due minuscole larve, vecchie ormai di quattordici ore, si muovevano nel passaggio bronchiale sinistro. I loro primitivi sistemi circolatori pompavano sangue a tutta forza.

Il baccello ingerito conteneva tre uova, ma una sola larva di Tricoide olabriana era letale. Qualunque buon parassitologo alieno avrebbe potuto confermarlo.

Solo, che per due ore non aveva fatto altro che lanciare insulti a destra e a sinistra, finalmente fece un’obiezione concreta. «Comandante Thanas, c’è una cosa che non mi piace in tutto questo. Guardi qua.» Fece un gesto verso la proiezione olografica, che era giunta alla fine della simulazione di una manovra. «Torna indietro di tre passi» ordinò al circuito di programmazione. I puntini colorati vorticarono all’indietro. «Ecco», indicò. «Fermo. Vedete? Abbiamo...»

Nereus cancellò i dati sul suo display privato. Solo fece una pausa. Skywalker gli toccò un braccio per invitarlo a proseguire.

«Abbiamo una coppia di caccia alleati in ognuno dei punti di maggior rischio», insistè Solo. «Le vostre proiezioni non mostrano le perdite disaggregate per sottogruppo. Se lo facessero, vedreste che nell’immagine di ‘completamento’ singola i puntini argentati sono molti di meno. E a me questo non piace.»

Forse il contrabbandiere aveva qualche nozione di tattica, dopotutto, osservò Nereus. Il comandante Thanas, che aveva giocherellato con il suo temperino durante tutto l’episodio, se lo fece scivolare in tasca e disse: «Il comandante Skywalker mi ha suggerito di considerare le vostre forze come se fossero mie. Se quei caccia fossero miei, è così che li disporrei per ridurre al massimo le perdite complessive». Inserì dei dati tramite la sua tastiera personale. «Mostra la fase quattro, con le perdite previste.» Lo schema tridimensionale cambiò. «Ora programmerò la sostituzione di metà di quelle squadriglie con forze regolari. Le sembra equo, generale?»

Solo allargò le braccia.

«Ecco.» Il comandante Thanas toccò un tasto. «Fase quattro, perdite previste con la sostituzione.»

Un numero significativo di puntini, sia imperiali sia alleati, svanì.

Skywalker emise un lungo sospiro, senza apparente difficoltà. La tosse sarebbe cominciata probabilmente nel giro di quattro, sei ore, a seconda delle condizioni di salute generali... e circa due ore dopo sarebbe iniziata una massiccia emorragia toracica. «Convinto, generale Solo?»

«Suppongo di sì.»

Skywalker ripiegò una mano sull’altra sopra il tavolo. «Penso a questo punto di poter dare il nostro assenso. Le forze dell’Alleanza andranno all’attacco ogni volta che sarà necessario. Spezzeremo il blocco e isoleremo quell’incrociatore in modo che lo possiamo inglobare. Distruggiamogli un incrociatore e potrebbero cambiare idea sulle nostre forze. Distruggiamone du...» lasciò la frase in sospeso. «Be’, vedremo cosa ci butteranno addosso, quando saremo ai dunque.»

«Una sola domanda.» Skywalker si rivolse al comandante Thanas. «Se gli Ssi- ruuk continuano ad attendere le nostre mosse, quanto a lungo li lasceremo aspettare?»

Nereus si schiarì la gola, per attirare l’attenzione. «Fino a domani sera», disse. A quel punto, mio giovane Jedi, tu sarai morto.

«Preferirei muovermi prima», obiettò Thanas cautamente. «L’elemento sorpresa sarà in favore dell’attaccante...»

«Domani sera», ripetè Nereus. Il comandante Thanas avrebbe dovuto redimersi secondo i piani di Nereus, non secondo i suoi desideri. Avrebbe dovuto eseguire tutto il piano... o diventare lui stesso uno schiavo nelle miniere. Nereus glielo avrebbe chiarito personalmente durante il loro incontro privato di quella sera.

«Molto bene», acconsentì Thanas. «Comandante Skywalker. Generale Solo. A domani.»

Nereus strinse le mani di tutti, tenendo i guanti. A quello stadio le larve non erano trasmissibili, ma l’idea stessa del contatto, per quanto indiretto, lo nauseava. Le Tricoidi olabriane nella fase riproduttiva potevano usare virtualmente tutti i tipi di animali superiori come ospiti. Aveva già provato a infettare gli Ssi-ruuk, ma a quanto pare i corpi dei prigionieri venivano distrutti quasi immediatamente. Skywalker, però, da quello che intuiva, avrebbe potuto sopravvivere abbastanza da consentire ai grossi adulti di emergere, dopo il breve stato di pupa, già fertili e molto voraci. Naturalmente, se gli Ssi-ruuk non riuscivano a portare via Skywalker dal pianeta, il Jedi avrebbe dovuto essere distrutto entro quella notte. Una volta che avesse capito la situazione, avrebbe anche potuto farsi avanti spontaneamente per scongiurare un’infestazione planetaria. I giovani idealisti amavano tanto il nobile sacrificio.

Ma Skywalker sarebbe certamente transitato almeno una volta attraverso la piattaforma dodici nelle prossime otto ore.

Luke sentì che lo sguardo del governatore Nereus lo seguiva mentre lui e Han uscivano dalla sala operativa. Nereus non si aspettava di rivederlo mai più.

Appena svoltato l’angolo Han borbottò: «Devi essere impazzito a fidarti di quella gente».

Luke rispose a mezza bocca: «Dovresti rivedere il tuo giudizio sul comandante Thanas».

«Oh?» Han sollevò un sopracciglio, poi voltò la testa per controllare un corridoio secondario.

Bene. Era meglio che stessero all’erta, tutti e due. «È un uomo onesto», spiegò Luke. «Vuole fare un buon lavoro ed è grato per l’aiuto che riceve. Non è un uomo di Nereus.»

«Già, è un uomo dell’Impero.»

«Mmm.»

«Ti piace Thanas perché ti ha fatto i complimenti, là dentro?»

Luke sorrise. «No. Ma è stato piacevole.»

«Complimenti da un Imperiale. Già.»

Giunti a un grande atrio rallentarono. Luke esplorò i dintorni attraverso la Forza. Niente agguati. Han tenne una mano vicino al suo fulminatore mentre si affrettavano ad attraversare lo spazio vuoto.

Una volta lasciati i corridoi degli uffici imperiali, Han si accigliò. «È solo la mia immaginazione», chiese, «o sei un po’ più prudente di ieri?»

«Ho avuto una soffiata da una fonte interna. Diceva che il governatore Nereus ha intenzione di consegnarmi agli Ssi-ruuk. Hai notato che ha ricevuto un messaggio o qualcosa del genere mentre eravamo là dentro?»

«Già», confermò Han. «Finalmente hai imparato un po’ di prudenza, eh?»

«Sono sempre stato prudente.» Per quanto esasperato, Luke non aveva cessato di scrutare ogni ombra. «Ed è solo la mia immaginazione», ritorse, «o sei più contento di te stesso del solito, oggi?»

Han si fermò di botto. «Cos’è questa storia? Vuoi chiedermi che intenzioni ho nei confronti di tua sorella?»

Luke si guardò attorno attentamente, poi abbassò la guardia e sorrise a Han. «So quali sono le tue intenzioni, amico mio. Lei ha bisogno di te. Non deluderla.»

Il sorriso storto di Han splendeva come un faro-asteroide. «Non temere.»

Luke gli appoggiò una mano sulla spalla. Tutto quello che avevano passato già li aveva uniti come due fratelli. Ora, questo...

Un rumore di passi dietro di loro lo riportò di colpo all’allerta. Scivolò dietro una colonna e afferrò l’impugnatura della sua spada laser. Han si nascose dietro di lui. Tre serie di passi avanzavano lungo il corridoio. Luke rimase al coperto. Han sollevò un sopracciglio. Luke scosse la testa. Si mosse lungo la colonna, tenendosi fuori della vista del terzetto che passava: Nereus, seguito da un paio di guardie.

Laggiù nel suo ufficio gli era parso molto controllato. Ma qualcosa, ora, nel suo modo di camminare, unito a un lieve stato di allarme nel suo senso della Forza, portò Luke a una conclusione inaspettata. «Sta cominciando a cedere al panico», osservò Luke in un sussurro.

«Panico?» Han aggrottò la fronte. «Lui?»

«Sta appena cominciando.» Le schiene dei tre Imperiali si allontanavano lungo il corridoio. «Sarà meglio che lo teniamo d’occhio.»

«Non è una novità.» Le mani di Han tornarono a rilassarsi lungo i fianchi.

Una volta raggiunti i loro appartamenti, Han sparì nella sua stanza. Luke compose in fretta un messaggio in codice diretto a Wedge Antilles, lassù nella rete orbitale. Attacco coordinato per domani sera. Lavorate con le forze di Nereus, seguite gli ordini di Thanas, ma non abbassate i deflettori. Con un sorriso poco allegro sulle labbra, lo spedì. Han si sarebbe diretto al Falcon appena fosse riuscito a localizzare Leia. Era uscita da sola dopo colazione, ma con l’attacco così imminente era il caso di essere pronti a ogni evenienza.) Luke avrebbe preso la prima navetta orbitale disponibile e sarebbe tornato sulla Flurry. Lo avrebbe divertito provare che i sentimenti di Manchisco erano sbagliati.

Il suo stomaco gli mandò un messaggio più immediato. Doveva mangiare, ma non qui di certo. Il cibo alla stazione di ristoro della piattaforma dodici sarebbe stato più sicuro. «Sei pronto, Han?» chiamò.

Han uscì dalla sua camera. «Leia non risponde.»

«Forse Leia e Captison hanno cercato un posto dove gli Imperiali non potessero sentirli.»

«Possibile», disse Han. «Ti riporto dalle tue truppe. Poi andrò a cercarla.»

Il primo ministro Captison aveva suggerito di andare a fare un giro in speeder e Leia era stata sorpresa di scoprire che il senatore anziano Orn Belden saliva a bordo con loro, con un oggetto piuttosto voluminoso in una delle tasche della camicia. Supponeva che si trattasse del suo amplificatore vocale. Questa volta i Bakurani non sarebbero stati distratti né da Chewbacca né dai droidi.

L’autista in livrea di Captison decollò dal tetto del complesso in uno speeder governativo coperto. Belden si coprì le labbra con un dito.

Leia annuì che capiva: Non ancora. «È una città deliziosa, questa», osservò Leia in tono leggero. «Per molti versi Bakura mi ricorda Alderaan.»

Alzò lo sguardo a un lenzuolo di nubi spesse. «Le sue regioni più umide, almeno. Avete provato a cercare minerali in questo rilievo di quarzo?»

Seduto accanto a lei nel sedile di mezzo, Captison unì le mani e fece un sorriso complice. «Oh, sì. Perché pensate che abbiamo costruito qui la città?»

«Ah», disse Leia.

Captison si lasciò andare indietro, rilassato. «Dopo un paio di anni di boom minerario la vena cominciò a esaurirsi e la Bakur Corporation si divise in fazioni. L’elemento a cui apparteneva mio padre voleva iniziare prospezioni altrove.

Un’altra fazione voleva sfruttare altre risorse disponibili su Bakura. Un’altra, composta soprattutto di coloni di seconda generazione, voleva fare arrivare degli immigrati, addebitandogli delle tariffe esorbitanti, o stabilire un specie di luogo di villeggiatura di lusso.»

«Quando nella galassia si diffonde la voce di un nuovo mondo abitabile aperto alla colonizzazione, spesso diventa... di moda.»

«Il che attira elementi indesiderabili.»

Forse voleva dire ribelli e contrabbandieri, o magari giocatori d’azzardo e venditori ambulanti. «È possibile.»

Captison rise. «Per molti versi, Leia, lei mi ricorda mia nipote.»

«Vorrei tanto che la mia vita fosse stata semplice come quella di Gaeriel.»

«È stata una brava bambina», riferì Belden dal sedile posteriore dov’era seduto accanto alla guardia del corpo di Captison, ansimando un po’. «Ma bisogna vedere se sarà una brava senatrice.»

Il primo ministro Captison picchiettò sovrappensiero sul vetro di una finestra. «Ha raggiunto improvvisamente quella fase di disillusione che annuncia l’età adulta.»

«Capisco», disse Leia. «Io l’ho raggiunta quando ero molto giovane.» L’autista di Captison manteneva lo speeder in mezzo ad altri due velivoli, entro un corridoio aereo che attraversava la città. Salis D’aar come molte altre città di media grandezza, obbligava il traffico aereo a seguire rotte ben precise.

«Oh», intervenne il senatore Belden, «la prego, ringrazi il comandante Skywalker per aver tentato di aiutare Eppie. Lui sa che cosa intendo.» Poi cominciò a parlare del terreno montuoso, del raccolto di frutta namana e dell’estrazione del nettare.

Leia attese, chiedendosi quando mai i due uomini si sarebbero sentiti abbastanza al sicuro da mettersi a parlare sul serio. Questa avrebbe potuto essere la sua sola possibilità di fare dei passi avanti in favore dell’Alleanza.

Cinque minuti più tardi, l’autista di Captison portò lo speeder ad atterrare accanto a una piccola cupola circondata da insegne multicolori sospese in aria diversi metri più in su Leia si guardò attorno alla ricerca di un’entrata. Captison appoggiò una mano sulle sue. «Attenda», intimò gentilmente.

Dieci minuti più tardi l’autista e la guardia del corpo di Captison decollarono con lo speeder governativo, mentre Leia saliva nel sedile passeggeri anteriore di un piccolo velivolo a noleggio, bianco come le distese di Hoth e con rivestimento imbottitore color blu-ghiaccio. «Lo fate spesso?» chiese divertita e compiaciuta per il sotterfugio.

«È la prima volta.» Captison si mise alla guida e decollò, immettendosi nel traffico. «È stata un’idea di Belden.»

«Pensiamo che i mezzi ufficiali non siano luoghi in cui si possa parlare con tranquillità.» Il senatore anziano si chinò fra di loro e diede un colpetto al suo taschino rigonfio. «E questo ci aiuterà. Adesso nessuno ci può sentire.»

Captison si accigliò e accese un canale musicale. I ritmi modulati di una percussione riempirono la cabina. «Dovete capire che nel parlare con voi corriamo dei rischi. In pubblico non possiamo nemmeno farvi le condoglianze per la perdita di Alderaan. In privato, però...»

Non si trattava di un amplificatore vocale, dunque. «Che cosa avete lì dentro, senatore?»

Belden coprì il taschino con una mano. «Un ricordo della Bakura pre-imperiale. Le lotte fratricide all’interno della corporazione ci hanno impedito di governare, ma hanno fatto dei nostri avi dei formidabili esperti di sopravvivenza. Questo oggetto crea un campo impenetrabile da parte dei sensori sonici. Sotto l’Impero nessuna delle fazioni ha più osato fabbricarne.»

Mentalmente, Leia calcolò il prezzo dell’oggetto e arrivò a una somma pari al valore del Falcon. «Meglio non perderlo, allora. Signori», attaccò, schiarendosi la gola, «mi interesserebbe tanto sapere come mai l’Impero non ha ancora costretto Bakura a prendere posizione a fianco della Ribellione.»

«Nereus è stato sottile, suppongo», spiegò Captison. «Applica le sue pressioni molto gradualmente. Un po’ come se fossimo un tritone bianco.»

«Chiedo scusa?» chiese Leia.

«Sono animali troppo primitivi per reagire a stimoli lenti», gracchiò Belden. «Se si mette un tritone bianco in una pentola d’acqua e lo si riscalda lentamente, morirà bollito prima di farsi venire in mente che può saltare fuori dalla pentola. Ed è quello che succederà qui, a meno che...» Diede un colpetto con il dito sulla spalla di Captison.

«Calma, Orn.»

Leia guardò giù e a dritta, verso un parco adorno di colline. «Che cosa ci vorrebbe per spingerla ad agire, primo ministro?»

«Non molto», interruppe Belden. «È più furbo di quanto faccia capire.»

«C’è un movimento clandestino di resistenza, senatore Belden?»

«Ufficialmente no.»

«Un centinaio di membri? Dieci cellule?»

Belden ridacchiò. «Più o meno.»

«E sono pronti a sollevarsi?»

Captison sorrise e toccò un comando che li fece virare a dritta. Sembrava che girasse in tondo, appena dentro i confini della città. «Mia cara Leia, non è proprio il momento. Abbiamo solo gli Ssi-ruuk in testa, per adesso. Non possiamo sperare che l’Impero ci salvi e nel contempo pensare di sottrarci al loro dominio.»

«Ma è proprio questo il momento», insistè Leia sopra la musica che riempiva l’abitacolo. «Gli Ssi-ruuk hanno unito il vostro popolo. Ora è pronto a seguire un leader che li porti verso la libertà.»

«In realtà», corresse Belden, «sono stati tre anni di dominio imperiale a unire la nostra gente, non gli Ssi-ruuk. Ora sanno che cos’hanno perduto quando si sono arresi così in fretta e che dovranno cooperare per riottenerlo e tenerselo.»

«Credono in lei, primo ministro», lo incoraggiò Leia.

Captison teneva gli occhi fissi davanti a sé. «E voi, principessa Leia? Qual era il vostro vero scopo nel venire qua?»

«Portare Bakura nell’Alleanza, naturalmente.»

«Non difenderci contro gli Ssi-ruuk?»

«Quello è lo scopo di Luke.»

Captison sorrise. «Ah. L’obiettivo della missione dipende da chi lo definisce. L’Alleanza comincia a maturare, vedo.»

Un altro punto a favore della divisione dei compiti. «Primo ministro, quanto potere esercitate, veramente, lei e il senato?»

Captison scosse la testa.

«Se poteste scegliere liberamente e senza rischio per la vostra gente», insistè Leia, «quale parte vorreste che difendesse Bakura?»

«L’Alleanza», ammise Captison. «Non ci piace la tassazione che l’Impero ci impone, né dover mandare via dal pianeta i nostri migliori giovani, che vengono costretti a servire l’Impero. Ma abbiamo paura. Belden ha ragione. Abbiamo imparato ad apprezzarci a vicenda, ora che abbiamo visto che cosa vuol dire essere soggiogati a qualcun altro... Cosa vuol dire perdere la nostra identità perché non siamo riusciti a metterci d’accordo.»

«E non vale la pena di lottare per questo? Non vale la pena di sacrificare la vita di uomini liberi? Primo ministro, io non mi aspetto di arrivare a... cinquant’anni», azzardò, calcolando che fosse la sua età. «Ma preferirei morire per la libertà di qualcun altro che vivere in tranquilla schiavitù tutta la mia vita.»

Captison sospirò. «Lei è eccezionale.»

«Tutti gli uomini liberi sono eccezionali. Mi lasci parlare con i vostri capicellula, senatore Belden. Date alla vostra gente la possibilità di lottare per la loro libertà e loro...» L’abitudine le fece gettare un’occhiata alle spalle. Un veicolo di pattuglia a due posti li seguiva a distanza. «Ci sono degli Imperiali dietro di noi, credo», disse in tono pacato.

Captison controllò lo schermo di un sensore e spinse in avanti la leva acceleratrice.

Leia cercò sul pannello comandi qualcosa che le permettesse di comunicare. Han a questo punto doveva già essere per strada, diretto al Falcon e quindi irraggiungibile. «Sono ancora dietro di noi. Si diriga verso lo spazioporto.»

«Ce n’è un altro che viene da sotto. Non posso svoltare a sud da questo corridoio.»

«Sembra che ci stiano scortando da qualche parte», osservò Leia. Captison fece girare lo speeder a nord-ovest, descrivendo un’ampia curva. Poi le loro due guardie aeree lasciarono che si raddrizzasse. «Dove ci stanno portando?»

«Verso il centro.» Captison aveva una smorfia di preoccupazione dipinta sul viso. «Verso il complesso, penso.»

«Siete armati?» chiese Leia con calma.

Captison infilò una mano sotto la giacca e le mostrò un fulminatore, poi tornò a nasconderlo. «Ma non servirà a niente se sono più numerosi di noi. Belden, ce la fai a liberarti del generatore?»

«Sotto un sedile, forse.» La voce di Belden arrivava attutita.

Leia pensò in fretta. «Potrebbe essere più sicuro avvolgerlo... ecco, nel mio scialle, e lasciarlo cadere, che farsi prendere con quello.»

«No», disse Belden, rigidamente. «È troppo delicato. La gente è abituata a vedermi portare un amplificatore vocale. Lo terrò nel taschino.»

Le percussioni continuarono a inondare l’abitacolo.

*     *     *

Confinato in una stanzetta spoglia e priva di finestre, colma di scaffali di registrazioni e un equipaggiamento per le comunicazioni, 3BO emise un sospiro teatrale. «Ogni volta che mi convinco che abbiano ormai esaurito le maniere di tormentarci, ne inventano una nuova. Questi umani sono impossibili.»

C1-P8 emise un trillo di disprezzo.

«Non sto cercando di prendere tempo, miserabile collezione di nanocip malcollegati. Non c’era niente in quella registrazione che non ci fosse anche in tutte le altre. Sei milioni di forme di comunicazione e loro ne trovano una nuova. I non meccanismi sono proprio impossibili.»

C1 tese un braccetto manipolatore verso la macchina riproduttrice.

«Lo faccio io», s’infuriò 3BO. «Tu non ci arrivi.»

C1 fece una pernacchia esattamente identica a quella di un bambino umano di sette anni che mostra la lingua.

3BO rimosse un cilindro registratore e ne inserì un altro, riponendo con attenzione quello vecchio nel classificatore del primo ministro. «Perfino il primo ministro Captison, che non fa mistero della sua avversione per i droidi, ha dovuto ammettere che ora serviamo a qualcosa. Siamo qui a lavorare da sette ore senza nemmeno una pausa per un po’ di lubrificante.» L’altoparlante squittì e cinguettò. 3BO si chinò per ascoltare meglio. «Fa’ silenzio, C1.»

C1, che non aveva parlato, fece una pernacchia un po’ più fioca.

«C’è qualcosa di diverso in questo qui.» In una frequenza inudibile all’orecchio umano una serie di scariche elettroniche seguirono le canzoni degli Ssi-ruuk. I sensori automatici di 3BO confrontarono quel codice con milioni di altri. Prima che la registrazione finisse, il droide esclamò: «Ci siamo! C1, fammelo sentire di nuovo».

C1 cinguettò in tono sarcastico.

«Ma certo che ci arrivo meglio io. Non dare la colpa a me delle tue limitazioni.» 3BO voltò la parte superiore del corpo, premette un comando che ripeteva la registrazione e rimase in quella posizione scomoda per un po’. La programmazione automatica che aveva previsto usò il suo canale sensorio sinistro per seguire il linguaggio ssi-ruuvi, quello destro per registrare il codice elettronico e una delle unità elaboratrici centrali per mettere l’uno a confronto con l’altro. Notò un ritardo di un decimo di secondo, ripetè gli schemi tonali e i modificatori labiali/gutturali nella lingua inumana.

Poi la registrazione finì. 3BO la riascoltò di nuovo. Un altro circuito, programmato per dedurre variabili logiche fuori contesto, fornì una serie di ipotesi alternative e le comparò con tutte le espressioni simili che aveva registrato durante gli anni trascorsi dall’ultima volta che gli avevano cancellato le memorie... tanti, tanti anni fa.

«Eccellente!» esclamò 3BO. «Adesso, C1, dobbiamo ricominciare dall’inizio e ascoltare di nuovo tutte le registrazioni. Così potremo dare alla principessa Leia tutta una serie di informazioni di estrema utilità.»

C1 fischiò.

«Sì, e anche al primo ministro Captison. Non essere impaziente.» 3BO picchiò sulla cupola di C1. «Lo so che questa non è la tua specialità. Ma pensa a tutte le ore che ho passato io a bordo di un’astronave, senza nulla da fare.»

C1 gli rinfrescò la memoria.

«Non è affatto divertente.» 3BO premette di nuovo il tasto di avvio. «Stai zitto e ascolta. Tradurrò quello che dicono.»

Le registrazioni ricominciarono, tutte le sette ore ad alta velocità. 3BO ascoltò e C1 ascoltò 3BO. La maggior parte delle registrazioni riguardava cose di poco conto: Riallineate la nave alla formazione e cose del genere.

Ma improvvisamente 3BO esclamò: «Oh, no. C1, devi chiamare subito padron Luke. È terribile...»

C1 stava già dirigendosi verso una stazione per le comunicazioni.

Leia uscì da uno speeder a noleggio in una brezza fredda e incostante e si guardò attorno, contando i soldati presenti sul tetto del complesso. Diciotto, con le armi puntate a terra. Non era certo un comunicato di benvenuto. Adesso avrebbe tanto voluto avere Chewie accanto... ma non lo avrebbe potuto portare, naturalmente, per non offendere i Bakurani. Belden le urtò una spalla e le mormorò: «Trasmettete al comandante Skywalker il mio messaggio, altezza».

«Tenetevi pronti a muovervi», borbottò lei in risposta. Infilò una mano dentro la manica del suo vestito alla ricerca del suo piccolo fulminatore. Probabilmente ne avrebbe potuti mettere fuori combattimento tre o quattro prima che la stordissero. Buttandosi a terra sulla superficie di permacemento, cominciò a sparare.

Cinque soldati caddero a terra prima che qualcuno riuscisse ad afferrarle da dietro il gomito destro. Lottò con tutte le sue forze ed era quasi riuscita a liberarsi quando un guanto di metallo bianco riuscì a strapparle il fulminatore di mano.

Mezza battaglia sta nel capire quando sei sconfitto. Dove lo aveva sentito dire? Su Alderaan, probabilmente, pensò alzandosi lentamente a sedere con le mani sopra la testa. Non era ancora sconfitta. Ma era importante che loro lo credessero.

Il governatore Wilek Nereus uscì dall’ascensore, seguito da quattro guardie delle truppe di marina con i loro elmetti neri. «Primo ministro Captison», canzonò, «senatore Belden. Siamo stati a fare un giretto?» Indicò lo speeder e due guardie salirono subito a bordo.

Quello che aveva confiscato a Leia il fulminatore tolse qualcosa al primo ministro Captison. Un altro afferrò le sue braccia e la imprigionò in un paio di manette. «Avete improvvisamente finito le scorte di buonsenso?» ansimò Belden, già ammanettato, con la faccia molto arrossata. «Questo è ridicolo.»

«Perché tanti sforzi per evitare la sorveglianza, se non stavate facendo nulla di male?»

Leia si intromise. «C’è una cosa che si chiama diritto alla privacy, governatore.»

«No, non quando interferisce con la sicurezza di un mondo imperiale, mia cara principessa.»

Uno dei soldati riemerse dallo speeder. «Negativo, signore.»

«Fatelo a pezzi. Tu. Tu e tu.» Indicò altri tre soldati. «Perquisiteli.»

Leia sopportò con stoicismo l’analisi elettronica e poi una perquisizione fisica accurata. Il soldato confiscò la fondina vuota del suo fulminatore e il comlink tascabile, poi l’ammanettò. Un altro si diresse con passo svelto da Belden al governatore Nereus, portando in mano la scatoletta grigia. «Che cosa abbiamo qui, senatore?»

Belden sollevò le mani legate assieme, e agitò un dito in direzione di Nereus. «Il mio amplificatore vocale è proprietà personale. Ridatemelo immediatamente.»

«Ah! L’innocenza offesa in persona, vedo.» Nereus sorrise. «È diverso tempo che sospetto lei e sua moglie del possesso di questa strumentazione illegale, Belden... ma visto che lei è innocente di qualsiasi malefatta, sono sicuro che non la disturberà rimanere in custodia fino a che i miei tecnici non avranno accertato la vera natura di questo strumento.»

Leia gemette. Il respiro di Belden si era fatto affrettato e la sua fronte luccicava di sudore sopra due guance pericolosamente rubizze. Sembrava che potesse cadere a terra da un momento all’altro. Alla sua età, erano tutti segnali di pericolo da non trascurare.

Un simile incidente avrebbe potuto finalmente far scoppiare l’incendio che covava su Bakura. Tritone bianco, ricordò. Il primo ministro Captison corse accanto a Belden, raggiungendolo un istante prima di un soldato. «Governatore Nereus, lei questa volta ha superato ogni...»

«Guardie», gridò Nereus, «queste tre persone sono in arresto. Diciamo che sono sospettate di tradimento. Portatele in tre luoghi separati del complesso.»

Leia avanzò verso Nereus, attirando deliberatamente l’attenzione su di sé. «Era una gita di piacere, governatore.»

Nereus abbassò lo sguardo. «Le ho fatto una promessa l’altro giorno, a cena, che riguardava il tentativo di indurre alla sovversione i popoli sottomessi all’Impero, mia cara. Mi creda, io mantengo le mie promesse. E quando uno speeder diventa improvvisamente del tutto silenzioso nel bel mezzo di un campo sensore, io divento curioso.» Un soldato puntò il suo fucile blaster contro la schiena di Belden. «Non fateli parlare assieme», ordinò Nereus. «Interrogateli separatamente.»

Leia doveva provare a Captison che quello che aveva detto a proposito del sacrificare se stessa non erano parole al vento. Abbassò la testa e caricò il governatore. Lo colpì nel bel mezzo del suo vasto ventre.

Con uno sbuffo di sorpresa il governatore finì a terra. Leia gli saltò sopra, gli imprigionò la testa fra le ginocchia e spinse le manette fin sotto il suo naso. «Indietro voialtri, o vedremo chi di noi ha la testa più dura.» I soldati indietreggiarono, ma non vide quello che, da dietro, le sparò con uno storditore.

14

Han rallentò quel tanto che bastava perché Luke si catapultasse a terra davanti al cancello dello spazioporto, poi girò lo speeder sollevando una grande nuvola di polvere nera. Non gli andava di lasciare Luke lì da solo, ma era stato lui stesso a insistere che non gli sarebbe successo niente di male. La navetta della Flurry sarebbe arrivata a minuti e nel frattempo Luke sarebbe stato al sicuro nel ristorantino dello spazioporto. E avrebbe anche trovato rinforzi, probabilmente: diversi piloti alleati si erano sistemati nei rifugi provvisori dello spazioporto. Di sicuro erano più numerosi dell’equipaggio di quell’unica navetta imperiale che era atterrata vicino al posto di ristoro, appena fuori della piattaforma dodici. Comunque fosse, Luke era sempre Luke, con la sua spada laser e tutto il resto.

Dirigendosi a nord a tutta velocità, Han vide del fumo che proveniva dalle vicinanze del complesso Bakur. Qualche secondo più tardi una faccia luminosa apparve a mezz’aria sopra la sua mappa olografica della città. «Attenzione. A tutti i residenti. È stato appena decretato il coprifuoco. Lasciate l’area e le strade. Le forze di sicurezza spareranno per uccidere i capi ribelli e stordiranno i loro seguaci per arrestarli. Il coprifuoco avrà effetto immediato a partire da questo momento.»

Che cosa stava succedendo? Apparve un secondo viso. «Questa misura fa seguito all’arresto del primo ministro Captison e del senatore anziano Orn Belden per sospetta attività sovversiva, assieme al capo ribelle Leia Organa. Il governo imperiale si aspetta piena collaborazione da parte della cittadinanza. Gli invasori ssi-ruuvi potrebbero attaccare da un momento all’altro. La collaborazione con qualunque forza estranea verrà punita severamente e immediatamente.»

Leia, in arresto? Han ignorò il resto del messaggio diffuso dalla testa scorporata, che continuava parlando di chiusura anticipata dei negozi e di zone della città nelle quali era proibito l’accesso. Era ovvio che gli Imperiali avevano paura di una reazione violenta da parte dei Bakurani.

Ma lui aveva una sua reazione violenta personale a cui dare inizio. Accelerò a manetta, borbottando: «Me la pagherai per questo, Nereus».

Ma come? Non sapeva nemmeno dov’era Leia.

Anche se lo speeder filtrava l’aria in ingresso, c’era odore di bruciato nella cabina. Atterrò con uno stridio di freni sul tetto del complesso Bakur e si gettò verso l’ascensore più vicino. Come prima, due soldati erano di guardia davanti ai loro appartamenti. I loro elmetti lo seguirono mentre Han entrava a passo di marcia. Probabilmente avevano intenzione di non lasciarlo più uscire.

3BO era all’interno e attendeva con infinita pazienza meccanica. «Generale Solo», esclamò. «Grazie al cielo è arrivato lei. La senatrice Captison mi ha riportato qui, ma ha portato C1 nel suo ufficio. Il suo bullone di costrizione...»

«Non ora. Trovami Leia.»

«Ma, generale, gli Ssi-ruuk stanno venendo a prendere padron Luke... e poi attaccheranno... immediatamente!»

«Lo sappiamo. Andrà tutto...» Han fermò di botto la sua corsa, nel bel mezzo del soggiorno. «Aspetta, che cosa vuoi dire con ‘attaccheranno’?»

«Entro un’ora. Dobbiamo...»

«Come fai... no. Dopo. Dov’è Leia?»

Il droide si raddrizzò in tutta la sua altezza. «Ci ha lasciato nell’ufficio del primo ministro Captison, con l’incarico di tradurre...»

«Lo so dove vi ha lasciato.» Han si mise a camminare vorticosamente per il soggiorno, rimbalzando di tanto in tanto contro un campo di repulsione. «Leia e Captison sono stati arrestati. Hai avvisato Luke dell’accaduto?»

«Ho cercato, signore, ma...»

«L’ho lasciato al posto di ristoro accanto alla piattaforma dodici. Inserisciti nel computer centrale. Scopri dove hanno portato Leia. E fallo ora!»

«Generale Solo, solo C1 è equipaggiato per effettuare un’interfaccia diretta. Io no.»

Han sentì il sangue salirgli alle guance. «Allora mettiti lì in piedi e premi quei maledetti pulsanti come un essere umano. È per questo che ti hanno costruito in quel modo.»

3BO barcollò fino al terminale principale. Han guardò quello che stava facendo da sopra le sue spalle per un po’, ma 3BO lavorava troppo in fretta. Allora controllò la carica dei suoi fulminatori ed esaminò il vibrocoltello. Guardò fuori della finestra e poi diede un’occhiata in camera di Leia. Era tutto in ordine. Non l’avevano rapita da qui, allora.

«Generale Solo.» La voce di 3BO gli arrivò attraverso tutto il soggiorno.

«Cosa?» Han si precipitò accanto al droide. «L’hai trovata? Hai trovato Luke?»

«Ho lasciato un messaggio per padron Luke presso il personale del centro ristoro, ma si sono dimostrati alquanto maleducati e ho qualche dubbio che sarà in grado di riceverlo. Ma la padrona Leia...»

«Quale area di detenzione? Dove?»

«Sembra che sia stata portata in una piccola installazione ai piedi delle montagne qui vicino. Una residenza privata, credo.»

«Dove si trova rispetto a qui? Fammi vedere.»

3BO trovò una mappa e la mostrò sullo schermo. Han prese nota della direzione e della località... Distava una ventina di minuti di speeder, uno speeder veloce, naturalmente. «Okay. Adesso mostramelo più da vicino.» 3BO cambiò videata. Una rete di sicurezza circondava un edificio a forma di «T» con un grande corridoio centrale e un’ampia area ricreativa. Dieci camini, tutti adatti allo scarico della combustione della legna: un posto dall’atmosfera molto all’antica, se non fosse stato per il parcheggio di speeder vicino all’angolo nord-est dell’area recintata. «Già», notò Han. «Casa di campagna, adatta alle spedizioni di caccia e alle feste private, scommetto. Riesci a entrare nei loro sistemi di sicurezza?»

3BO premette qualche altro tasto. «Credo di esserci riuscito, signore.»

«Spegnili tutti.»

3BO assunse una posa riflessiva, con una mano che gli toccava il mento. «Se posso permettermi, generale Solo, spegnere i sistemi di sicurezza metterà in allarme l’intera installazione.»

«Va bene. Chiudi qualunque cosa che li possa avvertire del mio arrivo. E scopri quante guardie ci sono laggiù.»

«Dieci.» 3BO toccò qualche altro tasto. «Sembra che le misure di sicurezza siano state mantenute al minimo. Se posso permettermi di speculare, direi che il governatore Nereus abbia intenzione di tenere la maggior parte delle sue guardie attorno a sé per tutta la durata dell’attuale crisi.»

«Ha tutta l’aria di un’altra trappola.» D’altra parte, forse Nereus semplicemente non voleva trovarsi l’Alleanza alla gola. Forse voleva solo liberarsi di Captison e in quanto a Leia, non vedeva l’ora di lavarsene le mani. Prima lasciava il suo pianeta, meglio era per lui.

O forse 3BO aveva ragione e si trovavano semplicemente davanti a un uomo spaventato. A volte ci voleva un codardo per scovarne un altro.

Estrasse il suo fulminatore e si diresse verso la porta a grandi passi. «Andiamo, ferraglia dorata, dobbiamo passare davanti a due guardie.»

«Signore! La prego, almeno questa volta, si prenda un minuto per pianificare le sue mosse! Minimizzi i suoi rischi!»

Han esitò. «Minimizzare i rischi? E come?»

«Invece di aprirsi la strada a colpi di fulminatore, signore, potrebbe impiegare qualche tipo di sotterfugio.»

«Che tipo di sotterfugio avevi in mente?»

Le dita metalliche di 3BO fecero un lieve rumore tintinnante quando si batté le mani sul petto. «Io non ho una grande facoltà immaginativa. Le sue energie creative, invece, potrebbero facilmente venire impiegate...»

«D’accordo, sta’ zitto, lasciami pensare.»

Passò in rassegna le risorse a sua disposizione. Due fulminatori, un vibrocoltello e 3BO.

Già. 3BO. Sempre che riuscissero a passare oltre le guardie della porta, c’era una cosa che Han avrebbe trovato davvero utile: un codificatore gerarchico che potesse aggirare i circuiti di sicurezza impostati per riconoscere le impronte digitali, retinali e vocali. Erano illegali quanto una gemma di fuoco di Lowickan e impossibili da fabbricare sulla maggior parte dei mondi, perché i circuiti gerarchici quasi dappertutto erano a prova di droide. «Hai proprio ragione», ammise, rivolto verso 3BO. Corse verso il sedile a repulsione più vicino, aprì il pannello di manutenzione ed estrasse il circuito gerarchico principale. «Ecco», ordinò. «Cancellami questo e imprimici sopra un codice imperiale di apertura. Li troverai nel computer principale.»

«Signore!» 3BO strillò con la voce terrorizzata che saliva vertiginosamente d’altezza. «Ci fonderanno tutti se oso contraffare...»

«Fallo», ringhiò Han. «In questo posto non hanno droidi e quindi non avranno nemmeno misure di sicurezza anti-droide. Dovrebbe essere facile come bere un bicchier d’acqua.»

Eppure rimase ad attendere battendo il piede nervosamente finché 3BO non gli porse il circuito riprogrammato. Lo rigirò tra le dita, quella striscia di plastica e metallo liscia e lunga appena sei centimetri lo avrebbe fatto entrare pratica-niente dovunque... compreso un guaio molto serio, se fosse stato catturato con quella cosa in tasca. Se lo fece scivolare nel taschino della camicia.

«Generale Solo, non dovremmo avvertire la popolazione dell’imminenza dell’attacco?»

«Hai detto che è stato il senatore Captison che ti ha riportato qui, no?»

«Sì, ma...»

«E a lei lo hai detto, non è vero?»

«Sì, ma...»

«Allora ci penserà lei, fidati.» Han regolò il fulminatore su «stordimento» (solo per rispetto dei desideri di Leia, si disse). «Vieni. Ecco quale sarà il prossimo passo.»

Meno di un minuto dopo, fece aprire la porta e poi indietreggiò. 3BO uscì correndo nell’atrio, strillando frasi incomprensibili, agitando le mani e ondeggiando violentemente. Han contò mentalmente fino a tre, dando ai soldati il tempo di chiedersi se dovevano sparare al droide impazzito o usare il loro controllore. Poi si accucciò e strisciò verso la porta. Poteva vedere solo un soldato e quello stava fissando il droide, stupefatto. 3BO ora girava su se stesso, ciangottando in un altro linguaggio sconosciuto. Han mirò a uno dei punti deboli dell’armatura, sparò e saltò dall’altra parte della porta. La seconda guardia rispose al fuoco, intelligentemente, sparando ad altezza d’uomo, ma il colpo passò sopra la testa di Han. Un attimo dopo la seconda guardia era stesa.

«Okay, 3BO. Aiutami e fai in fretta.» Han afferrò una delle guardie per i calcagni e la trascinò dentro l’appartamento. 3BO trasportò i fucili dei due soldati mentre Han trascinava il secondo appena dentro la porta. «Sbrigati.» Trovò un cavo multiuso addosso a uno dei soldati e lo usò per legarli insieme. «Ho come l’impressione che qui non ci torneremo», borbottò. Bakurani o non Bakurani, tolse a 3BO il bullone di costrizione. «Ecco. Questo è il momento di dividersi. Io andrò a prendere Leia. Tu occupati di fare arrivare a Luke quel messaggio.»

«Ma, signore, come farò ad arrivare fin là? Perfino sui mondi alleati a nessun droide viene concesso di pilotare uno speeder senza supervisione.»

Han ci pensò. Doveva portare 3BO al Falcon? Chiedere a Chewie di abbandonare la nave e venire a prenderlo? Ci sarebbe voluto troppo tempo e sarebbe stato troppo pericoloso.

Ah. «Okay, lingotto, stai per diventare un eroe.» Slegò uno dei due Imperiali ancora storditi e gli tolse l’elmetto. «Aiutami a tirargli via il resto di questa roba.»

3BO si avvicinò. «Che cosa... oh, no. Signore, la prego, non mi ordini di...»

«Nessuno ti sparerà, con questo addosso. Voglio che tu torni al Falcon.»

In un batter d’occhio 3BO venne completamente rivestito con l’armatura bianca, e la sua voce stupefatta filtrò da un grosso elmetto bianco. «Ma signore, dove troverò uno speeder?»

«Seguimi. E regola quel fucile appena sotto ‘stordimento’.

È a me che dovrai sparare.»

«Un’altra cosa!» supplicò 3BO. «Posso avere il suo com-link? Devo mettermi in contatto con padron Luke.»

Han gli lanciò il comlink. 3BO  lo afferrò al volo. Han annuì. «Andiamo», comandò.

Fuggì nel corridoio, diretto verso l’ascensore più vicino. Uno sguardo alle sue spalle mostrò 3BO che faceva del suo meglio per tenergli dietro, emettendo di tanto in tanto un raggio stordente nella sua direzione. Han diede al droide un momento per raggiungerlo, poi si infilò nell’ascensore.

Quando furono sul tetto, le cose cominciarono a succedere in fretta. Fumo nero proveniva dal basso. I Bakurani sembravano davvero irritati per quegli arresti. Diverse persone dall’aria nervosa, che si stavano dirigendo verso l’ascensore, si dispersero correndo mentre lui saltava nello speeder più vicino. Agitò il suo circuito gerarchico sopra il sensore di riconoscimento del padrone del velivolo e il motore si accese. Nel frattempo, il più goffo assaltatore imperiale mai visto uscì traballante dall’ascensore, sparando a tutto quello che vedeva e mancando regolarmente il bersaglio con grande precisione. I Bakurani si buttarono a terra, appiattendosi il più possibile.

Han attese che 3BO si fosse sistemato su un altro speeder, poi decollò e si diresse verso nord, guardandosi alle spalle una volta sola per assicurarsi che 3BO non si fosse disintegrato al decollo. Poi si concentrò sulla strada davanti a sé, tenendo gli occhi socchiusi nel vento che gli scompigliava i capelli.

Il posto di ristoro accanto alla piattaforma dodici sapeva di fumo e di grasso lubrificante. Tutto quello che conteneva sembrava di poco prezzo, dal pavimento nero al soffitto rivestito di pannelli luminosi. Diversi di questi ultimi si accendevano e si spegnevano, come se stessero per esaurire la carica. Niente automazione, niente anche di solo remotamente moderno. Di certo le guide turistiche lo avrebbero definito «pittoresco» e «pieno di colore locale».

Luke diede uno sguardo al terminale della rete comunicazioni che spuntava da un tavolino in mezzo al locale, poi guardò verso un tavolino d’angolo seminascosto da un divisorio. Un tizio dall’aria dura, probabilmente di servizio allo spazioporto, era seduto davanti al terminale più riservato del tavolino d’angolo. Luke aveva visto solo due terminali nell’edificio oltre alla cabina che si trovava all’esterno, che aveva capacità video ma che in compenso non forniva accesso alla flotta in orbita.

Decise che avrebbe preferito usare il terminale più privato, anche se voleva dire aspettare qualche minuto, piuttosto che sedersi davanti al piano arancione del tavolino oleoso, in piena vista. E comunque finché non arrivava la navetta orbitale doveva restare qui. Voleva mettersi in contatto con Wedge e scoprire come stava andando su, nella rete difensiva... e come mai la sua navetta era in ritardo. Che fosse un’altra manovra di Nereus? Gettò un’occhiata verso la finestra che dava a ovest. Il Falcon era solo a duecentocinquanta metri da lì, ma non riusciva a vederlo per via delle gru e delle altre navi.

Qualcosa grattò con un rumore metallico il pavimento lurido dietro di lui... non uno degli onnipresenti sedili a repulsione di Bakura, ma una normale sedia di metallo. Luke si voltò. Il tavolino d’angolo era libero.

Luke si sedette in modo da fronteggiare il resto della stanza, inserì il suo codice di autorizzazione e richiese il contatto con Wedge Antilles: interfaccia vocale/tastiera, se possibile.

Delle lettere nere si formarono sotto quelle che aveva appena digitato.

Il capitano Antilles non è disponibile, signore. Qui è il tenente Riemann. Posso esserle d’aiuto?

Luke riconobbe il nome: era un giovane artista di fama interplanetaria che l’Impero aveva costretto prima a nascondersi e poi a combattere. «Qual è lo status attuale della rete difensiva?» chiese a bassa voce. «Avete notato qualcosa di strano nelle ultime ore?» Sarebbe stato molto più comodo se avesse potuto incaricare C1 di prendersi cura delle comunicazioni. Si chiese se i droidi avevano finito di tradurre lo ssi-ruuvi per il primo ministro Captison.

La risposta apparve sul display.

La rete sta tenendo, tutti sono nell’orbita loro assegnata. Abbiamo sentito un sacco di chiacchiere sulla banda dei Flautati durante l’ultima ora, ma le cannoniere e l’incrociatore non si sono mossi.

Anche se gli Ssi-ruuk non si erano mossi, sembrava che si stesse preparando qualcosa. Luke chiese quando sarebbe partita la prossima navetta orbitale.

Sta scendendo in questo momento, signore. Dovrebbe atterrare fra circa trenta minuti.

Luke ringraziò il tenente e chiuse la trasmissione.

Che cosa poteva fare, qui, in mezz’ora? La sua memoria ripescò la voce di Ben Kenobi che diceva a Yoda: «Imparerà la pazienza». Deciso a provare che Ben aveva ragione, si costrinse a calmarsi. Presto sarebbe stato di nuovo sulla Flurry e una volta che Han avesse localizzato Leia e raccolto i droidi, sarebbero saliti anche loro, con Chewbacca e il Falcon. Spinse la sua sedia lontano dal tavolino d’angolo e si alzò.

Mentre stava per passare davanti a un separé affollato di loschi figuri, il suo comlink squillò nella tasca della camicia. Girò su se stesso e tornò al tavolino d’angolo, dove tirò il comlink fuori dalla tasca. «Che cosa c’è, Han?» sussurrò.

«Padron Luke», esclamò la voce di 3BO, «sono così contento di essere riuscito a trovarla, padrone. La principessa Leia è stata arrestata. Il generale Solo è andato a salvarla...»

Luke si afflosciò contro il divisorio e abbassò la voce ancora di più. Interrompendo continuamente e inserendo veloci domande nel racconto di 3BO, riuscì a scoprire dove si era diretto Han. «E signore», aggiunse 3BO, «gli Ssi-ruuk intendono attaccare nel giro di un’ora o meno. Deve fare in fretta. Avverta Chewbacca che sono diretto al Falcon, ma che sono travestito da assaltatore imperiale. Non mi deve sparare.»

Meno di un’ora? E la sua navetta che aveva mezz’ora di ritardo? «Dov’è C1?»

«È stato requisito dalla senatrice Captison, signore. Dovremo tornare a prenderlo in un secondo tempo. Signore, se lei pensa che io possa essere più utile qui a terra che nello spazio, durante le prossime ore...»

«Dirigiti verso il Falcon. Parleremo dopo.» Luke si rimise il comlink in tasca e tese una mano verso il terminale della rete pubblica. Doveva mandare Chewie con il Falcon nelle montagne, ad aiutare Han? No, a volte Han si muoveva molto più in fretta di quanto chiunque si potesse aspettare. Avrebbero potuto incrociarsi mentre tornava e mancarlo.

Ma a volte Han si infilava in una situazione troppo complicata per essere risolta a colpi di fulminatore. Luke si morse il labbro. Doveva aiutare Han e Leia, ma doveva anche avvisare la Flurry... no, doveva salire a bordo, prima che gli alieni attaccassero. Era quella, come comandante, la sua responsabilità.

Improvvisamente si raddrizzò sul sedile sdrucito. Comandante? Un momento!

Riaprì il contatto con il tenente Riemann.

Per essere una città sottoposta al coprifuoco, Salis D’aar sembrava a Han piuttosto vivace. Piccoli gruppetti di persone correvano da un edificio all’altro, evitando plotoni ai assaltatori imperiali. Un velivolo della sicurezza a doppio scafo si diresse verso di lui, minaccioso. Han si gettò fuori dal corridoio aereo ed entrò nella gola formata da due alti edifici. Il suo inseguitore gli tenne dietro, sparando apparentemente a casaccio. Han frenò, si infilò in un vicolo stretto, poi si gettò in un cerchio della morte Immelmann e tornò nella gola. Il veicolo della sicurezza continuò a schizzare nel vicolo e Han non lo vide uscire dall’altra parte.

Appena si fu orientato di nuovo, uscì dalla città e si calò fino quasi a sfiorare l’acqua del fiume a ovest. Restò tanto basso che a momenti avrebbe potuto afferrare i pesci a mani nude e a distanza di braccia dall’enorme parete di quarzo bianco alla sua destra, sperando così di sfuggire alla sorveglianza. Aspettò che le colline diventassero alte abbastanza da offrirgli una certa copertura, poi attraversò il fiume ed entrò nella gola formata da uno degli affluenti.

Una volta individuata la valle giusta non gli ci volle molto per localizzare il suo obiettivo, una costruzione di tronchi d’albero a forma di «T» con un tetto di pietra verde scuro, addossata a una parete di roccia. Pianificando con largo anticipo, diciamo di due minuti (3BO sarebbe stato fiero di lui), slacciò la cintura di sicurezza e si assicurò di avere i piedi liberi, preparandosi a gettarsi fuori. Nessuno gli sparò contro. Decelerò sulle scure cime degli alberi. Nell’istante preciso in cui decise di avere perso abbastanza velocità saltò fuori dallo sportello. Atterrò proprio nel morbido cespuglio che aveva puntato. Lo speeder esplose con un boato e una nuvola di fuoco e fumo contro il muro perimetrale. Quando quattro soldati di marina riuscirono finalmente ad avvicinarsi alle fiamme, Han stava già entrando nella casa attraverso una porta aperta e temporaneamente incustodita, assicurata a colossali cardini neri.

Solo una porta, nel lungo corridoio centrale, era chiusa e aveva un droide di sicurezza accanto. Era ovvio che gli Imperiali non si curavano di rispettare i sentimenti anti-droidistici dei Bakurani, in questa installazione a loro riservata. Han puntò il fulminatore all’altezza della sezione mediana del droide e sparò. Fulmini blu avvolsero la macchina e si protesero da quattro appendici verticali che spuntavano dalla sommità del droide. Han si avvicinò prudentemente. Il droide ronzava e fumava.

Sicurezza mantenuta al minimo, osservò, agitando il suo circuito gerarchico davanti alla porta. Un po’ troppo facile. Se questa era un’altra trappola... Be’, ci avrebbe pensato dopo. 3BO a questo punto doveva già essere sul Falcon. Avrebbe tanto desiderato avere un comlink, ma un segnale estraneo avrebbe attirato da lui tutti i soldati del circondario.

«Leia?» chiamò piano nella stanza buia. «Sono io.»

Le luci si accesero. «Ehilà», disse la voce di Leia da sopra di lui. Era appollaiata sul sedile di una poltrona a repulsione proprio sopra la porta. «Meno male che hai parlato. Stavo per spiaccicarti.» Fece atterrare la poltrona ai piedi di un letto vecchia maniera, non a repulsione. Han non sapeva che una sedia a repulsione potesse fare queste acrobazie. Leia doveva averla riprogrammata.

«Ti hanno fatto del male?» Tirò dentro il droide fuso prima di chiudere la porta. Se nessuno lo vedeva, forse non si sarebbero resi conto che era stato danneggiato.

«No, a dire la verità. Da quello che ho capito, il governatore Nereus vuole tenermi da parte come regalo per il prossimo imperatore. Sostiene che in questo momento sono una specie di ospite. Il pranzo era delizioso. E ho anche un caminetto.» Indicò con un gesto la camera da letto in stile rustico. Legno chiaro, non piallato, rivestiva le pareti e il soffitto.

«Una specie di ospite che non può andarsene?»

«Non resterò qui a lungo.» Si piantò i pugni sui fianchi. «E così sei riuscito a entrare. Suppongo che tu abbia un piano per uscire di qui.»

«Non ancora.»

Leia voltò gli occhi al cielo. «Oh, no, non di nuovo»

«Guarda, dolcezza», disse Han in tono pensieroso, mentre si sedeva sull’orlo del letto. «Ho fatto esplodere lo speeder con cui sono arrivato contro il loro bel muretto di cinta. Per quello che ne sanno io sono saltato fuori molto prima di arrivare qui. Restiamo qui tranquilli per un’oretta. Lasciamo che esaminino il relitto ed esplorino il terreno qui attorno...»

Passi pesanti si avvicinarono alla porta. Han saltò giù dal letto. «Si può uscire di qui?» Si precipitò verso il caminetto.

«Ma certo che no. È troppo stretto.»

Troppo tardi. La porta si aprì. Han afferrò una sbarra di metallo che si trovava dentro al caminetto annerito, saltò più in alto che potè e tirò su le gambe.

«Avete visto qualcosa di sospetto dalla finestra?» chiese una voce filtrata dal microfono di un elmetto. Han si puntellò a due ruvide pareti di pietra. Avrebbe voluto salire ancora, ma non osava attirare l’attenzione facendo cadere della fuliggine. Il naso e la gola gli prudevano già. Al pensiero di quella guardia in uniforme appena dentro la porta, le mani cominciarono a sudargli.

«Non ho neanche provato», disse Leia con voce di sfida.

«Bene. State indietro.» Han sentì una serie di passi lenti, due paia; immaginò una squadra dotata di analizzatore che passava in rassegna la stanza alla ricerca di forme di vita. Si chiese se la pietra bloccava il loro equipaggiamento. Non riusciva a raggiungere il suo fulminatore. Ancora un secondo e avrebbero di certo notato il droide che aveva messo fuori combattimento...

«Va bene, adesso avete fatto i vostri controlli. Fuori di qui», ordinò Leia. Come in tributo alla gelida minaccia contenuta nella sua voce, i passi dei soldati si allontanarono in tutta fretta. Dopo un paio di secondi Leia disse da sotto di lui: «Sono andati».

«Stai indietro», consigliò Han. Cercò una presa migliore sulle pareti, poi abbassò le gambe e saltò. Per un istante, vide Leia con un’espressione di orrore sul viso. Poi la cenere nera gli piovve addosso, oscurandogli la vista.

«Che bel salvataggio», osservò la voce di Leia.

«Credi che torneranno?» chiese, uscendo dalla piattaforma di pietra attorno al focolare. Una volta che la fuliggine si fu depositata, riuscì a vedere di nuovo. Che casino. Il droide di guardia era in un angolo accanto alla porta, coperto di indumenti disposti in artistico disordine, così da farlo sembrare un mobile. Anche Leia si era mossa in fretta.

«Sì», rispose. «Non penso che potremmo contare sullo starcene qui calmi per un po’.» Si voltò e passò da una porticina, chinando la testa, per ricomparire poco dopo con un asciugamano bianco. «Fermo. Farò quello che posso.»

Un minuto dopo, lasciò cadere a terra un asciugamano nero. «Ecco, per adesso sei abbastanza pulito.»

Han stava fissando la sedia a repulsione. «Ehi», disse, «ho un’idea.»

15

Gaeriel era fuori della porta della casa di Eppie Belden e fissava il mazzo di nuvole spinose, potato di fresco, che aveva in mano. Ogni bocciolo fragrante a forma di spina si sarebbe trasformato in un frutto succulento, ma se si lasciavano troppe spine su ciascuna pianta i frutti sarebbero rimasti piccoli e aspri. Il simbolismo, boccioli tagliati come vite stroncate per permettere ad altri di crescere più forti, non le dava molto conforto. Chissà se Eppie avrebbe capito che quello che per più di un secolo era stato suo marito era morto mentre era nelle mani del governatore Nereus? O non sarebbe anche lui tornato a lei, più e più volte, nel volto di altri, come Roviden?

La governante di Eppie aprì la porta. «Buongiorno, Clis.»

«Ciao, Gaeriel.» Clis si fece da parte con una strana espressione sul volto rotondo. «Vieni. Presto.»7

«Qualcosa non va?» Gaeriel oltrepassò Clis e si diresse alla poltrona preferita di Eppie. Era vuota. «Dov’è?» chiese Gaeriel, allarmata.

«Nello studio.»

«Lo studio?»

«Guarda tu stessa.»

Gaeriel attraversò la sala da pranzo e andò verso l’ufficio di Orn Belden. Contro la luce di un monitor acceso si staglia- I va il profilo di una figura piccola, curva su se stessa. «Eppie?» gridò Gaeriel.

La figura si girò. Il viso rugoso di Eppie Belden splendeva con l’intensità di quello di un uccellino. «Perché, conosci qualcun altro che potrebbe trovarsi qua?»

«È tutta la mattina che è così», mormorò Clis. «Entra, avanti. Ha chiesto di te.»

«E di quel giovanotto.» Eppie allontanò la sua sedia a repulsione dal monitor. «Chi era? Da dove è spuntato fuori?»

Sopraffatta dalla sorpresa e incapace di articolare parola, Gaeri si sedette su una cassa da imballaggio. Non c’erano altre sedie nella stanza. «È un... Ribelle, ma uno... particolarmente pericoloso. Un Jedi. Uno di loro.»

«Oh, oh.» Eppie stava facendo dondolare i piedi sotto la sedia. «I nostri maestri ci hanno insegnato molte cose sagge, negli anni, ma anche un sacco di sciocchezze.» Puntò un dito lungo e scarno contro Gaeri. «Devi giudicare il giovane Jedi da quello che fa, non dalle dicerie e dalle parabole dei vecchi. Digli di tornare a trovarmi, in ogni caso.» Voltò la testa. «Trova un bel vaso per i fiori di Gaeri, Clis.»

La grossa governante lasciò la porta. Eppie mosse una leva che la chiudeva.

«Eppie, ma tu... tu stai bene !»

«Eri venuta a dirmi di Orn, vero?» Il muro di attivismo si assottigliò e Gaeri vide il suo fresco, aspro dolore. Ancora non aveva realizzato pienamente quello che era successo. Eppie stava lavorando freneticamente, finché poteva, per poter poi piangere quando ne avrebbe avuto il tempo. «Grazie comunque, tesoro. Ho sentito. Nessuno ha pensato di avvertirmi, ma ho passato tutta la mattina a guardare i notiziari.»

«Ma...»

«Non ho visto un solo notiziario per anni e quindi hai pensato che non avessi sentito. Stai attenta a quello che dai per scontato, Gaeriel.»

«Ma lui... Orn...»

Eppie incurvò le spalle, trasformandosi di nuovo in una vecchina appassita. «Mi mancherà, Gaeri, mancherà a tutta Bakura. L’Impero la può chiamare emorragia cerebrale, ma io so che è morto per Bakura, come avrei dovuto fare io.»

«Avrei dovuto?»

«Confessare fa bene all’anima, bambina mia. Ma non sono ancora pronta a dirti tutto. E alcune cose non sono adatte a giovani orecchie imperiali.» Girò di scatto sulla sua sedia a repulsione e toccò un pulsante. Uno schermo pieno di simboli si trasformò in un notiziario. «Incendi, scioperi, barricate nelle strade di Salis D’aar. Come vorrei avere ancora ottant’anni!»

«Eppie, ma che cosa hai fatto?»

«Solo quello che quel giovanotto, perdonami, quel giovane Jedi terribilmente pericoloso mi ha mostrato. Tu hai tante buone qualità, Gaeri, ma dovresti fare qualcosa per la tua intolleranza.»

Gaeri si lasciò sfuggire un sospiro. «Allora ti avevano davvero fatto qualcosa?»

«Non ti scaricherò addosso il peso del mio passato. Occupiamoci del futuro.»

«Il tuo passato potrebbe essere il mio futuro.»

Eppie le strizzò un occhio azzurro e vivace. «Spero di sì. E spero di no.»

Gaeri tese una mano. «Finirai per esaurirti, così. Non sarebbe meglio che tu ti stendessi per un po’?»

Eppie scosse la testa. «Mi sono sfuggiti anni interi. Ora non posso perdere nemmeno un minuto. Bakura si sta sollevando. E io voglio esserci.»

Gaeri cercò di sopprimere un tremito nelle sue mani. «Sollevando?»

«Contro Nereus, naturalmente.»

«Ma abbiamo bisogno del governatore Nereus e delle sue forze. Saremo invasi da un momento all’altro. L’Alleanza parla di libertà, ma Bakura è stata... è stata quasi distrutta dal caos. L’Impero ci ha salvato da una tragedia.»

«Non saremo mai al sicuro dalla tragedia, Gaeriel. Ognuno di noi deve essere libero di perseguire la sua tragedia personale.»

Gaeri incrociò le caviglie e la fissò. Come poteva questa filosofa dalla mente lucida essere la vecchina demente che aveva aiutato a curare da prima della sua partenza per il centro?»

«Anche dopo una sconfitta», mormorò Eppie, «è possibile avere una vita piena e felice. Se solo io e Ora avessimo capito...

«Comunque», esclamò, raddrizzandosi, «c’è del lavoro da fare. Sei con me o contro di me?»

«Che cosa... che cosa stai facendo a quel terminale, Eppie?»

«Perché, hai in mente di denunciarmi? Guarda qui!» Tornò a voltarsi verso il monitor e premette velocemente una serie di comandi. Uno portò sullo schermo delle fiamme che si levavano vicino al complesso Bakur. Un altro, assaltatori imperiali che inseguivano civili armati. La fabbrica di componenti per la repulsione si era fermata, proclamava un altro notiziario, perché la programmazione automatica si era improvvisamente azzerata. «Salis D’aar è furiosa. Orn è morto, tuo zio è in arresto, la principessa ribelle in custodia. Che cosa hai intenzione di fare?»

«Se combattiamo gli uni contro gli altri adesso, gli Ssi-ruuk ci sconfiggeranno uno dopo l’altro!»

«È per questo che non possiamo fallire. Quella gente per strada è solo una distrazione. Io e te e pochi altri, dall’interno, possiamo guidare la vera ribellione. Possiamo ottenere moltissimo prima che gli alieni attacchino.»

«Gli alieni attaccheranno fra meno di un’ora. Ho avvertito il governatore Nereus. Non c’è tempo!»

«Nessuno ti ha mai detto che una volta ero una guerrigliera elettronica, vero?»

Gaeriel rimase a bocca aperta. Come poteva anche solo pensare di collaborare con Eppie e con i Ribelli? L’Alleanza non era pratica. Era un’accozzaglia di idealisti ingenui.

La sua propria tragedia. Se il destino garantiva che la sua vita sarebbe finita, che tragedia avrebbe scelto?

Una che portasse al trionfo. Gaeri esaminò attentamente la sua nuova idea. Non poteva consegnare Eppie Belden a Wilek Nereus. È questa la risposta, si disse. Non c’era un solo ufficiale, burocrate o professore imperiale che avesse mai ammirato come aveva ammirato Eppie.

Dunque questa era la sua decisione. Amava Bakura, non l’Impero. «Sono con te», disse piano.

Eppie le afferrò la mano e la strinse. «Lo sapevo che avevi più buon senso di quanto non lasciassi trapelare. È una decisione dura, ragazzina e ti costerà... ma congratulazioni. Adesso vedremo cos’altro possiamo fare a quella fabbrica di componenti.»

«Sei stata tu a mandare a monte l’automazione?»

Il sorriso di Eppie fece sparire la metà delle sue rughe e approfondì l’altra metà. «Quella fabbrica vale per l’Impero quanto tutta Bakura. Se la produzione cessa, sia pure nel bel mezzo di una battaglia, manderanno ogni soldato di Salis D’aar a riportare l’ordine. Il che lascia il complesso Bakur a me... e a qualche amico.»

Gaeri si sentì ribollire il sangue. «Ti posso aiutare meglio dal mio ufficio. Ho uno dei droidi ribelli nascosto lassù.»

«Aspetta.» Eppie rovistò in un cassetto e tirò fuori un pezzettino di metallo e plastica. «Lo conosci quel canale riservato alle truppe d’assalto, che si suppone assolutamente inviolabile?»

Gaeriel annuì.

«Orn voleva che tu avessi questo tanto tempo fa, ma non poteva fidarsi di te. Usalo adesso. Ti consentirà di dare qualche ordine agli assaltatori prima che vengano a prenderti.»

Gaeri chiuse la sua mano sull’oggetto.

«Be’, che cosa aspetti? Corri!» Eppie le colpì una spalla.

Gaeri tornò al complesso con il suo speeder, evitando le pattuglie imperiali e zigzagando fra barricate e incendi. Il droide dei Ribelli, C1-P8, era esattamente dove lo aveva lasciato, accanto alla sua scrivania, con la cupola che ruotava mentre emetteva pigolii inintelliggibili. Gaeri gemette. «Stai cercando di dirmi qualcosa, vero? Ma io non ci capisco niente. Aari?»

«Eccomi», annunciò la sua aiutante.

«Cerca di ottenere tutte le informazioni che puoi sulla rete dell’ufficio di Nereus, anche se vuol dire farci scoprire. Sta per cadere tutto a pezzi.»

«Agli ordini.» Con grande divertimento di Gaeri, il piccolo droide rotolò fino a un terminale e si collegò. Evidentemente era programmato per avere un bel po’ di percezione e volizione tutte sue.

«Ecco, senatrice.» Aari le aveva trasmesso una schermata. Nereus aveva ordinato alle sue truppe di soffocare tre dimostrazioni e aveva mandato il capo dei suoi servizi segreti alla fabbrica del distretto di Belden. Gli ufficiali del servizio segreto di Nereus, a quanto si diceva, prima sparavano e poi interrogavano i superstiti.

Gaeri strinse il pugno. Doveva liberare zio Yeorg e anche la principessa ribelle. Ma prima, doveva ricordare che nessun Captison aveva mai perso tempo mentre Bakura era in preda ai disordini. Porse il chip che Eppie le aveva consegnato ad Aari. «Installa questo. Ci permetterà di immetterci sulla frequenza delle truppe d’assalto.»

Aari sollevò una delle sue sopracciglia nere. C1-P8 trillò e pigolò. Perfino all’orecchio inesperto di Gaeri sembrava eccitato.

Le tremavano le mani. Un utente non autorizzato che si immetteva nella rete sarebbe stato acchiappato nel giro di pochi minuti, ma questo sarebbe stato il suo tributo alla memoria di un vecchio coraggioso.

«Eccoci», annunciò Aari un momento più tardi dalla scrivania accanto. Dal suo terminale principale Gaeri copiò i dati dell’impianto di estrazione del succo di namana, quindici chilometri più giù sulla costa, un impianto sicuro e di nessuna importanza militare: e li riversò nei banchi memoria delle truppe d’assalto al posto del loro schema della fabbrica di componenti. Quando avrebbero cercato di attaccare la fabbrica di Belden, avrebbero avuto informazioni totalmente errate. Sarebbero stati in preda alla confusione e la gente di Belden avrebbe avuto un po’ più di tempo per... be’, qualunque cosa stesse facendo Eppie, che lei non voleva nemmeno sapere cos’era.

Ma chiamò il supervisore della fabbrica su un canale convenzionale. Lo avvisò che gli assaltatori stavano arrivando e che la ribellione di Bakura era cominciata. Non era magari un’azione rivoluzionaria eclatante, ma avrebbe gettato per qualche minuto l’Impero nella confusione.

«D’accordo, Aari. Tira fuori il chip.»

Aari tirò fuori la sua cassetta degli attrezzi e rimosse l’illegale chip pseudoimperiale. «Questo è meglio che lo fonda subito.»

«Giusto.» Adesso che poteva permettersi di pensare alla liberazione di zio Yeorg, si rese conto che conosceva una sola persona che la poteva aiutare. Cancellò i dati dal suo terminale e si chinò sul droide. Si sentiva ridicola, a rivolgergli la parola. «C1-P8, mi puoi aiutare a localizzare il comandante Skywalker?»

Chewbacca camminava a grandi passi attorno al Falcon, di guardia. La nave era pronta al decollo, tutti i sistemi operativi (almeno per il momento) e da fuori sembrava al suo meglio, vale a dire che mentre se ne stava accucciata sulla bianca superficie vetrosa, ammaccata, sporca e malridotta, un osservatore di passaggio avrebbe senz’altro dubitato che potesse decollare. Chewbacca teneva d’occhio ogni nave e ogni gru, ogni speeder che veniva parcheggiato nelle vicinanze e ogni edificio in vista. Nessun segno di Luke.

Finalmente si udì il lamento acuto di uno speeder in avvicinamento. Chewie scivolò attorno allo scafo fino a una postazione dalla quale poteva sparare senza essere visto. Pochi secondi più tardi lo speeder atterrò a portata di fuoco. Un assaltatore in armatura bianca smontò in maniera incredibilmente goffa.

Aveva tutta l’aria di essere una grana. L’assaltatore non parlò, ma venne avanti con le braccia tenute in una posizione molto curiosa. O non poteva parlare, o aveva scelto di non farlo.

Chewie aveva appena finito di approntare il Falcon per il decollo. Non aveva nessuna intenzione di lasciare che un Imperiale, magari con il grilletto facile, arrivasse e mettesse un lucchetto sul portello o qualcosa del genere. Tirò fuori il suo fulminatore, lo regolò su «stordimento» e sparò.

L’assaltatore continuò a venire verso di lui, barcollando.

Chewie sparò di nuovo. Questa volta il soldato cadde a terra. Era tentato di lasciarlo lì per terra, ma poi decise che l’armatura poteva essergli utile. Trascinò il corpo, incredibilmente pesante, su per la rampa d’accesso del Falcon. Il portello principale si abbassò con un sibilo. Accucciandosi, Chewie afferrò ciascun lato dell’elmetto bianco con una possente zampa e tirò.

Dentro l’elmetto c’era una testa dorata, che continuava a ripetere con voce alta e metallica, ad altissima velocità: «uke! Padrone... uke! Padrone...»

3BO! Adesso, per l’ennesima volta, avrebbe dovuto procedere con tutti quei maledetti programmi di diagnostica. Disgustato, Chewie riprese a svestire il droide dell’armatura.

*     *     *

Luke guardò per l’ultima volta il cronografo con il vetro incrinato che dominava la sala ristoro. Fra cinque minuti, se la sua navetta non era arrivata, avrebbe raggiunto Chewie sul Falcon. Stava considerando una fetta di carne misteriosa, cotta in modo ineguale e piuttosto grassa. «Credo che prenderò una di quelle, con qualunque cosa abbiate per accompagnarla», disse. «Per asporto.» Avrebbe mangiato assieme a Chewie. «Oh. No. Facciamo tre di quelle.» Il bancone color arancio, sporco e grasso, era vuoto, il che suggeriva che di solito a quest’ora il posto di ristoro della piattaforma dodici era vuoto. Gruppetti isolati di Bakurani, che si scambiavano mormorii guardandosi attorno, erano seduti qua e là ai tavolini. «Arresto», sentì dire, e «morto». «Belden» e «Captison» erano altri nomi che aleggiavano nell’aria. Sentì anche dire «Jedi».

Prima se ne andava, meglio era.

Passi di corsa si avvicinarono dall’esterno. Allarmato, tese la sua mente nella Forza e fu così che avvertì Gaeriel prima ancora che la porta d’ingresso si aprisse. Tutti i suoi sensi si risvegliarono, mettendosi a fuoco sulla sua presenza. Gaeriel entrò in fretta, seguita da un’unità C1... la sua unità C1, capì, ricordando il messaggio di 3BO. C1 pigolava e fischiava in modo incoerente e la presenza di Gaeriel ronzava di eccitazione e di paura. Si avvicinò di corsa, con la gonna che sfiorava il pavimento sporco. Luke si alzò. «Che succede? Come hai fatto a trovarmi?»

«Il tuo droide mi ha portato al terminale della rete pubblica che avevi usato per ultimo. Ma non hai sentito niente? Stanno per attaccare. Lo zio Yeorg è stato arrestato.» Aveva gli occhi dilatati. «E anche la tua principessa.»

«Sì, ho sentito. Sto cercando di ritornare sulla mia nave...»

Gli incomprensibili fischi e pigolii di C1 crebbero di intensità fino a farlo ondeggiare. «Aspetta, C1. Non capisco niente.» Chiudendo per il momento la sua mente a Gaeriel, cercò in lontananza sua sorella. Lontano, poi più lontano ancora...

«Hanno dichiarato il coprifuoco», insistè Gaeriel, «e...» Un cameriere le passò accanto, ovviamente in ascolto. Gaeriel continuò più piano: «Orn Belden ha avuto un collasso mentre lo arrestavano ed è morto mezz’ora dopo. La città è in preda al caos».

«Povero vecchio Belden», mormorò Luke. In quell’istante trovò Leia. Era molto occupata e molto eccitata. Evidentemente Han era riuscito a raggiungerla.

C1 si avvicinò a lui, tirò fuori il braccetto manipolatore... e gli diede una scossa sulla caviglia, continuando a pigolare. «C1!» esclamò Luke.

Gaeri guardò a destra e a sinistra e sussurrò: «Questo è il tuo momento, Luke. Bakura è con te».

Luke alzò lo sguardo, una nuova speranza che alimentava un fuoco selvaggio nel suo cuore. «Perché sono stati arre- i stati?»

«Il governatore Nereus gli ha trovato addosso un proiettore di bolle di distorsione», disse Gaeriel. «C’è la pena di morte per il reato di sedizione, Luke. La città sta impazzendo. Devi liberare zio Yeorg e la principessa Leia.» Si guardò attorno come se notasse solo in quel momento il posto in cui si trovavano. «Ma che cosa ci fai qui da solo? Non ti avevo avvertito?»

«Sì. Non volevo mettere in pericolo nessuno. Io so proteggermi, ma tu farai bene a non restare per più di un paio di minuti.» Si guardò attorno, quasi aspettandosi di vedere comparire alle finestre, da un momento all’altro, gli elmetti bianchi degli assaltatori imperiali. «Vediamo se C1 riesce a trovare tuo zio. Puoi avere accesso al computer centrale del governo da un terminale pubblico?»

«Sì, dovrei riuscirci.»

Luke afferrò un coltello da uno dei tavoli vicini. Dopo un paio di secondi di tentativi, il bullone di arresto di C1 venne via con uno schiocco.

Gaeriel lo guardò con gli occhi spalancati, scandalizzata. Cercando di placarla, Luke disse: «C1, metti Gaeriel nel tuo programma di riconoscimento e ubbidienza. E anche la sua amica Eppie Belden», aggiunse impulsivamente. «Okay?» C1 cinguettò un paio di acuti, in segno di approvazione. «Bene. Adesso vedi se riesci a trovare il primo ministro Captison.»

C1 rotolò verso il tavolino d’angolo.

«Non servono a molto senza un traduttore, vero?» chiese Gaeriel.

Luke seguì C1. «Io capisco qualcosa di quello che dice. È un droide astromeccanico... un aiuto pilota, credo che si potrebbe dire, ma ti sorprenderebbe sapere quello che riesce a fare anche a terra.» Luke guardò in direzione delle porte della cucina. I cuochi ci stavano davvero mettendo un bel po’ a scaldare le sue bistecche. «Han è già andato a cercare Leia», disse.

«Luke...» Gaeriel gli afferrò il braccio appena sopra il gomito. Dal contatto fluirono in lui calore e decisione. «Torna da me quando sarà tutto finito. Dobbiamo parlare. Adesso non c’è tempo, ma dobbiamo...»

Luke si liberò. Una vaga sensazione di aggressività proveniva dalle cucine. Quasi istantaneamente si risolse in tre presenze decisamente aliene e un’altra che lo lasciava perplesso... umana, ma con un sapore alieno. Appoggiò la mano destra all’impugnatura della spada laser. Che cosa aveva detto a proposito del non mettere in pericolo altre persone?

E non aveva una volta desiderato che Gaeriel fosse in pericolo, per poterla salvare? Estrasse il fulminatore con la mano sinistra e tese il calcio verso la ragazza. «Sai sparare?» sussurrò. «Ci sono degli Ssi-ruuk là dentro. Mi dispiace di non poter aiutare tuo zio. Prendilo», insistè. Gaeri chiuse la mano sull’arma, incerta. «Di’ a C1 di avvertire la Flurry su in orbita; di spiegargli cosa sta succedendo. Poi cerca tuo zio. Adesso vattene via di qua. Subito.»

Una paura pulsante proveniva dalla donna. «Non voglio nascondermi dietro un Jedi. Voglio aiutare la Ribellione.»

Esasperato, Luke tese una mano e si calmò, pronto a usare la Forza su di lei. «Nessun altro ha mai avuto dei problemi a lasciarmi...»

Le porte della sala da pranzo, quella principale e quella laterale, si aprirono improvvisamente. Da ognuna spuntò la canna di un fucile blaster pesante e poi l’armatura bianca di un assaltatore imperiale.

Questa volta Luke sapeva che non erano dalla sua parte. Afferrò Gaeriel per le spalle e la tirò dietro di sé. I pochi clienti Bakurani si gettarono al coperto sotto i tavoli. Tre Ssi-ruuk apparvero alla porta che dava sulle cucine, grandi creature coperte di scaglie lisce con lunghe, potenti code che usavano per tenere in equilibrio il loro corpo massiccio. Due, di grandezza diversa, erano di un lucido color marrone, mentre il terzo era di un azzurro intenso. Le loro teste sembravano quelle di uccelli, con enormi becchi armati di denti e occhi completamente neri. Ognuno portava una borsa a tracolla, sistemata sotto uno degli arti anteriori. Torreggiavano sopra il personale di cucina, che sembrava del tutto terrorizzato. C1 si immobilizzò accanto al tavolino d’angolo.

Luke dovette stringere il raggio delle sue percezioni per impedire che il disgusto di Gaeriel lo sopraffacesse. Cautamente si tese verso gli alieni. I  loro sentimenti filtravano nella Forza e aumentavano il potere del lato oscuro. Aveva avvertito meno ostilità nell’affamato Rancor di Jabba de’Hutt.

Tenne la spada laser bassa, lungo i fianchi. «Che cosa volete?» chiese, muovendosi con la Forza sopra quelle presenze ostili alla ricerca di punti deboli.

Un umano con una veste a righe uscì dalla cucina dietro gli alieni. «Fortunato umano!» salutò Luke, tenendo gli occhi socchiusi. «Tu sei il Jedi, Skywalker. Io ti farò da interprete.»

Luke riconobbe Dev Sibwarra dalla registrazione olografica che aveva visto. Si concentrò nella Forza, facendo ricorso a tutti gli insegnamenti di Yoda. Era in pace. Era la pace. «Io sono Skywalker», disse. «Come avete fatto ad arrivare qui?»

«In silenzio e con sottigliezza.» Il ragazzo fischiò qualcosa rivolto agli alieni, poi tese davanti a sé due mani brune. La mano sinistra si muoveva rigidamente. «Il governatore Nereus ci ha mandato una navetta, poi ha ordinato alla rete orbitale di lasciarci passare perché eravamo impegnati in una missione speciale... cioè prenderti in consegna. Tu sarai ospite dell’ammiraglio Ivpikkis e comincerai una nuova vita che non avresti neanche potuto sognare. Consegna le tue armi ai miei compagni e seguici gioiosamente.»

Di persona, Dev Sibwarra sembrava più giovane ancora, forse appena quindicenne. Luke si tese nella Forza...

E lo riconobbe una seconda volta. Era questo ragazzo che lo aveva avvertito in sogno. Luke sentiva che era potente nella Forza, ma era una potenza contorta e pervertita. Dovevano avergli fatto un qualche tipo di lavaggio del cervello, o averlo ipnotizzato; dovevano averlo alterato a tal punto che nemmeno i suoi pensieri gli appartenevano più. Luke non avrebbe potuto odiarlo neanche volendo. Doveva cercare però di non ucciderlo, nemmeno per difendersi, perché questo ragazzo era abbastanza giovane da poter essere addestrato... se solo Luke riusciva a portarlo con sé e a guarirlo.

«Grazie del tuo invito», disse Luke con calma. «Ma preferisco restare qui. Chiedi ai tuoi padroni di sedersi. Parleremo.»

«Non possono sedere, amico mio. Saremmo onorati di accettare come ospite anche la tua amica. Ma dobbiamo affrettarci.» Gaeri sbiancò in volto quando lo Ssi-ruu azzurro avanzò, ma restò al suo posto. L’alieno tese una zampa dotata di artigli verso la sua spalla. Una cosa nera uscì dalle sue narici. Gaeri fece un verso di disgusto e alzò il fulminatore di Luke.

«Indietro», ordinò Luke. L’alieno voltò la testa. Un occhio nero, profondo, lo fissò. Le lingue nasali saettarono verso di lui. Luke incanalò l’energia della Forza nelle sue parole: «Lasciala stare». L’occhio sembrava vorticare come una tempesta di tenebra, attirando la sua attenzione, risucchiando la sua volontà. Era certo questo individuo, o uno come lui, che aveva soggiogato Dev Sibwarra.

Dev fischiò, rivolto all’alieno azzurro, un suono sorprendentemente simile ai pigolii di C1. La zampa del grosso Ssi-ruu azzurro cadde sulla spalla di Gaeri. Fischiò e schioccò il becco in una voce più bassa e modulata di quella di Dev, con una gamma più ampia e un tono più sonoro. «Dice che una compagnia femminile di certo ti sarà di conforto», tradusse Dev, «e sento che i tuoi sentimenti per lei sono profondi. Ti prego, chiedile di cooperare. Dobbiamo fare in fretta.»

C1 si scuoteva, ciangottando con furia elettrica. Luke si chiese che cosa stava dicendo agli Ssi-ruuk. Due soldati imperiali vennero avanti, bloccando a C1 la strada verso la porta.

Luke gridò ai soldati: «Non avete niente contro questa donna. È me che vogliono. Lasciate che se ne vada.»

«I Flautati la vogliono», osservò la voce di un soldato filtrata dal casco. «E questa volta i Flautati ottengono tutto quello che vogliono.»

Luke accese la spada laser e l’afferrò saldamente a due mani. «Non è detto.»

Dev indietreggiò. «Storditeli!» ordinò ai soldati.

Due fucili blaster si abbassarono su di lui, fori neri su uno sfondo di elmetti bianchi. Luke si accucciò e si voltò di lato, per presentare un bersaglio ridotto. «Stai giù!» Gaeri si buttò a terra. Non aveva usato il fulminatore. Meglio così: da quello che vedeva, avrebbe scatenato una tempesta di fuoco se l’avesse fatto. A quanto pareva, lo sapeva anche lei. Questo non era il suo elemento.

I soldati aprirono il fuoco da due direzioni perpendicolari. Luke si tese ancora di più nella Forza, affidandosi all’energia che fluiva attorno a lui. Sentì il suo corpo piroettare e la spada muoversi quasi da sola e avvertì il rimbombo di scariche di energia che si spegnevano sulle pareti sporche della sala. Si avvicinò, evitando i tavolini, verso un punto a metà strada fra i suoi avversari. Improvvisamente le scariche di energia cessarono, appena gli Imperiali si resero conto che stavano sparando l’uno sull’altro al di là di Luke.

Si tese nella Forza e toccò due menti ostili. Saltò.

Sotto di lui si incrociarono scariche bianco-azzurre di stordimento. Due soldati crollarono ciascuno su un suo lato. Luke tornò a girarsi verso gli alieni. Era lento e tardo: a quanto pareva risentiva ancora dell’attacco dell’imperatore. Tossì, poi prese fiato. «C1», urlò, «portala fuori di qui. Vai a cercare aiuto.»

C1 scivolò verso Gaeri. La donna si alzò sulle ginocchia e cominciò a strisciare verso la porta d’ingresso.

Dev Sibwarra allargò le braccia. «Amico Skywalker, le stai sottraendo una gioia incomparabile.»

«Preferisce la libertà.»

«Libertà?» Dev sollevò le sopracciglia. «Noi vi offriamo libertà dalla fame.» Indicò con un gesto una pila di piatti abbandonati su un tavolo, facendo alzare uno sciame d’insetti. «Dalla malattia, dal...» Luke avvertì un refluo di Forza sfiorargli il corpo. «Ah», esclamò Dev con voce che suonava autenticamente cordiale. «Allora è vero che il tuo intecnamento è già cominciato?»

Luke fece un passo indietro. «Che cosa?»

«La tua mano. Quella destra.»

Luke abbassò lo sguardo. Riparata a Endor, la mano prostetica sembrava di nuovo del tutto naturale. «Non è stata una mia scelta.»

«Ma non è forse migliore della mano naturale? Più forte, e immune dal dolore? Non capisci che stai cercando di rubare a tanti umani come te la vera vita, la vera felicità?» Dev si spostò verso il muro. Gli Ssi-ruuk si erano tolti le sacche. Ognuno ora teneva un oggetto a forma di paletta che Luke aveva già visto sporgere dalle loro bisacce. Quelli che gli erano parsi dei manici puntavano in avanti, mentre gli alieni le brandivano attraverso impugnature protette da una cocca.

Luke si spostò di lato. «Dev, avvertili che non posso stordirli con una spada laser. Se mi attaccano, dovrò ucciderli.»

«Non devi!» gridò Dev. «Se muoiono qui, lontano da un mondo consacrato, per loro sarà una tragedia eterna. Loro di certo non ti ucciderebbero se riuscissero a sconfiggerti. Prometti che tu non ucciderai loro.»

«No», insistè Luke. «Avvertili.»

Dev fischiò frenetico.

Gli alieni lo presero di mira. Gaeri era strisciata verso la porta, ma non era ancora abbastanza vicina. Se non li attaccava per primo, l’avrebbero catturata.

Era arrivato il momento di usare la Forza per la difesa. Per la difesa di Gaeri.

16

Uno degli alieni sollevò la sua paletta. Un sottile raggio argenteo uscì dall’estremità appuntita. Luke avanzò sicuro verso il raggio e lo colpì con la spada.

Non fu riflesso, ma solo leggermente deviato. Prima che potesse reagire il raggio lo investì. Lasciò sul suo torso una sensazione di leggero formicolio. Sollevato dal capire che non era successo niente di peggio, Luke afferrò meglio la spada laser. Il secondo alieno si spostò, uscendo dalla copertura fornita dal primo e aggiunse anche il suo raggio, puntato in basso verso le gambe. Il primo colpo non lo aveva ferito, ma un fecondo avrebbe potuto avere conseguenze diverse. Luke si spostò, riportando il secondo Ssi-ruu marrone dietro il primo. Uno dei raggi si interruppe. L’altro alieno imitò il suo movimento, avvicinandosi.

L’alieno azzurro si spostò di lato e proiettò un raggio attraverso tutto il corridoio centrale che divideva la stanza, confinando Luke in metà dello spazio precedente.

«No!» Gaeri si alzò sui gomiti e sparò all’alieno azzurro. Il suo colpo non andò a segno. L’alieno spostò il suo raggio su di lei. Una luce argentea illuminò la sua gola. Gaeri emise un grido strozzato, poi crollò a terra e rimase immobile.

Luke attaccò il piccolo alieno marrone con la «V» nera sulla fronte e abbatté la spada laser sulla sua arma misteriosa. Lo Ssi-ruu perse la zampa anteriore assieme al proiettore a forma di paletta. Fischiando selvaggiamente si girò e si allontanò da Luke.

«No!» Dev si tormentava le mani. «Non fargli del male!»

«Che cosa ha fatto a Gaeriel?»

«Non le è successo niente. Si rimetterà.»

Però per ora non si muoveva. Se Luke non li uccideva o disarmava tutti, l’avrebbero rapita. Il più grande dei due esseri marroni gli si avvicinò a passo di marcia, con le colossali zampe che si muovevano come pistoni giganteschi. Anche se Luke fosse riuscito a distruggere la sua arma, l’alieno avrebbe potuto calpestare lui o Gaeri a morte. Luke gettò la spada laser in aria facendole descrivere un ampio cerchio. Il grosso Ssi-ruu marrone cadde a terra decapitato mentre la spada tornava alla mano di Luke. «Fermati!» Piangendo, Dev corse verso l’alieno caduto.

L’alieno azzurro diresse di nuovo il suo raggio verso Luke... o meglio, verso il punto dov’era un momento prima. Luke saltò sopra il raggio, tese una mano e cercò di strappare l’arma all’alieno.

Così facendo tirò a sé la sua zampa. Il raggio incrociò la sommità della gamba destra di Luke.

Improvvisamente la sentì cedere sotto di sé, insensibile. Barcollando, Luke cercò di saltare all’indietro. Lottò per riacquistare l’equilibrio, per riprendere il controllo della Forza. Le loro armi facevano impazzire le terminazioni dei centri nervosi, dunque. Probabilmente Gaeriel era ancora cosciente. «C1, portala fuori di qui!» urlò.

Mentre il piccolo droide si dirigeva verso di lei, entrambi gli alieni approfittarono del vantaggio che avevano su di lui. Avanzarono, costringendolo con i loro raggi incrociati a indietreggiare contro un tavolo ribaltato. Per un attimo avvertì una zaffata di strano odore acre, il loro odore.

Saltò con l’aiuto della sola gamba sinistra praticamente nelle braccia di uno degli alieni e portò la spada in alto con un ampio movimento ad arco. Si rilassò nella Forza e girò su se stesso quasi senza pensare. Il ronzio della spada non cambiò mentre tagliava in due l’arma del gigante azzurro. L’alieno azzurro lasciò cadere le due metà e si fece indietro, fischiando con energia.

Un’altra arma in meno. C1 raggiunse Gaeri, l’afferrò per la cintura di cuoio e la trascinò verso la porta principale. Luke balzò con difficoltà sul tavolino arancione più vicino. La sua gamba destra, insensibile, si torse quando atterrò con il peso mal distribuito. Questo farà molto male, fra un po’. Dovette usare la Forza per restare dritto.

Uno strillo acuto di C1 fece girare Luke. Dev stava puntando un fulminatore imperiale verso la parte alta del suo corpo, il classico colpo da stordimento.

Luke liberò una mano dalla spada laser e attraverso la Forza strappò il fulminatore dalla mano di Dev. L’arma viaggiò attraverso l’aria con lenta grazia. Luke si voltò e la tagliò in due. Le due metà dell’arma caddero con frastuono sul tavolo. Ora, lo incitò il suo istinto. Si immerse profondamente nella Forza e tastò il controllo ipnotico che incatenava Dev alla volontà degli alieni. L’ ombra di qualcosa di mostruoso oscurava la maggior parte delle memorie di Dev.

Il ragazzo però aveva una grande potenza nella Forza. Luke avvolse la sua mente attorno al nero, fumoso blocco mentale e la inondò di Luce.

Dev barcollò all’indietro, finendo contro un altro tavolino. In un unico istante la sua mente si era riempita di ricordi orrendi. La sua rabbia si coagulò in un attimo, piccola e stenta, ma feroce come un esercito invasore di P’w’eck. Sbatté le palpebre, disorientato. Il mostruoso Skywalker era diventato da un momento all’altro un suo fratello umano, Non si sentiva più depresso, ma solo furioso. Non aveva bisogno di nessun rinnovamento... a meno che... Alzò gli occhi su Skywalker, che era ancora in piedi sopra il tavolo e intrecciò due occhi preoccupati e scintillanti sopra una mascella serrata per la tensione.

Dev si tastò la mano sinistra, goffa e dolorante e si ricordò di come se l’era ferita.

Firwirrung! Il suo padrone lo aveva legato a sé con un sentimento di tenera lealtà, ma lo aveva torturato e manovrato per anni e anni. Dev aprì gli occhi sul mondo, abbandonando il suo tentativo di farlo rassomigliare a quello di uno Ssi-ruu. Non aveva mai sentito tanto dolore e rimpianto, né altrettanta gioia di riscoprirsi umano. Nonostante tutto quello che gli avevano fatto... avevano fatto... era ferito, ma ancora intero.

«Stai bene?» fischiò Scaglia Blu.

Un brivido lo scosse. Ora ricordava tutto, anche il modo di esprimersi che aveva acquisito durante la sua lunga prigionia. «Sto bene. E tu, anziano?»

«Di’ al Jedi di affrettarsi a venire con noi. Promettigli qualunque cosa.»

Improvvisamente, un pensiero lo trafisse: si rese conto che gli Ssi-ruuk intendevano ridurre l’umanità al ruolo di animali da allevamento e fonte di energia. Avrebbero mentito, torturato, mutilato e ucciso, pur di ottenere il dominio. Non meritavano altro che odio.

Luke Skywalker gridò dalla sommità del tavolo: «L’odio fa parte del lato oscuro. Non cedergli!»

Che fosse stato il Jedi a portarlo al di là della sua depressione, a una libertà così totale?

«Che cosa?» chiese il padrone Firwirrung. «Che cosa ti ha detto?»

Confuso, Dev rispose automaticamente: «Ha chiesto scusa per avere ucciso uno di noi, padrone».

«Digli di precederci fuori. Dobbiamo fare in fretta.»

Dev alzò lo sguardo. Nella lingua umana, disse: «Vogliono che tu...»

L’ululato perforante di una sirena si udì nella sala. Improvvisamente Dev ricordò il momento più terribile della sua infanzia, la sirena che intimava a tutti i civili di cercare rifugio nei bunker d’emergenza. L’invasione era cominciata.

Guardò i suoi padroni, terrorizzato. Forse che l’ammiraglio Ivpikkis aveva attaccato comunque le navi in orbita? Aveva promesso che gli Ssi-ruuk si sarebbero ritirati se Skywalker veniva con loro. Un altro anello nella loro catena di menzogne!

Luke guardò fuori della finestra, i pensieri in tumulto. Gli Ssi-ruuk probabilmente avevano attaccato la stazione orbitale. Se lui fosse stato a capo di una flotta di invasione, quello sarebbe stato il suo primo colpo. Oltre la rete che circondava la piattaforma dodici, le gru non si erano spostate e non riusciva a vedere il Millennium Falcon. Chewie probabilmente aspettava a bordo. Han sicuramente stava cercando di liberare Leia (o, a quest’ora, forse era Leia che cercava di tirare Han fuori dei guai).

C1 rientrò senza Gaeriel. Sperava che l’avesse lasciata in un posto sicuro. E quanto era grave la storta che aveva inflitto alla sua povera e insensibile gamba destra?

Anche la confusione di Dev lo preoccupava. Questo giovane possibile apprendista portava in sé delle profonde ferite psichiche. Eppure aveva provato di essere forte. Avere tanto sofferto nell’oscurità lo avrebbe reso più fedele alla causa della luce. Luke abbassò di nuovo lo sguardo su Dev.

In quel momento la stanza gli ruotò attorno. Perse l’equilibrio e cadde.

Perso nei suoi pensieri, Dev quasi non aveva visto il movimento improvviso della coda di Scaglia Blu. Il Jedi crollò a terra, colpito alla testa. La sua spada laser cadde, abbandonata, tagliò il piano del tavolo e poi il pavimento nero. Per un momento rimase sospesa. Poi anche l’impugnatura cadde. La lama verde rimbalzò e rimase a terra, sibilando e ronzando.

Rimase immobile, mantenendo la sua finzione di obbediente sottomissione, ma la sua mente urlava: Skywalker! Mi senti?

Scaglia Blu avanzò, puntando il suo proiettore ionico verso la parte alta della colonna spinale di Skywalker. Dev si costrinse a corrergli incontro e ad adularlo. «Benfatto, padrone. Che cosa posso fare? È svenuto?»

«Ha una leggera contusione, credo», fischiò Scaglia Blu. «Il teschio umano è sorprendentemente fragile. Puoi trasportarlo tu. Sembra che non possa più nuocere, per ora.»

«Oh, grazie.» Dev cercò di caricare la sua voce del giusto grado di entusiasmo. Si inginocchiò e fece passare le braccia di Skywalker sopra le sue spalle. Skywalker, proiettò di nuovo, stai bene?

Il Jedi non rispose. Il ronzio dei suoi pensieri non si udiva più. Allora era davvero privo di conoscenza. Gli alieni avevano vinto... per il momento. Dev si sforzò di alzarsi in piedi. Ogni volta che si ricordava di una nuova angheria la rabbia tornava a farsi sentire. Erano come orribili bolle che salivano alla superficie della sua memoria. Non poteva lasciare che gli Ssi-ruuk vincessero e non solo per il bene della galassia. Gli dovevano una vita. Una personalità. Un’anima.

«Bene», decretò Scaglia Blu. «Adesso aiuta Firwirrung.»

Già barcollante, lasciò che l’alieno più piccolo si appoggiasse alla sua spalla. Firwirrung era chinato in avanti e copriva la sua zampa anteriore ferita con l’artiglio ancora intatto. Il doppio peso provocava altri dolori nella povera schiena di Dev, già indebolita. Si morse la lingua. Gli Ssi-ruuk si aspettavano che fosse ancora sotto l’effetto del loro lavaggio del cervello. Vedevano gli umani, come i P’w’eck, soltanto come animali... come materiale da usare... senz’anima.

Scaglia Blu si chinò e recuperò la spada laser. E la donna? Scaglia Blu probabilmente non aveva nessuna intenzione di trasportarla di persona, pensò Dev. Quindi la resistenza di Skywalker aveva salvato almeno lei. Con solo Dev a disposizione per trasportare i prigionieri, gli Ssi-ruuk non sarebbero andati a cercarla. Avrebbero perfino lasciato lì il loro compagno decapitato.

Scaglia Blu passò attraverso le porte della cucina, lasciando che rimbalzassero indietro dopo il suo passaggio e colpissero Dev. Dev perse l’equilibrio e stava per far cadere il suo fardello su una superficie di cottura bollente. I capelli di Skywalker furono strinati dal calore intenso. Quando Dev ebbe riacquistato l’equilibrio scoprì che la lama verde era scomparsa. Scaglia Blu depositò l’impugnatura della spada, ora silenziosa, nella sua bisaccia, che tornò ad appendersi al collo, riprendendo a farsi strada fra i macchinari della cucina con il proiettore ionico spianato. Firwirrung inciampò contro Dev. Dev cercò di farsi venire in mente una reazione appropriata. «Le fa male, padrone?» chiese piano.

L’alieno grugnì.

Scaglia Blu tenne la porta sul retro aperta per Firwirrung. Fuori, sotto il velo di polvere, era la navetta imperiale. I soldati che ora giacevano storditi l’avevano condotta fino alla Shriwirr e poi avevano accompagnato tutti loro sul pianeta. La sirena aveva avuto il suo effetto; la piattaforma dodici e le altre piattaforme che circondavano il posto di ristoro sembravano quasi deserte. Due guardie P’w’eck erano vicino alla navetta, nascoste a occhi indiscreti sotto le ali abbassate della nave.

«Aiutate Dev a legare il prigioniero», ordinò Scaglia Blu. Dev zoppicò su per la rampa. Il droide cilindrico del Jedi tentò di seguirli lungo il piano inclinato, insultandoli in lingua ssi-ruuvi. Due P’w’eck lo spinsero giù dalla rampa. Atterrò con un rumore sordo e un’ultima impotente minaccia. Dev trascinò Skywalker fino a un sedile sul retro, ripetendosi che non tutte le speranze erano perdute. I P’w’eck assicurarono un paio di manette ai polsi del Jedi poi gli legarono una cintura di sicurezza attorno al corpo. Per il momento nessuno badava a Dev, che scandagliò di nuovo la Forza in cerca di segni di vita. Anche nell’incoscienza, la mente di Skywalker sembrava più calda, più luminosa, più forte di quella degli altri umani.

Che cosa fare? Se gli Ssi-ruuk imponevano il loro volere a Skywalker, l’umanità era condannata.

Dev strinse i pugni, causando una fitta di dolore parossistico lungo il suo braccio sinistro. Era ancora abbastanza forte da riuscire a strangolare il Jedi mentre Firwirrung e Scaglia Blu cercavano di manovrare la navetta umana?

Forse sì, ma l’idea lo ripugnava. Era un trucco da Ssi-ruu.

Skywalker era tutto quello che Dev avrebbe sognato di diventare, se sua madre fosse sopravvissuta e avesse potuto trovargli un maestro per istruirlo. Non poteva uccidere Skywalker... se non all’ultimo momento, per evitare che gli Ssi-ruuk lo assorbissero.

E in quel caso, Dev non avrebbe dovuto piangere a lungo la presa di Skywalker. Gli Ssi-ruuk lo avrebbero ucciso all’istante.

Eppure l’umanità avrebbe potuto vivere libera, se solo lui e Skywalker fossero morti. Tormentato dai dubbi, Dev si assicurò al sedile.

«Come va lassù?» chiese Leia a bassa voce.

«Ci siamo quasi.» Han era appollaiato sulla sedia a repulsione che lei aveva riprogrammato e che ora flottava proprio sopra il letto. Tenendo il vibrocoltello con delicatezza in una mano, stava tagliando un grosso ovale dal soffitto di legno.

Una pioggerella chiara di segatura dall’odore dolciastro cadeva sul copriletto bianco, scintillando. «Ecco!» esclamò. Colpì l’ellisse con entrambe le mani e la fece rientrare verso l’alto, facendo piovere altra segatura che gli cadde addosso.

«Sei sicuro di riuscire a passarci?» chiese Leia.

La sedia si alzò. La testa e le spalle di Han scomparvero, seguite dal resto di lui. Un momento dopo la testa e le braccia ricomparvero. «Quassù sembra tutto a posto», disse. «Stai indietro.» Trafficò con i controlli della sedia.

Il sedile cadde violentemente sul letto. Leia afferrò il fulminatore che si era sistemata nella cintura e attese che una guardia aprisse la porta sul corridoio, ma non successe niente. Allora salì sul letto, rimise la sedia dritta e la riaccese. Salì con grazia regale verso il buco che Han aveva praticato, poi afferrò le sue braccia e lasciò che la tirasse su. Lasciarono la sedia a galleggiare a mezz’aria.

Un’intercapedine alta quanto bastava perché ci si potesse strisciare dentro attraversava l’edificio da un lato all’altro, come il tetto che spioveva su entrambi i lati. Un polveroso raggio di sole illuminava una grande stanza vuota a un’estremità. «Ci sono dei lucernai sul tetto», mormorò Han. «Gli speeder sono parcheggiati là fuori, dietro l’angolo alla nostra destra.» Indicò la luce. «Cammina piano, o ti sentiranno.»

«No! Dici davvero?» chiese Leia con voce carica di sarcasmo. Aprì la strada, strisciando sui gomiti e sulle ginocchia stando attenta a spostare il peso silenziosamente da una trave all’altra. Girò a destra dietro un grosso pilastro di legno, poi salì verso il lucernaio. «Coltello?» sussurrò voltando la testa.

Han tirò fuori il vibrocoltello e tagliò con cautela le cerniere che tenevano chiuso il lucernaio. «Tu tira da quella parte», ordinò. «Tira verso di te.»

Leia infilò le unghie fra il lucernaio e l’infisso finché non cedette abbastanza da essere afferrato con le dita, poi insieme lo tirarono verso l’interno e lo appoggiarono silenziosamente nella polvere accanto a un mucchietto di resti disseccati di insetti. Han si accucciò mettendo la testa fuori dalla nuova apertura, quasi invisibile con la sua pittura mimetica di fuliggine nera. Leia si accucciò vicino a lui.

Diversi speeder erano parcheggiati a metà strada tra la casa e il muro perimetrale, con cinque soldati che montavano di guardia. Leia si spostò di lato in modo da poter guardare fuori e puntare il fulminatore contemporaneamente. Han fece lo stesso. «Pronto?» chiese.

«Ora», sussurrò lui. Leia premette il grilletto. Uno, preso. Due. Un altro caduto. Il quarto e il quinto si gettarono dietro uno speeder.

«E qui viene il bello.» Han si tuffò fuori. Ci fu una pioggia di colpi di fulminatore. Leia vide il soldato che stava sparando a Han e lo mise fuori combattimento. L’altro teneva la testa bassa. Han corse verso lo speeder più vicino e saltò dentro. Un lampo di luce colpì il suo piede sinistro.

Leia saltò fuori, rotolò per togliere forza alla caduta, poi scartò di lato. Un altro colpo di fulminatore bruciò il terreno dove era appena atterrata. Si girò e rispose al fuoco, ma il soldato aveva già tirato giù la testa.

Il ruggito dello speeder attirò la sua attenzione. Corse zigzagando verso il veicolo e saltò a bordo, afferrandosi a una ringhiera. Si sentiva odore di cuoio bruciato. Immediatamente Han spinse al massimo l’acceleratore e i getti di sollevamento. Si alzarono sopra il muro dell’installazione.

«Ti hanno colpito?» gridò Leia sopra il rumore del vento mentre una romantica foresta verde scuro passava sotto di loro. A sud la vista si poteva spingere oltre le colline, le città e le pianure color smeraldo, fino a una sfumatura blu che poteva essere l’oceano. Del fumo si levava in più punti dalla città.

«Non credo che abbia passato la suola», rispose lui a labbra strette. Leia osservò la sua faccia fuligginosa e percossa dal vento e riconobbe i segni del dolore.

Non poteva fare niente finché non avessero raggiunto il Falcon. Era ovvio che se la stava cavando. «Certo che la vita con te non è mai noiosa.» Gli accarezzò il mento ruvido.

Han riuscì a tirar fuori un sorriso. «Non lo permetterei mai», ammise. Il vento portò le sue parole alla foresta.

Leia si guardò attorno. Il ruggito dello speeder era cambiato di tono. No, se ne era aggiunto un altro. «Han...»

«Abbiamo compagnia», interruppe lui. «Di là.»

«E uno anche di qua... no, tre!»

Erano circondati. «Allora era davvero una trappola.» Han fece una smorfia. «Così possono abbatterci e liberarsi di noi una volta per tutte.»

«Mentre tentiamo la fuga», assentì Leia.

«Tieniti forte!» Han girò lo speeder verso le colline, descrivendo una curva diabolicamente stretta. Due altri veicoli imperiali comparvero davanti a loro. Han tirò una leva che comandava l’altitudine, salendo e contemporaneamente girando. Leia si girò sul sedile e sparò a uno degli speeder. Si sentiva come un animale braccato con il branco di cani che si avvicina sempre di più e niente con cui difendersi tranne le unghie e i denti.

Lo stomaco le fece una giravolta dentro mentre Han rovesciava lo speeder al termine della curva. «Niente da fare», urlò. «Hanno dei modelli militari.» Una cosa luccicante e rumorosa, una striscia di energia proveniente da un cannone laser, gli passò vicino a tribordo.

Perdendo altitudine con velocità spaventosa, Han guidò lo speeder verso gli alberi. «Quando dico salta, salta. Nasconditi dietro le rocce o...»

«Han!» gridò lei. «Arrivano i rinforzi!» Un paio di minuscole sagome a forma di X scesero dalle rade nuvole nel cielo azzurro. Un caccia Ala-X aveva il doppio della velocità e potenza di fuoco di quegli speeder terrestri...

Immediatamente Han riprese altitudine. «Appena li vedranno...»

E infatti, un attimo dopo gli Imperiali erano spariti. «Vorrei che avessimo un comlink», borbottò Leia. «Sembra quasi che qualcuno li abbia mandati da noi. Luke?»

«Non mi sorprenderebbe affatto», borbottò Han. Seguì l’affluente fino a uno dei grandi fiumi. Un caccia Ala-X si mise in posizione a ore tre rispetto a lui, l’altro a ore nove, più in alto.

Leia salutò con la mano. Dentro l’abitacolo, una mano snella guantata di nero rispose al saluto.

La loro scorta sembrava fuori posto, incongrua, qui vicino a una verde superficie planetaria. Leia ripensò a Yavin e alla base dei Ribelli nascosta nella boscaglia dove aveva atteso che la prima Morte Nera li attaccasse e li distruggesse.

Dove il fiume si incurvava verso sud-est, a nord di Salis D’aar, entrambi i caccia risalirono verso lo spazio. «Non vogliono essere visti vicino alla città», osservò Leia. «I Bakurani si metterebbero in allarme.»

«Mi fa piacere che da qualche parte c’è qualcuno con un po’ di cervello», rispose Han.

Grazie, Luke. Era solo un’ipotesi, ma Leia si sentiva sicura che fosse stato lui.

«La rotta più breve per raggiungere il Falcon è attraversare la città», comunicò Han. «Se i locali cercano di fermarci per violazione del coprifuoco, giuro che gliela farò vedere.»

La viabilità di superficie di Salis D’aar, compreso il ponte sospeso che collegava l’estrusione di quarzo bianco su cui sorgeva la città con la sponda occidentale del fiume, era bloccata da veicoli in lento movimento: probabilmente intere famiglie che scappavano con tutte le loro proprietà terrene verso le montagne, coprifuoco o non coprifuoco. Leia avrebbe voluto avere il tempo di fermarsi al complesso. Le piangeva il cuore al pensiero di lasciarsi dietro il braccialetto degli Ewok, ma non valeva la pena di rischiare la vita per andare a prenderlo.

Incontrarono poco traffico aereo. «Tutti quelli che potevano andarsene volando l’hanno già fatto», concluse Han.

«Dove sono i droidi?»

«C1 probabilmente è ancora nell’ufficio di Captison.» Poi spiegò cosa aveva fatto con 3BO.

Leia rise, immaginandosi l’arrivo del droide al Falcon. «Spero solo che Chewie non gli abbia sparato prima che potesse aprire bocca.»

«Aveva un comlink. Sono sicura che ha saputo cavarsela.»

Nuvolette grigie, residuo di centinaia di decolli, costellavano tutto lo spazioporto. Han guidò a velocità da brivido in mezzo al fumo e atterrò praticamente sopra il Falcon. Non c’era nessuno a sorvegliarlo a parte un solitario Wookiee. «Dov’è 3BO?» domandò Leia.

Chewbacca sbuffò e ringhiò. «Cosa hai fatto?» replicò Han. «Chewie, ma dovevamo trasferire il suo programma di traduzione della lingua dei Flautati nel computer del Falcon!»

Chewbacca ululò in tono di scusa.

«Già, avrei dovuto. Be’, cerca di rimetterlo a posto.»

Ah, allora Chewie gli aveva davvero sparato prima di lasciarlo parlare. Be’, era troppo tardi per poterci fare qualcosa. Leia corse su per la rampa dietro Chewbacca. «Spero che abbiate fatto rifornimento», esclamò cadendo nel sedile dall’alto schienale.

Chewbacca ruggì. «Ha il serbatoio pieno ed è pronto a viaggiare fin dentro il cuore», tradusse Han mentre entrava nella cabina di pilotaggio zoppicando. «Fai quello che puoi con 3BO, Chewie. Leia, allaccia le cinture.»

Il sedile di Leia cominciò a vibrare. I motori cominciarono a ruggire.

«Un momento, Chewie! Hai fatto delle modifiche?» gridò Han.

Il suo copilota rispose con un guaito proveniente dal retro.

«Oh.» La voce di Han sembrava apprezzare. «Sì, quello farà comodo. E dove lo hai sistemato?»

Chewie riapparve nel corridoio, ruotò gli occhi verso pannelli superiori, e poi rispose.

«Hai tagliato fuori che cosa?»

«E adesso che c’è?» chiese Leia.

«Ah, lui ha convinto un tecnico bakurano a fornirci dell’altra potenza per i deflettori di energia, ma con questo ha sovraccaricato il moltiplicatore dell’iperguida. Appena saremo fuori di qui», insistè, puntando un dito contro Chewie, «quello ritorna a essere sistemato secondo le specifiche. Le mie specifiche.»

Tutto quello che Leia chiedeva, ora, era la massima velocità a propulsione normale. «Il Falcon è quasi pronto», annunciò con voce secca. «Muoviamoci.»

17

«Ora la gamba sinistra.»

Gaeriel obbediente, agitò le dita del piede sinistro.

11 medico imperiale si accigliò, inclinò indietro la testa di Gaeri spingendola con inesorabile gentilezza professionale e riesaminò la leggera bruciatura che attraversava la sua gola. «Mi sembra che sia qualche tipo di ionizzazione del sistema nervoso, dall’aspetto. O almeno questo è quello che scriverò nel mio rapporto.»

Gaeriel tossì. «Posso andare, ora?»

«No, mi dispiace. Ci hanno chiesto di tenerla qui ancora un po’ in osservazione.»

«Che cosa sta succedendo? Ho sentito una sirena.»

«Hanno colpito la stazione orbitale.»

Dunque era cominciata. Gaeriel si guardò attorno nella stanza spoglia. Quattro pareti bianche, un alto soffitto, nessuna finestra, una porta. La pattuglia d’emergenza l’aveva riportata al complesso distesa su una barella a repulsione. Prima di allora, il suo ricordo più vivido era di Luke che avanzava verso quattro assaltatori. Poi l’allarme della difesa civile. Poi il droide l’aveva trascinata fuori verso la sicurezza e lei era rimasta distesa per un tempo apparentemente infinito, fino a che la pattuglia di emergenza non aveva raggiunto il posto di ristoro. A quel punto, Skywalker e gli Ssi-ruuk erano scomparsi dentro la navetta imperiale... e lei riusciva di nuovo a muoversi.

Ma era finita, l’umanità era condannata. Avevano preso Luke. Non riusciva a immaginare neppure un Jedi che potesse essere abbastanza forte da resistere da solo contro tutti loro... qualunque cosa sperassero di fare con lui. Avrebbero forse tentato di trasformarlo in un superdroide? Poteva anche darsi che fallissero.

Ma anche se ci fossero riusciti, lei avrebbe preferito morire qui su Bakura che come prigioniera degli Ssi-ruuk. La sua depressione si trasformò in risolutezza. Niente e nessuno ormai poteva minacciarla.

Il medico uscì. Gaeri scivolò dal lettino e zoppicò fino alla porta. I suoi muscoli sembravano tutti funzionare di nuovo, ma fra le intenzioni e il movimento che seguiva passava uno scomodo intervallo. Toccò il pannello sensore della porta.

Sbarrato.

Non potevano avere intenzione di trattenerla lì a lungo. La stanza non aveva neppure... Adesso che si era fatta venire in mente i servizi, avrebbe preferito non averci mai pensato. Ripensò a Eppie, che stava conducendo una rivoluzione da una tastiera nel suo squallido appartamento. Avrebbe fatto in tempo? Il complesso Bakur si estendeva attraverso tutto il cuore di Salis D’aar, con dozzine di entrate diverse: come pensava di riuscire a controllarlo... ma davvero era questo che aveva intenzione di fare? In fondo, tutto quello che aveva bisogno di controllare era Wilek Nereus. Il comandante Thanas e le forze spaziali avevano già lasciato il pianeta, impegnate nella difesa di Bakura...

I suoi pensieri vorticarono e si fermarono soffocati dal pessimismo. Ora non ci sarebbe stata più nessuna difesa possibile contro gli Ssi-ruuk.

La porta si aprì. Due soldati di marina entrarono. «Venga con noi», ordinò uno dei due.

Gaeriel lo seguì oltre una stazione medica e lungo il corridoio. Ben presto si rese conto della direzione in cui la stavano portando e soffocò la tentazione di scappare. Era sempre riuscita a evitare l’ufficio privato del governatore Nereus. Aveva sentito su quel posto delle voci molto preoccupanti. E poi c’erano le sottili attenzioni che Nereus le stava tributando...

Il soldato che aveva il comando aprì la porta del governatore e le fece segno di entrare. Gaeriel entrò con passo tranquillo. Meglio morire su Bakura, ma combattendo.

Il governatore Nereus sedeva a una scrivania con un piano lucido e biancastro. Sulla superficie si intravedevano delle leggere venature marroncine disposte in cerchi concentrici come gli anelli di un albero, ma non sembrava proprio che fosse un tipo di legno. In silenzio le indicò una sedia e rimase a guardare mentre i soldati uscivano.

La prima cosa che attirò la sua attenzione fu un ologramma incorniciato appeso alla parete più vicina a lei. Un enorme carnivoro con la bocca aperta in un ringhio. I suoi quattro lunghi canini avevano un aspetto stranamente reale.

«Un Ketrann», disse Nereus. «Di Alk’lellish III.»

«Ma quei denti. Sono... veri?»

«Sì. Guarda pure intorno.»

Al disopra e oltre quell’ologramma ne erano appesi altri molto simili, interrotti qui e là da una semplice arcata dentale montata nella plastica trasparente. «Allora questa è la sua collezione, vero?»

«Sono tutti predatori. Ne ho di provenienti da diciassette mondi diversi, compreso il Cratsch di Bakura.» Picchiettò con un dito sopra un cubo di plastica trasparente appoggiato in un angolo della sua scrivania. «Su quella parete...» Indicò un’altra serie di immagini olografiche. «Quelli sono tutti alieni senzienti.» Gaeriel pensò agli enormi canini del Wookiee Chewbacca e si accigliò. «É il predatore più pericoloso di tutti.» Nereus le gettò un cristallo sfaccettato. All’interno luccicavano un paio di incisivi umani.

Il primo istinto di Gaeriel fu di gettarglieli addosso, ma resistette. Più tardi forse avrebbe avuto l’occasione di causare un danno più consistente. «Spero che presto lei possa aggiungere al resto un paio di denti ssi-ruuvi.» Cercava di avere un tono disinvolto.

«Sì, trovo interessante che i loro becchi siano forniti di denti.» Nereus si schiarì la gola. «Naturalmente, preferisco trarre i miei campioni da individui che ho cacciato personalmente. La principessa ribelle sembra aver rifiutato la mia ospitalità, per il momento. Dovrà essere punita per avere sfidato i miei ordini. Il mio specialista dentale non è affatto gentile.»

Demonio, pensò Gaeriel. Per adesso avrebbe fatto finta di stare al suo gioco e avrebbe cercato di essere per lui come una serpe nel cestino del picnic, ma prima o poi Wilek Nereus avrebbe pagato per i suoi crimini. Gaeriel inghiottì e soffocò un altro colpo di tosse. Non era proprio il momento di ammalarsi. Nereus aprì la mano e Gaeriel gli gettò il cristallo.

«Ammirevole diplomazia, senatrice. La tua capacità di controllo sotto pressione è notevole. Hai potuto vedere bene l’arma con cui ti hanno sparato?»

Gaeriel la descrisse mentre Nereus si passava il cristallo da una mano all’altra. Quando ebbe finito, si trovò di nuovo a pensare a Eppie Belden. Se questo attacco degli Ssi-ruuk fosse fallito, Eppie avrebbe avuto bisogno di un’altra opportunità. «Governatore, la prego, riconsideri la possibilità di consentire un funerale pubblico per il senatore Belden. Bakura ha bisogno...»

«Quello di cui non ha bisogno sono altri assembramenti. No. Il coprifuoco rimane.» Nereus la guardò fissa, dandole improvvisamente l’impressione che stesse aspettando qualcosa.

«Che cosa ha fatto l’Impero alla signora Belden?» chiese lei, per distrarlo.

Nereus sollevò uno spesso sopracciglio. «Perché, l’Impero le ha fatto qualcosa? Lascia che controlli il mio archivio.» Le sue dita danzarono sopra un pannello-controlli inserito nel piano della scrivania. Gaeri si piegò in avanti. «Che cosa ne pensi della mia scrivania?» chiese Nereus. «È ricavata da un’unica lastra di avorio.»

Voleva dire che si trattava di un dente? Era larga più di un metro e mezzo, il che implicava la presenza di una bocca veramente mostruosa. «Una creatura marina?» cercò di indovinare Gaeri. Il bisogno di tossire stava diventando sempre più forte.

Nereus annuì. «Ora estinta. Eccoci qui. Ah.» Sorrise lentamente. «La signora Belden era stata condannata a morte. Suo marito ha ottenuto, pur di tenerla con sé, che le fosse inflitta un’infermità permanente.»

Gaeri strinse i pugni. Orn Belden aveva... acconsentito... a lasciare che l’Impero...? Non voleva crederci. Improvvisamente era contenta che Orn Belden fosse morto, e di non avere più la possibilità di chiedergli se era vero.

«E lei evidentemente ha acconsentito per proteggere lui. Oh, sì,» aggiunse Nereus studiando lo schermo davanti a sé. «Avevo dimenticato i particolari. Abbiamo usato una minuscola creatura originaria del settore di Jospro, un parassita della corteccia frontale. Lascia delle cicatrici permanenti che sopprimono in maniera limitata la memoria a lungo termine. La sua introduzione è facile e indolore e in questo modo lei e suo marito poterono continuare a tenersi compagnia. A dire la verità erano una coppia molto affiatata, per la loro età. Avanti, tossisci, mia cara. Stai diventando tutta rosa in faccia.»

«Non ho bisogno di tossire.» Gaeri inghiottì.

Nereus intrecciò le mani sulla scrivania d’avorio. «Quanta parte di quel pasto hai diviso con il comandante Skywalker?»

A Gaeriel parve che il suo stomaco si tramutasse in un pezzo di piombo. Quel pasto... «Che cosa vuole dire?» chiese.

Nereus agitò una mano. Il gesto appariva disinvolto e calcolato, ma le sue dita tremavano. «Quando i soldati di guardia all’appartamento di Skywalker hanno riferito che tu eri entrata, naturalmente ho cominciato a seguire tutti i comandi associati al tuo numero di identificazione. Ho intercettato la tua richiesta di farti recapitare un pasto ai tuoi appartamenti... un buon tentativo, mia cara, ma non ha avuto successo. Il piatto è stato infettato già nelle cucine. Le tue azioni, come le tue domande fanno di te una collaborazionista ribelle.»

Che cosa aveva fatto Nereus? Sarebbe morta? E Luke? Sarebbe morto Luke? Ma di certo non le avrebbe detto quello che aveva fatto, se avesse semplicemente avuto intenzione di ucciderla. Una volta che il primo momento di panico fu passato, chiese con voce impastata: «Che cos’è? Un altro parassita?»

Nereus fece un altro dei suoi lenti sorrisi. «La Tricoide olabriana deposita nella fratta in maturazione dei baccelli che contengono tre uova ciascuno. Le larve emergono nello stomaco dell’ospite, poi migrano nei polmoni mentre l’ospite dorme. Lì rimangono per un giorno o due, mentre crescono e sviluppano una bocca. Poi cominciano a farsi strada a morsi verso il cuore. Questa fase può occupare un tempo variabile, che dipende dalla grandezza dell’ospite e dalla sua condizione fisica. Raggiungono lo stadio di pupa in una confortevole grossa pozza di sangue in via di coagulazione... sei pallida, mia cara. Vuoi stenderti?»

A Gaeriel sembrava di sentire qualcosa dentro di sé che cresceva.

«Non preoccuparti. La larva è estremamente sensibile all’ossigeno puro. É una condizione che si può curare quasi all’istante... per un’altra ora circa.» Toccò un comando sulla sua scrivania. «Sezione medica. Portate il kit ci-di dodici.»

«E dunque io sono stata infestata al posto di Skywalker?» Almeno Luke aveva ancora qualche possibilità, lassù.

«No», disse Nereus con calma. «Ricordi, ogni baccello contiene tre uova. A quanto pare lui porta con sé le altre due. Mi stavo proprio chiedendo che fine aveva fatto il terzo uovo. Puoi essere fiera del tuo amico, Gaeriel. Attraverso di lui l’intera flotta ssi-ruuvi potrebbe essere infestata. Per quello che ne so ti posso garantire con virtuale certezza che nessuno dei naturali predatori delle Tricoidi olabriane sta viaggiando con gli Ssi- ruuk. Se solo riusciamo a tenerli lontani per un altro giorno ancora, abbiamo vinto.»

La porta si aprì. Il medico che l’aveva già curata entrò in fretta portando con sé una maschera a ossigeno, una bombola e un barattolo di vetro. «Ci vorrà solo un minuto, Gaeriel.» Nereus tornò a intrecciare le sue mani sulla scrivania. «Cerca di cooperare con il dottore.»

Gaeriel lanciò un’occhiata alla bombola, chiedendosi che cosa conteneva oltre all’ossigeno. «Solo a patto che anche lei respiri da quella bombola.»

Nereus scrollò le spalle. «Se non le dispiace, la passi prima a me», disse al medico. Respirò a fondo due volte, poi fece un sorriso tutto denti. «Tocca a te, Gaeriel.»

Gaeriel aspettò che il medico avesse sterilizzato la maschera prima di lasciarsela accostare al viso. Il gas era inodore. Respirò ancora, poi alzò lo sguardo sul medico e lo guardò negli occhi. «Continui», consigliò questi, «finché...»

Improvvisamente Gaeriel fu presa da un conato di vomito. Il medico le tenne premuta con fermezza la maschera sul naso. Gaeriel soffocò, chiuse gli occhi, e sputò qualche cosa di orrendo. Poi barcollò all’indietro crollando sulla sedia mentre il medico toglieva qualcosa dalla maschera e la inseriva nel barattolo di vetro. Gaeriel si sentiva rivoltare lo stomaco. Luke, gemette fra sé. Proprio come aveva temuto, avrebbe potuto morire prima che gli Ssi-ruuk potessero usarlo. Forse, dopotutto, Nereus aveva salvato l’umanità, ma a che prezzo? Ora che il giovane Jedi era condannato, Gaeriel si pentiva di tutte le parole amare che gli aveva rivolto.

«Sei stata bravissima.» Nereus applaudì usando solo le punta delle dita. «Naturalmente è un grosso problema che tu ora sappia quello che è successo alla signora Belden.»

Gaeriel cercò di concentrarsi sull’inghiottire. «D’altra parte forse no, governatore. Ci sono delle cose che bisogna divulgare, se le si vuole usare per spaventare la gente.»

«Ben detto, davvero ben detto! Tu mi piaci sempre di più. Quando avremo sconfitto i Ribelli, potrei anche decidere di graziarti. Anzi potrei perfino trovare un posto per te fra il mio personale. Ma lo hai sempre saputo che lo desideravo. Non è vero?» Appoggiò il mento su una mano.

In preda al disgusto Gaeriel si strinse le ginocchia. «Posso avere un sorso d’acqua?»

Nereus ordinò che glielo portassero. Quando ebbe bevuto, e il medico se ne fu andato con il suo barattolo di vetro, Gaeriel disse: «Da quello che ho capito, la battaglia deve essere in corso. Perché non la osserviamo dalla sua sala di guerra?»

«Non c’è bisogno di spostarsi.» Nereus trafficò con la consolle sulla sua scrivania. Un ologramma piccolo ma molto dettagliato dello spazio attorno a Bakura apparve sopra il piano della scrivania. Nereus si piegò, tese una mano dentro un compartimento interno e sollevò una bottiglia ancora sigillata di nettare di namana. «Questo è per celebrare la vittoria dell’Impero», disse con un ampio gesto della mano.

Celebrare, ripetè Gaeriel dentro di sé, amaramente, giurando che non avrebbe mai bevuto da quella bottiglia. La gola le bruciava già abbastanza.

*     *     *

Dev sentì che il suo battito cardiaco accelerava sempre di più mentre si avvicinavano alla rete di difesa orbitale dell’Impero. Questa volta, non sarebbero stati guidati attraverso le difese da nessun soldato imperiale. Guardando fuori dall’oblò principale della navetta, Dev poteva vedere altre navette più lente, nell’atto di attraccare alle navi in orbita. Gli umani stavano dirigendosi tutti alla battaglia. Proprio di fronte a lui, Scaglia Blu, Firwirrung e gli altri ciangottavano fra loro. Erano seduti sul pavimento della navetta, e manovravano i comandi piegati sopra i sedili dei piloti. Se una nave umana avesse distrutto questa navetta, il problema di Skywalker si sarebbe risolto. Però Dev dubitava che sarebbe potuto succedere al disotto della rete difensiva. L’attenzione di tutti i difensori di Bakura era puntata verso l’esterno, mentre cercavano di impedire alle cannoniere ssi-ruuvi di giungere alla superficie del pianeta. E poi, il velivolo in cui si trovavano era identico a tutte le altre navette imperiali che stavano trasportando gli equipaggi verso gli incrociatori in orbita. Davanti a loro qualcosa lampeggiò. Un istante più tardi si videro frammenti di un caccia umano che si allontanavano dal luogo dov’era stata l’esplosione. Evidentemente qualcuno si era messo in posizione per attaccarli. Attraverso il varco appena creatosi nella rete difensiva arrivarono, squadriglia dopo squadriglia, i droidi da battaglia, che aprivano la strada verso la Shriwirr. I caccia degli umani si avventarono verso i droidi e cominciarono a distruggerli uno per uno. Dev immaginava che l’ammiraglio Ivpikkis avesse lanciato molti attacchi simultanei in diversi punti della rete, per distrarre l’attenzione dei difensori da questa particolare navetta. Una volta che Skywalker fosse stato prigioniero sulla loro nave, incapace di reagire, e Firwirrung avesse acceso l’interruttore principale del suo apparato, avrebbero potuto intecnare gli umani da tutte le navi che gli si avvicinavano, e perfino dai pianeta; e così avrebbero potuto ricaricare tutti i droidi da battaglia di cui avrebbero avuto bisogno per completare l’invasione. Con gli occhi della mente Dev si ricordò di quei momenti terribili che aveva passato disteso su quel lettino. Lanciò uno sguardo verso il Jedi ancora immobile.

«Dev?» L’enorme occhio nero di Firwirrang apparve al disopra del sedile di guida. «Stai bene? Non sembri felice.»

«Oh», esclamò Dev in fretta, desiderando ardentemente che i volti degli Ssi-ruuk mostrassero una qualche espressione. «Sono preoccupato per la sua ferita, padrone. Non aveva nessun diritto di farle una cosa del genere.»

Firwirrang sbatté le tre palpebre. «È una ferita d’onore. Ma a quanto pare non sei contento del nostro prigioniero.»

Dev sentì che le dita gli tremavano. Se avesse tradito quello che stava pensando, lo avrebbero istantaneamente rinnovato. Peggio ancora, lo avrebbero separato da Skywalker. Fu con un terribile ritardo che la giusta risposta gli venne alle labbra. «Perché le ha fatto male, padrone.»

Firwirrang annuì lentamente. «Capisco.» Si voltò e fischiò qualcosa troppo piano perché Dev potesse capirlo.

Il Jedi sembrava ancora privo di conoscenza, disteso com’era e con la bocca aperta. Dev passò una mano sopra i suoi capelli. Seguendo il calore della Forza scoprì dove Scaglia Blu lo aveva colpito. Stava già guarendo. Di nuovo fu assalito dai dubbi.

Skywalker? pensò Dev, esitante. Sei sveglio? Posso aiutarti? Che cosa posso fare? Ma l’unica risposta che ebbe fu il pulsare della galassia.

Dev si morse un’unghia. Una pattuglia dei droidi da battaglia salì davanti alla navetta in un lampo di luce. Si rese conto che la stavano difendendo. Poteva quasi immaginare l’ammiraglio Ivpikkis mentre si sfregava gli artigli l’uno con l’altro.

I circuiti di intecnamento potevano funzionare solo su individui coscienti. Quindi avrebbero avuto almeno un paio di secondi. Dovrai muoverti in fretta, pensò con tutte le sue forze in direzione del Jedi immobile. Non ti offriranno nessuna apertura.

Intecnamento. Dev rabbrividì. Aveva tanto desiderato sfuggire alla propria volontà. Aveva collaborato alla sua stessa schiavitù. Aveva sperato di dividerla con tutta l’umanità. Lanciò un’occhiata carica d’odio alla parte posteriore della testa di Scaglia Blu.

Attraverso l’oblò passò rapidamente la parte inferiore della Shriwirr. L’idea di dover di nuovo mettersi a leccare le zampe posteriori degli Ssi-ruuk, per quanto brevemente, lo faceva infuriare... ma non sarebbe durata a lungo. Ben presto sarebbe stato libero o morto, o entrambi.

Dietro di loro si chiusero delle pesanti paratie a prova di scoppio. Qualche secondo più tardi, la navetta atterrò bruscamente sul ponte di un hangar. Skywalker non si mosse.

Dev rimase seduto mentre i medici aiutavano Firwirrung a scendere dalla rampa anteriore. Si scoprì a tamburellare con le dita sul bracciolo, e premette le sue mani l’una contro l’altra per fermarle. Uno schiavo impotente non avrebbe certo mostrato alcuna ansia.

La testa a scaglie di uno dei medici spuntò dal boccaporto d’accesso. «È incosciente?» fischiò.

«Una piccola ferita alla testa», rispose Dev. «È per questo che è immobile.»

Il medico emise uno schiocco di disgusto. «Abbiamo una conoscenza molto limitata dell’anatomia umana. Tu dovrai stare assieme a lui.»

Sentendosi gelare, Dev si rese conto che avrebbero potuto sezionarlo per vedere com’era fatto Skywalker. «Padrone», supplicò. «Lasci che sia io a portarlo.»

«Benissimo», grugnì lo Ssi-ruu. «Abbiamo portato solo una barella.»

Dev slacciò la sua cintura di sicurezza, poi quella di Skywalker, poi con prudenza passò una mano sopra il punto in cui il Jedi era stato ferito, almeno, credeva che quello fosse il punto. Ma non c’era più alcun segno di ferita. Gli ci vollero diversi minuti di sforzi accucciato sotto il peso del corpo compatto e muscoloso del giovane Jedi prima che riuscisse a raggiungere il portello di uscita, ostacolato dalle braccia ammanettate e dalle gambe pesanti del suo fardello.

Raccolti attorno alla navetta nell’immenso hangar, una dozzina di Ssi-ruuk li stavano aspettando. Dev si sforzò di sorridere, aspettandosi un applauso. Invece gli Ssi-ruuk lo guardarono lottare in silenzio. Le sue scarpe risuonarono a ogni passo mentre scendeva la rampa. Probabilmente lo spettacolo di uno schiavo umano che trasportava il destino della sua razza sulle spalle li divertiva enormemente.

Barcollando sotto il peso, Dev seguì il medico attraverso l’hangar, poi attraverso le paratie di una camera di compensazione per merci, e infine su per un lungo corridoio illuminato da luci potenti. Dietro di sé udì un rumore ritmico e si chiese in quanti lo stavano seguendo. A mano a mano che procedeva, le cose sembravano sempre più disperate. Quasi desiderava di aver strangolato il Jedi quando ne aveva avuta la possibilità.

No, in realtà non lo desiderava affatto. Non fintantoché c’era una possibilità per quanto remota di salvarlo. Dopo tutti questi anni passati a vivere fra i nemici, aveva trovato un amico. Il Jedi aveva risvegliato la sua umanità, e lui gli doveva almeno la possibilità di lottare.

Salirono su un ascensore, svoltarono diversi angoli, diretti verso il laboratorio di intecnamento. Avrebbe dovuto essere il turno di notte ormai, e i corridoi illuminati da luci fioche, ma sopra di lui i tubi di luce gialla erano accesi al massimo. Dev inciampò e per poco non fece cadere il suo fardello. «Sta’ attento!» intimò una voce dietro di lui.

«Sì, padrone.» Non era poi difficile suonare esausto e pentito. «Mi dispiace, ma non gli ho fatto niente. Sta benissimo.» La schiena di Dev però non stava altrettanto bene.

Trovò una specie di consolazione in quel dolore, come una penitenza.

Seguì il medico dentro il grande laboratorio. La nuova piattaforma di intecnamento era accanto alla vecchia sedia vicino a una paratia. Solo ora Dev osò voltarsi. Altri due Ssi-ruuk lo avevano seguito. Il resto sarebbe stato di guardia fuori della porta.

Firwirrung aspettava già accanto al pannello di controllo, assistito da un altro medico e da due P’w’eck. E così questo voleva dire cinque Ssi-ruuk e due servi contro Dev e un Jedi privo di conoscenza. «Ah, Dev», fischiò Firwirrung. «Sei forte. Benfatto.»

Ora Dev riconosceva queste parole per quello che erano: complimenti per riuscire a manipolarlo meglio. Afferrandosi alla speranza che Skywalker fosse sveglio, Dev lo lasciò cadere a terra. «No», esclamò Firwirrung. «Il nuovo apparato lo terrà in posizione. Ecco, lascia che ti aiuti.»

Dev si accucciò e di nuovo issò Skywalker sulle spalle. Adesso! esclamò. Se non ti muovi adesso, sarai in trappola! Skywalker non rispose. Disperato, Dev bilanciò il Jedi sopra la sua spalla. Un medico aprì le manette che gli imprigionavano i polsi e Firwirrung lo appoggiò contro il lettino. Le sue caviglie e la sua vita furono subito imprigionate dai legacci, ma le braccia erano ancora afflosciate contro i fianchi e lontane dai pannelli di imprigionamento automatico. Firwirrung le spinse al loro posto. Il letto si rovesciò assieme al suo prigioniero.

Il portello si aprì. Dev si voltò, quindi si immobilizzò. Scaglia Blu entrò maestosamente, chiudendo il portello dietro di sé, poi marciò vicino a Dev. «L’umano Jedi sarà privo di conoscenza ancora per un po’, non credi?»

Dev allargò le braccia. Anche gli Ssi-ruuk usavano mostrare gli artigli vuoti per dimostrare di essere confusi. «Sarà un’attesa difficile, anziano.»

Scaglia Blu girò l’enorme testa e fissò Dev con un nero occhio ipnotico, poi fischiò quello che Dev temeva tanto di sentire. «Il tuo bisogno è disperato.» Altri due alieni scivolarono verso di lui, con i proiettori ionici in pugno.

«Aspettate», esclamò Firwirrung. «Dev ci ha sempre servito bene. Ora è venuto il momento di ricompensarlo.» Con un artiglio accarezzò la vecchia sedia da intecnamento. «Siediti, Dev. C’è ancora tempo. Sarò io stesso a mettere in posizione gli aghi e ad abbassare l’arco di intecnamento, esattamente come ti avevo promesso.»

Dev sentì che la lingua gli si gonfiava in bocca soffocandolo. Per quanto avesse cercato di adularli, non era riuscito a convincere nessuno di loro. Quanto miserevole doveva essere stato il suo comportamento in tutti quegli anni?

«Non senti come puzzi?» lo canzonò piano Scaglia Blu.

Allora era così che avevano capito. Approfittando del suo ultimo momento di libertà, saltò su Skywalker. Con la sua mano sana e con quella ferita strinse la gola del povero Jedi. «Non ho bisogno di niente», urlò. «Non mi avrete mai...»

Le luci si spensero nella stanza. Le parole gli si spensero in bocca.

18

La piccola creatura debole di mente, un P’w’eck, che Luke aveva controllato, schiamazzò in preda alla confusione con tutti gli altri, senza rendersi conto che era stata la sua coda a distruggere il pannello di controllo e a far spegnere le luci della cabina. Luke poteva solo sperare che il colpo avesse anche reso inservibili le abominevoli macchine degli alieni. Anche al buio poteva distinguere fra Dev e gli alieni tramite le loro presenze nella Forza. Un individuo fisicamente potente corse con passo pesante verso un portello chiuso.

Luke si era già liberato dei legacci con l’aiuto della Forza. Liberandosi facilmente di Dev, saltò a terra. La testa non gli faceva più male, ma la gamba destra era insensibile. Era costretto a barcollare verso sinistra. «Dev», gridò, «infilati sotto qualcosa o ti calpesteranno.»

«Agli ordini!» La voce di Dev era tremante per l’euforia.

La cosa più dura negli ultimi minuti era stare fermo mentre sentiva che Dev oscillava tra la determinazione e la paura. Luke avrebbe tanto voluto non avere perso il suo fulminatore, o almeno averne un altro con cui armare Dev.

Da un luogo sicuro accanto alla paratia, Luke tese in avanti la mano destra e cercò di visualizzare la sua spada laser. Non doveva essere troppo lontana. Meno di un secondo più tardi, sentì il suo peso rassicurante sul palmo. «Sei giù, Dev?» gridò sopra la cacofonia di suoni ssi-ruuvi.

Una risposta soffocata: «Sì».

«Bene.» Luke accese la lama della spada. La stanza si illuminò di una sinistra luce verde, e i fischi allarmati degli alieni crebbero di tono fino a diventare urla. La luce della spada fu riflessa per un attimo in due occhi neri prima che la lama affondasse nella carne al disotto di essi. Un altro alieno urlò. Luke girò su se stesso e lo decapitò.

L’alieno azzurro, era proprio lui, quello presso il portello, riuscì finalmente ad aprirlo a calci e a fuggire. Un altro lo seguì nel corridoio illuminato.

«E ora?» gridò Dev.

«Stai giù!» Tre sagome meccaniche che gli ricordavano C1 apparvero nell’apertura del portello. Il primo droide si gettò verso di lui. Luke lo tagliò diagonalmente con la spada e si gettò verso gli altri attraverso la Forza. Non erano veri droidi, ma in qualche modo erano vivi. Uno sparò contro di lui un paio di colpi di storditore. Luke rimandò uno dei colpi contro l’attaccante e l’altro verso il suo compagno. Entrambi, sovraccaricati, si spensero, ma quello strano, fetido odore che aleggiava nella Forza, come la presenza di un’anima in decomposizione, si attutì solo leggermente. Luke ricordò di avere avvertito lo stesso fetore provenire dai droidi combattenti e dalla nave stessa. L’incrociatore puzzava ai suoi sensi, permeato com’era di energie umane rubate. Forse per la manovra e per la spinta bruciava combustibili a fusione pesante, ma l’energia per i suoi sistemi di controllo gli Ssi-ruuk la ricavavano dalle loro pratiche immonde.

Dev strisciò fuori da sotto quella sedia sinistra. Le energie tipiche del lato oscuro della Forza aleggiavano attorno a quell’oggetto, residuo dell’agonia terrificante di migliaia di vittime. «Stai bene?» chiese Luke.

La pelle marrone chiaro di Dev aveva un aspetto olivastro alla luce della spada laser, e il giovane afferrava una di quelle armi a forma di paletta con entrambe le mani. «È stato meraviglioso.»

Non era mai troppo presto per cominciare l’apprendistato jedi. «Due dei tuoi Ssi-ruuk sono morti.»

«Lo so», gemette Dev, «ma come, se no...»

«Esattamente. Bisogna combattere, ma non bisogna provarne piacere.» Sperava che Yoda non si mettesse a ridere sguaiatamente, sentendogli dire una cosa del genere.

Dev si morse il labbro superiore. «E adesso?»

«Stai indietro.» Luke piroettò facendo perno sulla sua gamba sana e tagliò una, due, tre volte la sedia e i macchinari sospesi sopra di essa, poi si occupò del lettino. I pezzi di metallo caddero con fragore sul pavimento, ammaccando le piastre metalliche del ponte. Luke ritornò con la spada in una posizione di riposo. «Ce ne sono altri di laboratori come questo?»

Avvertì lo scoraggiamento di Dev che accompagnava i suoi occhi spalancati e impauriti. «Ne hanno quasi completati altri trenta.»

Trenta! «Ci vorrà troppo tempo per distruggerli tutti. Di operativi ce ne sono altri?»

«Che io sappia no. E io ero l’assistente di...»

«Allora dovremmo presumere che questo sia l’unico.» Il sudore scorreva lungo la faccia di Luke, nonostante la sua mente nella Forza fosse rilassata. «Anche i sistemi di controllo della nave funzionano con energie umane?»

Il cipiglio di Dev si approfondì. «Non lo so. Non ci ho mai pensato. È possibile.»

«Da quello che sento io, credo di sì. Mi puoi portare nella sala motori?»

«Sì.»

Tenendo la spada abbassata, Luke si spostò di lato verso la paratia esterna. Scivolò lungo la parete nera e si sporse nel corridoio. «Ci sono altri sei droidi là fuori. Ma nessuno Ssi-ruu.»

«Hanno una paura mortale di incontrarti.»

«Perché?»

«Non vogliono morire lontano da uno dei loro mondi consacrati. È per questo che obbligano gli schiavi e i P’w’eck a combattere per loro.» Dev strisciò lungo la parete dietro di lui e sussurrò: «Sta’ attento».

«Tu stai dietro di me.» Preparandosi a rilassarsi e ad assumere il completo controllo, Luke si rese conto che già lo possedeva. Attraversò il portello, tenendo la spada in posizione di guardia. Una scarica di energia si abbatté su di lui. Dev gridò e saltò indietro. La spada di Luke balzò in aria e riflesse la scarica di energia. Il droide sfrigolò e morì.

Uno di meno. Gli altri cinque erano senza dubbio programmati per sparare... simultaneamente! La spada di Luke roteò. I droidi caddero, fumando e vomitando scintille.

Dev emise un basso fischio di ammirazione.

«Ti insegnerò a fare tutto questo.» La gamba destra di Luke pizzicava e doleva. Doveva essersi procurato una storta peggiore di quanto avesse pensato quando era saltato sopra quel tavolo.

«Fallo presto», pregò Dev. «Voglio avere tutto quello che hai tu.»

«Prima andiamo nella sala motori», mormorò Luke, soddisfatto. L’apprendistato di Dev sembrava essere cominciato ufficialmente. «Rimani dietro di me.»

Strisciarono lungo un corridoio illuminato. «Sinistra», sussurrò Dev. Luke roteò attraverso l’incrocio per attrarre il fuoco di eventuali guardie. Nessuno lo sfidò, e lui avanzò baldanzoso, ascoltando immerso nella sua calma da entrambi i lati, e usando la Forza per riposare i suoi muscoli affaticati e per diminuire il dolore che stava crescendo nella sua gamba destra.

«Ora a destra», sussurrò Dev. «C’è un ascensore.»

Luke scosse la testa. «Là dentro saremo in trappola. Quel grosso rettile azzurro probabilmente è ancora a bordo. Ci sono delle scale che collegano i ponti?»

«Gli Ssi-ruuk non possono usare le scale», mormorò Dev. «E nemmeno i P’w’eck, quelli piccoli.»

«Altri schiavi?» Luke sentì che la voce gli si spezzava e dovette schiarirsi la gola.

«Sì.»

Probabilmente gli Ssi-ruuk non sarebbero mai riusciti ad accettare membri di altre razze come propri uguali. «C’è qualche altro modo di passare da un ponte all’altro?»

«Non lo so», ammise Dev. «Io ho sempre usato gli ascensori.»

Luke si tese di nuovo nel mondo invisibile. Una rete di debole energia vivente li circondava da ogni parte, punteggiata qua e là dai luccichii più brillanti nella Forza provocati da esseri senzienti. Trovò davanti a sé un’area vuota verticale abbastanza grande. «Vieni», lo chiamò. Poiché non riusciva a trovare un portello, tagliò direttamente un’apertura nella paratia. Una rampa a spirale, troppo piccola per permettere il passaggio di un umano, conduceva in basso: evidentemente era stata disegnata per i P’w’eck o per i droidi. Dal suono e dalla sensazione si sarebbe detta deserta.

«Scendi», sussurrò Luke. Dev entrò con una gamba, poi con la testa, poi svanì dentro l’apertura. Luke lo seguì. Dev indicò il basso, e così Luke scese dentro la rampa a spirale. La sua gamba destra faceva fatica a piegarsi. I muscoli si contrassero e rimasero contratti. Dietro di lui, il dolore di Dev era come un’eco del suo: si era ferito la schiena e la mano sinistra.

Dozzine e forse centinaia di anime dovevano essere state ridotte in schiavitù nei circuiti della Shriwirr. E Luke non poteva riportare in vita nemmeno una di loro... ma forse poteva almeno far sì che alcune di esse riuscissero a riposare in pace.

Dopo un lungo periodo passato a scendere per l’angusto camminamento, Luke chiese a denti stretti: «Quanto manca per la sala motori?»

«Ponte diciotto.» Dev indicò un simbolo sulla paratia accanto a un piccolo portello. «Adesso ci troviamo al ponte diciassette.»

Luke avanzò per diverse altre volute della rampa, poi si fermò davanti a un portello. «Qui?»

«Sì, è questo.»

Luke tastò con la Forza i circuiti che si trovavano dall’altra parte del portello. Di nuovo trovò un centro di energia vitale incaricato di controllare i circuiti meccanici. Infuse una pulsazione eccitante in quello che rimaneva di una volontà umana.

Il portello si aprì.

Luke barcollò attraverso l’apertura, la spada tenuta in posizione di guardia, e si trovò in un altro corridoio vuoto. Mentre Dev lo superava, si voltò e tagliò in due il centro di energia. La sensazione di una presenza imprigionata e torturata svanì.

Un’altra anima liberata.

Dev esaminò la scritta tracciata su una paratia. «Penso che questo sia il posto che cercavamo», disse a bassa voce.

«Non sei mai stato quaggiù?»

Dev scrollò le spalle. «No.»

«Va bene.» Da dietro un’altra paratia, l’odore di presenza mezzo decomposta che aleggiava nella Forza si fece di nuovo sentire. Luke stava per passare sotto un arco illuminato quando sopra di sé avvertì un luccichio. Saltò indietro.

«Che cosa c’è?» chiese Dev.

Luke seguì il flusso di potere su per una paratia, sopra la sua testa, e poi giù dall’altra parte. «Non lo so», rispose, «ma l’energia vitale è collegata a un forte amplificatore.» Tagliò la parte superiore del taschino che aveva sul petto della tunica, lo fece cadere sul pavimento, e ci soffiò sopra. Scivolò in avanti.

Un lampo di energia blu lo ridusse in cenere.

*     *     *

Gli artigli blu di Sh’tk’ith incorniciavano il pannello di controllo della sicurezza. «Ecco», esclamò ai P’w’eck che gli stavano accanto. «Li abbiamo trovati. Sono accanto a una trappola a stordimento fuori della sala motori.»

Azionò un interruttore. «Ci sono progressi?» chiese Firwirrung, che stava lavorando freneticamente in un secondo laboratorio.

«Finito», rispose il suo collega. «Non potrà tenere il Jedi vivo a lungo quanto avrebbe fatto l’originale, ma ne costruirò un altro, migliore, prima che sia troppo deteriorato.»

Nonostante fosse ferito, Firwirrung sembrava deciso a porre rimedio a questo disastro di cui era responsabile. Lui e i suoi aiutanti P’w’eck avevano completato una tavola secondaria usando pezzi di ricambio e una delle sedie quasi terminate, procurando così un nuovo strumento con cui cominciare immediatamente a procurarsi le energie... sempre che Sh’tk’ith riuscisse a sottomettere quel Jedi. La vittoria era ancora in vista.

Sh’tk’ith chiamò il battello di salvataggio dell’ammiraglio Ivpikkis servendosi di un canale esterno. «Stiamo per intrappolarli. Ho tre squadre di P’w’eck completamente sottomessi sul ponte sedici. Le mie previsioni sono che potremmo cominciare a lanciare droidi da battaglia nel momento stesso in cui riusciremo a mettergli le mani sopra.»

«Bene», fu la risposta. Le navi vedetta degli Ssi-ruuk stavano ancora circondando la Shriwirr, proteggendola dagli attacchi esterni secondo gli ordini dell’ammiraglio Ivpikkis. «I nostri incrociatori hanno lanciato tutti i droidi di cui disponevano», cantò Ivpikkis.

«Firwirrung pensa che riuscirà a combinare le energie di Sibwarra con quelle del Jedi.»

«Teneteli in vita entrambi. Una volta che avremo conquistato Bakura potremo vendicare il nostro orgoglio su Sibwarra.»

Sh’tk’ith si tolse la bisaccia che portava a tracolla. Impugnando il suo proiettore ionico, fischiò ai P’w’eck, tremanti di terrore, che lo circondavano: «Seguitemi!»

Han stava manovrando freneticamente per riuscire a mettere il Millennium Falcon nella posizione in cui il comandante Thanas desiderava, e per di più gli Ssi-ruuk avevano appena mosso nove navi vedetta su dei vettori di ingaggio con il nemico. Il Falcon si tuffava e saliva mentre Han inseguiva i droidi degli Ssi-ruuk e scaricava tutte le sue energie in quei maledetti deflettori così resistenti. I piccoli droidi gli venivano addosso talmente numerosi che riuscì a friggerne un paio semplicemente con gli scarichi dei motori del Falcon. Chewbacca stava cercando di aggiustare 3BO, e Leia stava tenendo impegnata la torretta inferiore. Ma dov’era Luke? «È da qualche parte nello spazio», insisteva Leia. «Ma non a bordo della Flurry», avevano sentito da Tessa Manchisco.

Tre caccia TIE gli passarono sopra. Han strinse le mani a pugno. Poteva anche darsi che quei TIE fossero dalla sua parte, ma non aveva intenzione di fidarsi del comandante Thanas per più di un minuto, quando i Flautati fossero stati sconfitti. Impegnati nella loro bella manovra di invasione, gli alieni non stavano nemmeno usando la loro paletta raccogli-Imperiali: non c’era segno da nessuna parte di raggi traenti. Un grosso vascello ssi- ruuvi aveva già lanciato una dozzina di navi attrezzate per l’atterraggio. Lente e poco potenti, erano state una prima offensiva particolarmente debole. Han non sapeva se i nuovi cannoni DEMP degli Imperiali avessero funzionato, ma sapeva che ne avrebbe tanto voluto uno.

Il suo vettore lo portava vicino a un grosso incrociatore ssi-ruuvi, uno dei tre che si stavano lentamente muovendo verso Bakura. Quegli strani disturbi bitonali soffocarono per un momento tutte le comunicazioni fra le navi. «Stai facendo progressi?» chiese a Chewie attraverso il loro comlink privato. Chewie ululò in tono affermativo. «Bene. Vedi di fare in fretta. Leia, dov’è Luke?»

«Là! A bordo di quel grosso incrociatore.» La voce di Leia trasportata su entrambi i canali delle cuffie di Han, sembrava che provenisse proprio da un punto a metà fra le sue orecchie. «Svelto... Di’ a tutte le nostre forze che non deve essere attaccato.»

L’incrociatore sotto il quale erano appena passati? Han aumentò la potenza ai deflettori posteriori ed evitò i colpi delle navi vedetta che difendevano l’incrociatore, poi ridusse in atomi una di quelle maledette navi vedetta. «E che cosa ci fa là?»

«Non riesco a capirlo», rispose Leia.

«Guardate là», esclamò qualcuno, nel momento in cui la frequenza esterna ritornò. Navette e gusci di salvataggio si stavano allontanando in tutta fretta dall’incrociatore ssi-ruuvi come le rivettature di un serbatoio di refrigerante che aveva raggiunto i limiti di carico.

«Avevi proprio ragione», osservò Han a Leia. «Luke è là dentro.»

Luke fissò il frammento incenerito di tessuto. «Si vede che non si fidano troppo della loro stessa sicurezza.»

«È una trappola a stordimento», spiegò Dev. «Metterebbe fuori combattimento uno Ssi-ruu, nonostante la sua pellaccia. Penso che ucciderebbero subito uno di noi.»

Luke riuscì a localizzare il circuito energetico che comandava la trappola all’altezza della sua spalla su una paratia grigia appena oltre la portata della sua spada al di là dell’arco. Ma poiché la vita creava la Forza, ogni circuito che usava questo tipo di immonda energia era molto facile da trovare e da controllare... e a mano a mano che andava avanti stava diventando sempre più bravo a farlo. Con la mente sfiorò prudentemente questo ganglio energetico e scoprì una volontà debole e quasi esaurita che gli forniva energia. Per quanto stanco fosse, il suo primo impulso fu la pietà. Velocemente ma con prudenza mostrò all’entità quello di cui aveva bisogno. Poi gli offrì la liberazione. La volontà sembrò esitare per un istante...

«Svelto, Dev!» Luke saltò al di là dell’arco. Brandendo il suo proiettore ionico, Dev lo seguì. Un lampo blu bruciacchiò l’orlo della sua veste.

Luke esitò. «Aspetta un attimo.» Doveva mantenere la sua promessa. Con un colpo prudente ma preciso infilò la sua spada laser in mezzo ai circuiti. Quella pietosa volontà toccò la sua mente, lasciando mentre fuggiva un residuo di gratitudine.

Le trappole a stordimento si succedevano a intervalli di sei metri. A ogni ritardo Luke era preso dall’impazienza, e ogni energia richiedeva un diverso tipo di persuasione. A mano a mano che avanzava diveniva sempre più stanco, ma la sua fretta aumentava.

Raggiunsero un incrocio. Il loro corridoio proseguiva curvando leggermente a destra, ma un altro, più stretto, si dirigeva decisamente verso destra. Un tubo luminescente giallo correva lungo il centro del soffitto arcuato di quest’ultimo corridoio. In corrispondenza del bivio, nel corridoio principale, c’era un grande portello metallico chiuso.

Tutti i sensi di Luke gridarono: imboscata! Oltrepassò cautamente l’angolo alla sua destra, tenendosi accanto alla paratia, poi voltò la testa per cercare di sentire quello che accadeva al di là del portello metallico. Gli parve di sentire qualcuno...

Il grido strangolato di Dev fece girare Luke in tempo per vedere il grosso portello che spariva in alto nel soffitto. Un P’w’eck saltò dall’apertura, afferrò il ragazzo da dietro e avvicinò un artiglio alla sua gola. Dev si chinò e sparò con il suo proiettore ionico da sopra una spalla. Il P’w’eck cadde a terra, lasciando sul collo di Dev una sottile linea di sangue.

Guidato dal suo inconscio, Luke si girò e menò un fendente dietro di sé. Due altri P’w’eck erano apparsi come dal nulla. Caddero feriti e urlanti, ma altri erano in agguato in un varco che si era aperto dove Luke non aveva notato nessun portello. Si accanirono contro di lui con una serie di scariche azzurre sparate da uno strano tipo di fulminatore. Stavano ancora cercando di stordirlo. La sua spada faceva rimbalzare ogni colpo contro le paratie o contro carni aliene. Dev gridò e cadde a terra anche se Luke non aveva visto né sentito alcun colpo centrarlo. «Dev?» gridò.

L’enorme Ssi-ruu azzurro si gettò verso Luke uscendo dal largo portello, fischiando e ciangottando. Cercava di dirigere su di lui un raggio argenteo emesso da un proiettore ionico. Chinandosi in più direzioni per evitarlo, Luke alzò la spada e deviò il raggio in direzione di uno dei P’w’eck che stavano per uscire dal portello più piccolo. La piccola creatura cadde a terra, agitando gli arti. Il rettile azzurro attraversò il corridoio, guardando Luke ma non il pavimento. Lungo il corridoio curvo, Dev stava strisciando sulle ginocchia e sui gomiti in direzione del grosso rettile azzurro. Luke si gettò nel corridoio illuminato di giallo nel tentativo di evitare il raggio paralizzante. La personalità del grosso essere azzurro spaventava e impressionava Luke, anche da una certa distanza. Probabilmente l’essere non percepiva la Forza, ma gettava un’enorme ombra nera che i sensi di Luke percepivano, e che aveva la stessa sfumatura immonda che aveva oscurato e soppresso i ricordi di Dev.

Dev balzò dal pavimento. Sparò il suo proiettore ionico da dietro l’alieno azzurro, dirigendo il raggio alla base della sua coda. L’alieno torse la parte superiore del corpo voltandosi verso Dev e poi cadde con le zampe fuori uso; Luke si slanciò in avanti, brandendo la spada. Evitando il raggio argenteo, Dev premette il suo proiettore contro la testa dell’alieno blu e sparò. La creatura emise un barrito, poi un urlo.

L’urlo finì in una specie di gorgoglio. Dev continuò a muovere il proiettore sulla testa del mostro con un movimento a zigzag. Lungo entrambi i corridoi si udirono i rumori di piedi ungulati che battevano in ritirata. Luke si rilassò, tossendo un poco. Giù in fondo alla sua gola, qualcosa gli stava dando fastidio.

Dev si sedette sul fianco dell’alieno azzurro e gli diede un calcio. Quando il mostro non si mosse più, Dev infilò la mano sinistra sotto l’altro braccio e lasciò che il suo proiettore gli pendesse dalla mano. «Ho fatto finta di essere colpito. Mi sembrava più sicuro fingere di essere morto che continuare a lottare», ansimò con voce rauca. «Mi sembrava che non ti stavo aiutando per niente.» Il rigagnolo di sangue che scendeva dalia sua gola sembrava diventare sempre più scuro. Luke sfiorò la ferita. «Non è profonda», insistè Dev. «È solo un graffio.»

Il grosso essere blu era immobile, con l’eccezione di una stretta lingua nera, tremante, che usciva da una narice. «Lo hai stordito?» chiese Luke. «È morto.» Dev alzò lo sguardo e lo fissò negli occhi. Luke vide dolore, colpa, e trionfo. «Chi era?»

«Quello... che mi controllava.» Dev fissò le piastre grigie del pavimento. «Ma il mio padrone era Firwirrung... quello piccolo e marrone con la «V» sulla testa, quello a cui hai tagliato la zampa davanti. Firwirrung è quello veramente pericoloso. Se riesce a catturarti siamo tutti morti. Tutti, in tutta a galassia.»

«Perché? Non sembrava che fosse al comando.»

«No, ma è quello che si occupa dell’intecnamento.»

«Hanno  sempre usato...   l’intecnamento...   per fornire energia ai loro droidi?»

«Sono secoli che intecnano i P’w’eck più anziani. Ma gli esseri umani durano molto di più», spiegò Dev. «Firwirrung vuole obbligarti a intecnare degli altri umani da lontano. Gli Ssi-ruuk vogliono ridurre in schiavitù l’intera galassia. Ci sono... oh, non so quante altre navi che aspettano che Bakura cada.»

«Vuoi dire che questa è soltanto un’avanguardia?» chiese Luke, allarmato.

Dev annuì e Luke avvertì la sua vergogna. «Credimi, Firwirrung non aspetta altro che metterti le mani addosso.»

Io ero l’assistente..., aveva detto. Dunque era questa, infine, la sua storia. Luke chiuse gli occhi. Non lo stupiva più che Dev avesse cercato di strangolarlo, piuttosto che lasciare che gli Ssi-ruuk lo potessero usare a modo loro. «Be’!» Luke soffocò un altro colpo di tosse. «Vediamo di finire il nostro lavoro prima che ne arrivino degli altri.»

«Stai bene?»

Luke tossì di nuovo. Quell’odore di rettile gli stava irritando le narici e la gola. «Si vede che sto respirando qualcosa che mi dà fastidio. Suppongo che tu ci sia abituato. Vieni, andiamo.»

La sala motori era una confusione di pannelli di controllo e di condotti, ma Luke non faticò troppo a trovare il display principale. Era un luogo che creava una mostruosa imitazione di vita talmente potente, e contorta in modo così abominevole, che Luke si scoprì a tremare per l’orrore. I suoi sensi subliminali avvertivano il ribollire di un centinaio di energie intrecciate le une alle altre. Menti intecnate di fresco si contorcevano freneticamente fra i brandelli consunti e insensibili delle volontà quasi esaurite di esseri più anziani.

Con un possente movimento delle spalle Luke portò la spada ad abbattersi sulla consolle, poi mosse il suo corpo e colpì dalla parte opposta. Il silenzio cadde su quella cacofonia mostruosa.

Si voltò gettando una lunga, lenta occhiata tutt’attorno, respirando profondamente e con prudenza. Quella camera, come la nave, finalmente sembrava pulita.

Si era appena chiuso ogni via di fuga da quella nave?

I tubi luminosi splendevano ancora lungo il soffitto, e quindi doveva esistere qualche fonte di energia di emergenza. Ora doveva seguire il flusso dell’energia attraverso i comandi come chiunque altro. «Dev? Sai leggere queste scritte?»

Dopo avere confabulato per un po’, in fretta, decisero che la spinta ionica e la spinta iperspaziale funzionavano ancora... ma Luke era riuscito a interrompere qualunque collegamento fra la sala macchine e il ponte. «È incredibile», mormorò Dev.

Luke si guardò attorno esaminando i display luminosi. Dunque non erano imprigionati in un involucro senza vita, ma la Shriwirr era ferita a morte. Tossì di nuovo. Avevano ancora il sostentamento vitale, le armi e la possibilità di comunicare. Non avevano alcun accesso a medicazioni, però. Niente che potesse aiutare i muscoli sforzati della sua gamba, e nessuna maschera a ossigeno per aiutare i suoi poveri polmoni irritati. Avrebbe dovuto resistere in qualche modo finché non potevano abbandonare la Shriwirr. Di nuovo gli venne in mente che non sarebbe affatto igienico rimanere imprigionati lì dentro, specialmente se gli Ssi-ruuk perdevano la battaglia. «Cerchiamo di arrivare a una navetta», decise spingendosi via dal pannello di controllo.

Dev lo condusse a tre giganteschi hangar, uno dopo l’altro. Erano tutti vuoti, e perfino i gusci di salvataggio erano spariti. Non riuscirono neppure a trovare il vascello imperiale con cui gli Ssi-ruuk erano risaliti dallo spazioporto di Salis D’aar. «Abbandonate la nave», borbottò Luke. «Scappate dal terribile Jedi e dal suo temibile apprendista.»

Dev allargò le braccia. «Allora questa sarà il nostro vascello di salvataggio. Ti porterò al ponte.»

Luke si sentì scuotere il petto dalla tosse. «Dovremo accontentarci», disse con riluttanza.

*     *     *

«Mi dispiace per i cannoni DEMP», sogghignò Han rivolto al comandante Thanas. Entrambi i cannoni erano esplosi, rendendo inutilizzabili le navi su cui erano installati; e a Han non dispiaceva per niente. Era contento di non averne avuto uno sul suo Falcon.

«Vittime della guerra», osservò Thanas attraverso l’altoparlante sinistro di Han che riceveva il canale di comando. «E così a quanto pare è il comandante Skywalker. Mi dispiace. Ammiravo molto le sue capacità.»

«Che sta succedendo?» volle sapere la voce di Leia.

«Il governatore Nereus ha appena mandato un messaggio. Gli alieni lo hanno rapito.»

«Non pensate che Luke sia fuori dal gioco», disse Leia con voce decisa.

Han annusò l’aria. Che cos’era questo, odore di cavi surriscaldati? Vedi di reggere, bambola!

La voce sonora di Thanas si ammorbidì. «Vostra altezza, a meno che tutti gli Ssi-ruuk si ritirino, abbiamo degli ordini precisi di distruggere quell’incrociatore.»

«Che cosa?» esclamò Leia.

Han si sentì rizzare i capelli in testa. C’erano solo quattro piccole navi vedetta ssi-ruuvi che impedivano a Thanas di farlo. La Dominant aveva tutta la potenza di fuoco necessaria. «Perché?» chiese.

«Contagio, generale. Non mi hanno detto i particolari, e io non ho l’abitudine di mettere in questione gli ordini che ricevo. Non ne vale la pena, date le conseguenze che comporta.»

Leia intervenne dalla torretta inferiore del cannoniere. «Metta in questione questo. Lasci stare per adesso, comandante.» Ah... non credeva a quella storia del contagio più di quanto ci credesse Han. Il governatore Nereus voleva semplicemente rifarsi dello smacco. Han vide un filo di fumo uscire da una paratia e spense subito il circuito responsabile. Tanto, lo schema elettrico del Falcon assomigliava a una cartina di una città, e la nave poteva funzionare con parecchi dei suoi pannelli fuori uso.

La voce del comandante Thanas si indurì: evidentemente si stava rivolgendo a qualcun altro. «Squadriglie dalla otto alla undici, spazzate via quei gusci di salvataggio.»

Leia protestò: «Ma non sono armati».

«Questo non lo sappiamo», rispose Thanas freddamente. «In alcune culture i gusci di salvataggio sono dotati di armamento.»

«Cos’è, una normale procedura imperiale?» lo sfidò Leia. «Uccidere i feriti per ridurre i costi medici?»

«Non sembrate altrettanto preoccupata di quelle navi drone. Ci sono delle energie viventi, là dentro.»

«Ridotte in schiavitù», scattò Leia. «E in modo irrevocabile. Uccidendole non facciamo altro che liberare le loro anime.»

«Sono d’accordo», intervenne la voce squillante del capitano Manchisco dalla Flurry. Stava aiutando un pattugliatore imperiale a spingere uno degli incrociatori leggeri alieni a portata del raggio traente della Dominant.

«E gli alieni, vostra altezza?» insistè la voce di Thanas.

Dalla sua voce si sarebbe detto che Leia stava stringendo i denti. «Stiamo lottando per la sopravvivenza della gente di Bakura... e probabilmente di molti altri mondi, comandante. L’autodifesa giustifica molte cose. Ma mai il massacro degli indifesi.»

Thanas non rispose. Sugli schermi analizzatori di Han, una squadriglia di grossi caccia ssi-ruuvi stava convergendo verso la Dominant. I suoi turbolaser ne spazzarono via due.

«È stato un bel tentativo, Leia», borbottò Han. Attivò il circuito che comandava il comlink interno. Improvvisamente, un vortice di luci si accese sul pannello computer davanti a lui e Chewie ruggì nel comlink. «Grandioso, Chewie», esclamò Han. «Adesso vai a un cannone quadrinato!»

«Che cosa?» gridò Leia.

«3BO è di nuovo fra noi. Bada solo di non chiedergli che cosa gli è successo. Tanto, ci racconterà tutto nei particolari appena gliene daremo la possibilità. È riuscito a dare all’Impero un programma per la traduzione della lingua dei Flautati, ma adesso ce l’abbiamo anche noi.»

Leia gemette.

«Come sta Luke?» Han sparò a un altro sciame di navi droidi, puntando sulla nave di testa. Era la seconda volta che pensavano di essersi sbarazzati di tutte quelle pestifere macchine. Due volte, e invece qualche altro incrociatore ne lanciava qualche altro sciame.

«Sta ancora bene», mormorò. «Ha appena avuto a che fare con una grossa concentrazione di quei... morti viventi.» Il cannone quadrinato inferiore continuò a sparare mentre Leia parlava.

«Dolcezza, dimenticati dei droni. Concentrati su tuo fratello. Sarà bene che tu lo avverta di quello che Thanas ha appena detto.»

«Ci sto provando!»

«Cerca di convincere 3BO a trasmettere sulle loro frequenze, o qualcosa del genere.» Han strinse i denti. Luke era entrato, da solo, nel palazzo di Jabba per lui. Aveva salvato tutto solo, Han, Leia, e Lando, strappandoli letteralmente delle fauci sabbiose del Sarlacc. Nonostante le sue manie di grandezza, forse sapeva davvero quello che stava facendo.

Che cosa sto facendo ? Barcollando su una gamba sana e su una che veniva presa dai crampi ogni volta che ci appoggiava il peso, Luke completò un circuito del ponte della Shriwirr. Tutta la paratia dal pavimento al soffitto era occupata da consolle curve, decorate con simboli a lui sconosciuti. Diversi schermi isolati, collocati qua e là nel ponte, erano evidentemente stazioni di lavoro per l’equipaggio, ma non c’erano né sedie, né panche, né sgabelli. Un lungo pannello curvo serviva da oblò. «Sai come funzionano questi comandi?»

«Posso leggerti che cosa dicono le scritte. Tutto qui.»

«È un inizio», borbottò Luke. Qualcosa, al limite della sua coscienza, lo disturbava. Sentendosi a disagio, si allontanò da Dev e accese la spada.

Dev girò su se stesso. «Che cosa c’è?» disse in un sussurro.

«Non lo so.» Luke si diresse a grandi passi verso la paratia concava più vicina, poi si avvicinò al portello, abbassando la testa. «Probabilmente non è niente.»

«Ne dubito.»

Dev aveva lasciato il portello della cabina di comando aperto. Luke scivolò in avanti. Dietro le paratie, sentì... gli parve di sentire... un alieno che si avvicinava. «Dev», ordinò, «mettiti al riparo.»

Un P’w’eck fece irruzione. Luke gli tagliò la zampa anteriore, completa di fulminatore. Poi vide una granata a gas di metallo chiaro sospesa con una catena al collo della creatura. Tagliò la catena, tese una mano, e con la Forza gettò la granata fuori dal portello. Poi diede un gran colpo al pannello inserito nella paratia per far chiudere la porta. Da dietro lo spessore di metallo venne un’esplosione attutita. Nel frattempo, il P’w’eck, intrappolato, indietreggiava sul ponte, emettendo un lamento acuto.

«Parlagli.» Luke afferrò meglio la spada e cominciò a respirare affrettatamente per prevenire quella tosse che distraeva la sua attenzione. «Digli che non voglio fargli ancora del male. Se ci aiuterà, abbiamo qualche probabilità in più di riuscire a usare questa nave.»

Dev strisciò fuori da dietro un’isola di strumentazione e si mise a cinguettare e fischiare. Il P’w’eck esitò un attimo, poi si buttò verso il suo fulminatore.

Luke lo afferrò al volo. «Digli che non verrà nessun altro finché il corridoio non sarà libero dal gas.»

Dev cinguettò. Il P’w’eck scosse di nuovo la testa. Luke si chiese se aveva il coraggio di provare a interrogare l’alieno. Non avrebbe nemmeno saputo come fare. La creatura probabilmente non pensava in standard.

Luke gettò a Dev il fulminatore del P’w’eck. «C’è qualche modo di legarlo? Di impedirgli di rallentarci ancora?»

Dev si accigliò, poi abbassò il fulminatore e trapassò il cranio dell’alieno con un colpo.

«Dev!» esclamò Luke. «Non uccidere mai quando non ce n’è bisogno!»

«Ci avrebbe assassinato nello stesso istante in cui avessimo cominciato a ignorarlo. Adesso abbiamo un paio di minuti, usiamoli!»

«Attenti», urlò una voce sconosciuta nell’orecchio destro di Han. Han aumentò l’energia nei deflettori di dritta. Le forze combinate dei Ribelli e degli Imperiali erano quasi riuscite a chiudere un arco attorno a due degli incrociatori alieni, ma gli Ssi-ruuk opponevano una strenue resistenza. Lo spazio nero era illuminato dalle scintille che rimbalzavano sulle navi, sugli scudi, mentre la potenza di fuoco degli Ssi-ruuk si concentrava sulle navi ribelli che occupavano tutti i punti chiave dell’attacco... proprio come lui aveva previsto.

«Dominarti a Falcon. Chiudete quel varco a zero-due-due.»

La Dominant aveva sconfitto tutti i suoi attaccanti, ma ora andava alla deriva verso dritta. Han sorrise, la sua ipotesi era che i razzi laterali del grosso incrociatore avevano ceduto di nuovo. Forse Luke avrebbe potuto essere in salvo ancora per un po’ di tempo. Voltò la sua nave verso il nord solare. Il varco in questione era abbastanza grande da farci passare uno Star Destroyer. «Ce l’abbiamo», rispose al comandante Thanas. «Gruppo rosso, e tutti voi. Seguitemi.»

Dietro il Falcon, come uno stormo d’anatre, quattro caccia Ala-X e cinque caccia TIE si erano messi in formazione. Ognuna delle due formazioni si teneva rigorosamente dalla sua parte del Falcon.

«Dominant», arrivò una voce dal canale imperiale, «stanno contrattaccando! Troppa potenza di fuoco alla mia...»

Silenzio. Han fece schioccare le dita. Se c’era una cosa che odiava era quando un ragazzo ci rimetteva le penne. Ma mentre le perdite aumentavano, erano soprattutto le navi ssi-ruuvi a sparire. Le forze umane non sarebbero state sconfitte facilmente.

Qualcosa colpì un vascello di pattuglia imperiale. «Falcon a Digit Six. State tutti bene?» Il pattugliatore non rispose. Oscillando paurosamente, accelerò per buttarsi contro il piccolo incrociatore alieno. Un’ora dopo, Han stava ancora evitando i residui della collisione e si sentiva molto prossimo all’esaurimento di tutte le sue energie. Thanas era duro con i suoi piloti, ma la battaglia ormai era sua.

Un sensore si accese. Fra le navi ssi-ruuvi era appena cominciato a passare un massiccio flusso di comunicazioni. Han attivò il programma di traduzione di 3BO su uno degli schermi secondari. Con in mano la copia del programma di Captison, il comandante Thanas probabilmente si aspettava di conoscere il momento esatto in cui il comandante alieno avrebbe comandato la ritirata... ma si aspettava anche che gli alleati non lo avrebbero saputo.

Lo schermo secondario di Han lampeggiava con un unico messaggio, ripetuto all’infinito dalla nave di comando ssi-ruuvi. «Disimpegnatevi, ritirata. Disimpegnatevi, ritirata. Disimpegnatevi...»

Han colpì freneticamente i suoi pannelli di comando, tagliando le navi imperiali dai suoi canali di trasmissione. «Navi ribelli», ordinò, «i Flautati si stanno ritirando. Mettete i deflettori al massimo... e tenete d’occhio gli Imperiali. A tutti i capi squadriglia, allontanate le vostre navi dai caccia imperiali. Manchisco, sei a portata della Dominant. Allontanati!»

«Si stanno ritirando? E Luke?» esclamò Leia. «È ancora a bordo? Non possiamo sparare su quell’incrociatore.»

Han dirottò tutta la sua energia dalle armi ai deflettori. «E noi qui che non possiamo sparare agli Imperiali per primi.» Un contrabbandiere con una coscienza non aveva un gran futuro davanti. A quanto pareva, l’Alleanza se lo doveva tenere. «Non sappiamo chi è ai comandi dell’incrociatore di Luke», aggiunse. «E comunque, ci sono ancora quattro navi vedetta che gli viaggiano vicino.» Era l’unica grossa nave ssi-ruuvi che non si stava ritirando. Per il resto, dappertutto davanti a lui, le navi dalla forma strana si stavano rimpicciolendo.

Il Falcon tremò dalle lampade ioniche all’iperguida. Han balzò indietro dai suoi controlli temporaneamente ionizzati. Alle sue orecchie risonò un ringhio di Chewbacca. Nel campo di stelle davanti a lui ci fu un lampo di fuoco: un secondo colpo della Dominarli. Han sbatté le palpebre. «Flurry?» urlò. «Manchisco? Manchisco, mi senti?»

Ma la Flurry era ormai soltanto scariche elettriche e rottami. «L’hanno presa», esclamò Han. Il nostro unico incrociatore. Cieli liberi per te, Manchisco. Scosse un pugno in aria in direzione di Thanas e ringraziò mentalmente Chewie per avere convinto quei tecnici bakurani ad aggiungere potenza ai deflettori del Falcon. Se avesse potuto, avrebbe distrutto lui stesso la Dominant, se avesse potuto e se la sua coscienza, laggiù alla torretta quadrinata inferiore, l’avesse lasciato sparare per primo.

Leia sembrò di nuovo parlare all’interno del suo cranio. «Be’, generale, adesso sei tu al comando.»

Han riaprì la frequenza di comando. «Grazie di niente, Thanas», urlò. Poi passò alla frequenza intersquadriglia. «Ecco! Avete visto tutti. L’Impero ha appena violato la tregua. Siamo di nuovo in guerra, noi contro loro. Ricordatevi della Morte Nera. Entrate in formazione dietro il Falcon.»

«Falcon, qui capo Rosso. Siamo a circa mille kappa da te e abbiamo caccia TIE su tutti i nostri schermi.»

«Be’ , sparategli, allora», abbaiò Han. «Wedge, dove sei?»

Il più grosso degli incrociatori ssi-ruuvi rotolava su se stesso con una traiettoria irregolare, ancora difeso dalle navi vedetta. Han non riusciva a immaginare come avrebbe potuto difendere Luke... o anche solo se osava farlo. Luke poteva aver fatto scappare l’intero equipaggio, ma non era detto. E di certo non era lui al comando di quelle quattro navi vedetta.

Nel frattempo, un altro grosso incrociatore a forma di uovo si stava girando laboriosamente. Un terzo fece un salto nell’iperspazio troppo velocemente perché fosse stato preceduto da alcun calcolo, in una fuga cieca.

«Dietro il pianeta rispetto a te. O almeno lo ero», rispose la voce di Wedge. «Ti ho sentito appena. Aspetta...» Dopo un paio di secondi, parlò di nuovo: «C’è un sacco di attività TIE a otto-nove-due-due. Forse dovresti controllare che cosa stanno combinando.»

«E la Dominanti» esclamò Leia. «Vai dall’altra parte!»

Han sentì un mal di testa che si trasformava in un incubo mentre Thanas distruggeva una dopo l’altra le squadriglie ribelli e lui lentamente radunava i sopravvissuti in una doppia squadriglia piena di buchi. Lanciò un’occhiata all’incrociatore ssi-ruuvi che rotolava su se stesso. «Leia? Di’ a Luke che qua fuori ci sono dei guai seri.»

«Ci proverò!»

19

Gaeriel lasciò andare un urlo di vittoria mentre la flotta ssi-ruuvi si voltava e fuggiva, ma nell’arco di un minuto, tutti i puntini d’argento che rappresentavano le navi alleate sulla proiezione olografica del governatore Nereus divennero rosse. Una per una, cominciarono a svanire. Gaeriel si lasciò sfuggire un’esclamazione di sorpresa e balzò dalla sua sedia. «Non possono farlo!»

Wilek Nereus si stava rotolando fra le dita pesanti il gambo del calice pieno di nettare. «Che cosa non possono fare, senatrice?»

«Rivoltarsi contro... attaccare... i Ribelli!» Non solo ma doveva presumere che gli Ssi-ruuk in ritirata avevano ancora Luke come prigioniero, e che il giovane Jedi stava morendo e ancora non lo sapeva. Gaeriel trasse un profondo respiro, sperando che il suo tentativo di calmarsi avesse l’aspetto di una pausa deliberata. «Signore», ricominciò, «a nome del mio collegio elettorale, desidero presentare una formale protesta circa il comportamento delle forze armate, che devo presumere sia inerente ai suoi ordini. I piloti dell’Alleanza hanno rischiato le loro vite, alcuni di loro hanno donato le loro vite, per aiutarci a respingere gli Ssi-ruuk. È questa la nostra gratitudine?»

«Il tuo collegio elettorale?» Il leggero sorriso del governatore Nereus sollevava soltanto i bordi delle sue labbra effeminate. «Ti sei già messa in contatto con loro? Qualcuno ti ha dato lezioni di telepatia?»

Gaeriel ignorò l’accusa implicita e ripetuta di collaborazionismo e strinse i denti. «La mia gente è grata ai Ribelli per l’assistenza che ci hanno dato. Non vorrebbero vederci...»

Un comlink suonò. ««Sì?» chiese Nereus.

«Signore, i nostri sensori mostrano una trentina di persone raccolte all’incrocio fra il Decimo Circolo e la Strada Alta. Sembra che altra gente si stia unendo all’assembramento.»

«E mi disturbate per questo? Disperdeteli», scattò Nereus. Di nuovo Gaeri notò nelle sue dita un tremore che venne subito soppresso. Il governatore Nereus chiuse la trasmissione e prese un sorso dal suo calice. «L’assistenza dei Ribelli è ormai cosa del passato. Adesso dobbiamo pensare al futuro. Che cosa capiterebbe a Bakura se il comando imperiale venisse a sapere che abbiamo accettato dell’aiuto dalle forze ribelli?»

Gaeri serrò le mascelle. Eppie Belden stava conducendo Bakura alla ribellione, preparando i civili al ritorno delle truppe. In quanto a lei, non doveva più pensare a Luke... anche se, forse, se lo avesse aiutato invece che ostacolarlo, Bakura avrebbe già potuto essere libera dal giogo imperiale.

Ma come avrebbe potuto Bakura respingere gli Ssi-ruuk senza le risorse sia dei Ribelli sia dell’Impero? Quale scherzo crudele le aveva giocato il destino?

Nereus raccolse il suo cristallo sfaccettato con all’interno i due denti umani. «Mia cara, non hai ancora assaggiato il tuo nettare.»

Gaeri si chiese se si trattava di una minaccia. «Mi fa male la gola.»

«Ah, capisco. Non deve essere stato gradevole. Ti faccio le mie scuse. Non eri tu l’ospite predestinato.»

«Ma c’è qualcosa che non...» ti abbasseresti a fare, pensò Gaeri, ma si corresse in: «farebbe, per l’Impero?»

«Tu hai sempre sostenuto la presenza imperiale. Ti ho sentito parlare in modo molto eloquente dei benefici che provengono a Bakura dalla sua affiliazione all’Impero.»

«Sì, ne ho dette di cose del genere. Ho imparato bene a parlare la vostra lingua.» La lingua del tradimento.

«Ti ricordo che la tua educazione cosmopolita è stata pagata dall’Impero.»

«Cose per cui io e la mia famiglia l’abbiamo già ripetutamente ringraziata.»

«È un debito che tu non hai nemmeno cominciato a ripagare. Ora che ho avuto tempo per pensarci, sono sicuro che troverò un ruolo per te nel mio staff personale.» I suoi occhi si strinsero fino a diventare due fessure.

Se la rivolta di Eppie avesse avuto successo, quella sarebbe stata una minaccia a vuoto. Ma se la rivoluzione non aveva successo, però, Gaeriel avrebbe potuto servire Bakura sotto la copertura di un’uniforme imperiale. Che cosa aveva dovuto sopportare Leia Organa, ai tempi in cui era una senatrice imperiale?

Il governatore Nereus studiò l’ologramma dello spazio circostante Bakura, sorridendo. Ora i puntini rossi delle navi ribelli che «minacciavano» il sistema erano notevolmente diminuiti di numero.

«Ha ordinato al comandante Thanas di ucciderli tutti?» chiese Gaeriel amaramente.

Nereus spazzò via dalla sua scrivania d’avorio un pulviscolo che lei non riusciva a vedere, e che forse era solo immaginario. «Sì. Per il bene del tuo popolo. In quanto al comandante Skywalker, quella è un’altra faccenda. A questo punto le larve avranno cominciato a migrare. Hanno bisogno di un’abbondante provvista di sangue per superare lo stadio di pupa e l’aorta corre comodamente vicino ai tubi bronchiali. Non temere, non soffrirà a lungo. È un soggetto in eccellenti condizioni fisiche. Credo proprio che gli alieni lo porteranno con sé nella loro ritirata. Credo che conserveranno il suo corpo almeno per un giorno, il che darà tempo alle Tricoidi adulte di emergere e di infestare gli Ssi-ruuk. Le Tricoidi non vivono a lungo, ma sopravvivono grazie alla loro capacità di riprodursi in gran numero. Siamo liberi dalla minaccia dell’intecnamento, Gaeriel. Tu e il tuo collegio elettorale dovreste ringraziarmi.»

Niente, né la sua abitudine alla diplomazia, né la sua paura di Wilek Nereus e nemmeno il fatto di essere stata salvata dall’intecnamento, avrebbe mai potuto convincerla a ringraziarlo per aver assassinato in questo modo Luke Skywalker. E la senatrice Organa, e tutti i ribelli che erano venuti ad aiutare Bakura. Una volta che Bakura avesse capito che cos’era successo, il governatore Nereus avrebbe avuto bisogno di un’intera legione imperiale per soffocare la ribellione che ne sarebbe seguita... e grazie all’Alleanza non ci sarebbe stata nelle vicinanze una legione a cui fare appello. Avrebbe dovuto provare una sensazione di trionfo.

Invece la disperazione e un senso di vuoto la facevano rabbrividire. Luke l’aveva salvata dagli Ssi-ruuk e dal loro servo umano, ma non aveva più la possibilità di ringraziarlo o ricambiarlo. L’Equilibrio della sua vita sarebbe stato turbato per sempre, senza possibilità di riparazione. Gaeri strinse il suo pendente fra le mani e cercò di pensare alle tragedie che li aspettavano: una guerra civile, lunga e sanguinosa, le vite dei cittadini di Bakura contro la tecnologia avanzata dell’Impero, a meno che... forse... lei ed Eppie potessero liberare Bakura da Wilek Nereus. Indurì la sua anima e decise che doveva restare con lui e sperare che le desse la possibilità di fare qualcosa.

Han non aveva bisogno dello schema offensivo di un incrociatore per sapere che stavano perdendo. Era riuscito a raccogliere diversi caccia Ala-X e un caccia Ala-A in una formazione abbastanza efficiente, ma, per quanto lui e il suo equipaggio fossero bravi nell’usare le armi del Falcon, il comandante Thanas gli stava chiudendo intorno, uno spicchio alla volta, una classica sfera di inglobamento. Navi pattuglia e caccia TIE li minacciavano da tutte le direzioni, trascinando i Ribelli fuori dalla zona in cui la Dominant era cieca e conducendoli entro la portata del suo raggio traente. Anche se l’ammiraglia danneggiata del comandante Thanas stava ormai andando alla deriva, potendo contare solo sui razzi secondari, le sue batterie di turbolaser erano già puntate contro il Falcon. Le batterie che davano potenza ai loro deflettori erano quasi esaurite. Tutto quello che Han poteva fare era di spegnere tutti i sistemi e lasciare che si ricaricassero.

«Va bene, Leia», disse attraverso il comlink. «Ammettilo. Quel ‘brutto presentimento’ che hai avuto proveniva dal lato più furbo della Forza.» Fece una finta verso un caccia TIE, ma suo fratello maggiore, un pattugliatore dai fianchi sfregiati dai residui di carbonio, si mise sul suo vettore. Han indietreggiò. «A meno che qualcuno non abbia un’idea brillante, e in fretta, siamo tutti morti... ognuno, e ciascuna nave in questa forza d’attacco.»

Leia rispose dalla torretta inferiore: «Ci dev’essere qualcosa che avremmo potuto fare». Il cannone quadrinato rilasciava scariche di energia sempre più deboli. «Qualche modo in cui avremmo potuto...»

«È con degli Imperiali che abbiamo a che fare. Chiunque sia abbastanza in alto da dare ordini, in quelle navi là, è interessato a una sola cosa: vincere a ogni costo.»

«Stiamo cominciando a non considerare più Luke un fattore di quest’equazione», insistè Leia.

«Forse non lo è più», rispose Han, con voce pacata. «Il vettore di deriva di Thanas lo sta portando da un momento all’altro proprio accanto a quell’incrociatore ssi-ruuvi.»

Dalla torretta superiore, Chewie ruggì tutta la sua rabbia.

Qualcosa nello schema che si trovava di fronte a lui gli riportò alla memoria un tavolo da gioco di tanto tempo fa, in un posto molto, molto lontano. Un’idea brillante... «Ma se potessimo prendere la Dominant, i nostri caccia potrebbero essere in grado di sfuggire l’accerchiamento e disperdersi.»

La voce di Leia, dalla torretta, acquistò improvvisamente un tono glaciale. «Certamente. Ma come facciamo?»

«Guarda dov’è quel pattugliatore imperiale, quello a circa sedici gradi a nord. Se indietreggiamo di circa venti gradi e lo speroniamo, potremmo farlo sgusciare via dalla sua formazione e mandarlo a schiantarsi contro la poppa della Dominant. Il Falcon è l’unica delle navi che ci rimangono che ha la massa sufficiente per riuscirci. E Thanas merita di essere fregato.»

«Negli incrociatori di classe ‘Carrack’ i generatori sono proprio a poppavia della linea di mezza nave.»

«Esattamente. Ka-boom.»

Leia sembrava stranamente distaccata. «È proprio da te provare un colpo di sponda. Hai avuto conferma dal computer di navigazione che il risultato sarebbe proprio quello?»

«Sì, il computer ha confermato. Se manteniamo i deflettori frontali a piena potenza fino all’ultimo momento, possiamo farcela. Naturalmente, dopo aver colpito il pattugliatore con quella forza, il Falcon sarà finito.»

«Naturalmente.» Leia picchiettò con due dita sui comandi del cannone. Luke? pensò supplichevole, rivolta all’incrociatore alla deriva. Non avvertì nessuna risposta se non un lampo frettoloso di presenza. Luke era occupato.

Nelle orecchie sentì uno scatto leggero. «Ascoltatemi tutti», annunciò Han con la voce di un autentico generale. «Mettetevi in formazione dietro il Falcon e state pronti a forzare il blocco e dirigervi verso lo spazio aperto. Cercate di arrivare a casa come meglio potete. Non tentate un salto iperspaziale a meno che non riusciate ad agganciare qualcuno che abbia un computer di navigazione.»

Forse ci avrebbero messo secoli, ma ce l’avrebbero fatta. Leia si schiarì la voce e aggiunse: «Diffondete il fuoco della Ribellione per la galassia. Dovunque l’Impero abbia lasciato un’arida desolazione attecchirà e brucerà alto.»

«Poetico», borbottò Han.

«L’ispirazione è tre decimi del coraggio.» Sulla frequenza intersquadriglia, qualcuno protestò. Leia non stette a sentire. Sganciò le cinture di sicurezza e si arrampicò su di lato uscendo dalla gravità artificiale della postazione del cannoniere per tornare al livello principale.

«Siamo a buon punto?» chiese 3BO speranzoso mentre Leia oltrepassava il tavolo da gioco.

Leia non aveva nessuna voglia di sentire quali erano le loro probabilità di sopravvivere a questa manovra. «Sì. A buon punto.»

«Oh, bene! I miei servomotori non ce la fanno più con tutto questo sbatacchiamento... Principessa Leia!...»

Leia entrò nella cabina di pilotaggio. Han le lanciò uno sguardo, si accigliò, poi fece un gesto invitante con una mano ancora sporca di fuliggine verso il sedile del copilota.

Erano piccoli gesti come quello, non i cuscini né il liquore di bacca, che facevano sì che lo amasse. «Grazie.»

«Chewie vuole restare nella torretta», spiegò Han.

«Capisco.»

«Basta una persona per uno speronamento, comunque», borbottò Han. «Mi dispiace, vecchia mia.»

Leia aprì la bocca per protestare.

«Non tu. Il Falcon.» Han cominciò a trasferire l’energia da tutti i sistemi tranne alcuni: i razzi di coda, pensò Leia, i deflettori frontali e la torretta superiore. Di nuovo cercò di raggiungere Luke. Di nuovo, l’unica risposta fu quel lampo affrettato.

«Okay», disse Han. «È tutto programmato. Adesso puoi andare al guscio di salvataggio.»

«Oh-oh, no», ritorse lei. «Non se ne parla, a meno che non ci sia posto per due. O tre.»

«Non si può speronare una nave con l’autopilota, e abbiamo bisogno di un cannoniere. Dammi un bacio di buona fortuna e vattene. L’Alleanza ha bisogno di te.»

«Non vado da nessuna parte senza di te.»

«Avanti, muoviti», incitò Han. «Tu sei troppo preziosa.»

«Preziosa, i miei stivali! Io non scappo. Sono anch’io una Skywalker. Forse il mio destino è questo.»

«D’accordo, sei preziosa per me. Chewie», urlò Han. «Vieni quaggiù e porta la principessa...»

La risposta di Chewbacca gli ruggì nelle orecchie. «Ha detto ‘no’», disse Leia in tono sostenuto, ma appoggiò una mano sulla spalla di Han e strinse, ringraziandolo con un silenzioso gesto. Non era un perfetto contrappasso, questo? La figlia di Vader che speronava una nave imperiale per l’Alleanza? Anche se la manovra falliva, avrebbe ripagato qualche debito. Finalmente, scoprì, poteva pensare a Darth Vader senza rabbrividire per l’orrore. Guarda questo, padre!

Due caccia TIE ruppero la formazione e si diressero verso di loro. Era possibile che attraverso i loro analizzatori avessero scoperto che la torretta inferiore non riceveva più energia.

Ma i loro sensori non avevano modo di avvertirli che questo non era un mercantile come gli altri. Han ruotò il Falcon di centottanta gradi. Chewie ringhiò allegramente e li distrusse.

Leia teneva ancora la mano sulla spalla di Han. Lui le strinse le dita e tornò a volgersi verso i comandi. Mentre il Falcon si avvicinava al pattugliatore da dietro, questo riuscì quasi a duplicare la potenza di fuoco. O avevano modificato il puntamento di un altro banco di cannoni laser o il comandante Thanas aveva indovinato quello che Han aveva intenzione di fare. Han aggiunse al programma di speronamento una manovra a spirale. Un display indicava che mancavano diciassette secondi all’impatto. Dovevano almeno sopravvivere per quei diciassette secondi. Una massiccia raffica di energia sfiorò la pancia del Falcon.

Chewbacca ringhiò. «Pidocchi», tradusse Han. Spense i deflettori frontali, in modo che l’impatto trasferisse più energia possibile alla massa del pattugliatore. «Sta’ attento a questo, Thanas.»

Mentre Dev esaminava una delle isole di strumentazione sul ponte, Luke era alle prese con un ennesimo profondo, irritante attacco di tosse. Se non fosse stato così indaffarato, avrebbe cercato di autoguarirsi. Diede un’occhiata al ponte e mosse la sua gamba destra, ancora perseguitato da un senso di disastro imminente. Forse quel futuro che non poteva vedere gli si stava avvicinando. Da quando aveva visto le future sofferenze di Han e Leia su Cloud City, a Bespin, si era chiesto se gli sarebbe mai capitato di vedere la propria morte.

Si tese per controllare come stava Leia.

La sua decisione di affrontare una morte certa lo prese di sorpresa. In fretta cercò di sondare la sua coscienza e trovò... Speronare? Con il Falcon! Luke si lasciò cadere sul ponte e ignorò le ansiose domande di Dev. Ignorò il suo corpo, gli Ssi-ruuk ancora a bordo e tutto il resto. Aveva solo una manciata di secondi.

I polmoni gli bruciavano, e sollecitavano con forza un altro attacco di tosse. Doveva a tutti i costi uscire da quest’aria contaminata! Mandò la sua coscienza attraverso lo spazio in un’altra direzione alla ricerca di una presenza che conosceva solo superficialmente: il comandante Pter Thanas, a bordo della Dominant.

Quando Luke riuscì a sfiorare l’orlo della sua coscienza, Thanas era chinato sopra una delle stazioni dei piloti. I pensieri, la volontà e la visione del mondo di Thanas lo circondarono immediatamente. La battaglia era solo un gioco, ma un gioco che doveva vincere se non voleva finire la sua vita come... come uno schiavo in una miniera? Questo spiegava tante cose! Luke vide il pilota spingere in avanti il comando della velocità. Se la Dominant fosse avanzata a tutta potenza, si sarebbe sottratta alla formazione d’attacco e avrebbe danneggiato ulteriormente i suoi razzi già pesantemente colpiti.

Ma in questo modo, sarebbe anche arrivata abbastanza vicino alla Shriwirr da poterla colpire. Era quello che Thanas voleva.

Improvvisamente, Luke perse il contatto. Si piegò in avanti, tossendo disperatamente, intrappolato dal suo corpo indebolito sul duro, freddo ponte della Shriwirr.

«Signore?» Il pilota di Thanas alzò lo sguardo, preoccupato. «C’è qualcosa che non va?»

Pter Thanas sbatté le palpebre. Per qualche ragione, l’immagine di Luke Skywalker aveva attraversato i suoi pensieri. Scosse la testa, sforzandosi di dimenticarla, e prese la sua difficile decisione. Doveva distruggere la minaccia del contagio, a qualunque costo per lui e per la nave.

Con un gesto deciso spinse in avanti la leva della velocità.

Leia si chinò verso Han. «Un bacio per la buona fortuna?» chiese.

«Certo.» Le sue labbra sarebbero state l’ultima cosa che avrebbe sentito.

Stava per toccarle quando Leia si tirò indietro di colpo. Luke!» esclamò. Chewbacca lanciò un ruggito di allarme.

«Che cosa, Chewie?» Han si girò di scatto verso i sensori frontali. Secondo quegli schermi, la Dominant si stava buttando in avanti con una rapidità irrazionale. «Dobbiamo essere stati colpiti di nuovo», esclamò. «Abbiamo ancora i sensor